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In democrazia, stando alla logica della sovranità popolare, si è portati a credere che la corruzione politica possa essere efficacemente combattuta tramite lo strumento del voto.

Il presupposto sarebbe che il popolo subisce la corruzione e non partecipa alla corruzione. “…Piove governo ladro…”, il famoso detto  dovrebbe continuare con “..eh, caro mio governo ladro, io, popolo succube e onesto, ti mando a casa quando e come voglio con il voto, oppure non ti eleggo proprio.”

In realtà non è proprio così e dall’elettore popolare i voti non vengono dati basandosi esclusivamente su fattori ideali, morali e di onestà, bensì entrano in campo anche fattori di tipo  personale e di convenienza economica, più o meno lecita. Ne consegue che sia per il singolo elettore che per gruppi di elettori , anche un politico corrotto, pur risultando  immorale e/o disonesto, potrebbe anche  essere rieletto e rieletto per un numero indefinito di volte. In definitiva si può dire che anche in democrazia il voto popolare, avendo anche una sua logica di scambio, di vero e proprio mercato del voto, non è in grado di per sé di eliminare la corruzione.

In una democrazia matura non si può negare a gruppi d’interesse la possibilità di organizzarsi al fine di promuovere l’elezione di rappresentanti politici che rispecchiano le loro preferenze e i loro interessi (si pensi alle elezioni politiche statunitensi dove ciò accade normalmente).Tuttavia questi “aiuti” elettorali da parte di gruppi d’interesse dovrebbero avere una caratteristica fondamentale che per ora non c’è mai stata: essere dichiarati e pubblicizzati alla luce del sole, rendendo illegali i finanziamenti e gli appoggi economici occulti.

Probabilmente la diffusa corruzione del sistema politico-economico italiano ha una causa storica. L’eccessivo livello di clientelismo e corruzione presente oggi nella pubblica amministrazione trae infatti origine anche dalla particolare dis -organizzazione dello stato italiano, così come si è venuta a configurare nel corso del tempo, a partire dalla nascita della Repubblica e forse anche da molto prima. La democrazia rappresentativa si è progressivamente impoverita di processi partecipativi, lasciando spazio a forme di populismo camuffato da democrazia diretta.

Naturalmente questa lettura della storia spiega solo in parte la situazione attuale.

Malgrado ce lo dica ripetutamente l’Europa e ci siano  inchieste, studi, ricerche e statistiche che ci mettono in serio allarme sulla gravità del fenomeno corruttivo, ci si trova ancora senza strumenti e strategie su come rompere questo sistema  perverso che coinvolge politica, settori della società civile, istituzioni e forma una rete di acciaio che ingabbia lo sviluppo sostenibile di un paese e sottrae risorse economiche e umane. In vista delle prossime elezioni amministrative, per esempio a Venezia, varrebbe la pena fare una riflessione.

Quale potrebbe essere il cambiamento di verso? Dove e come i futuri candidati cercheranno il consenso? Lobby e corporazioni di cittadini sono disposti a votare chi vuole cambiare gli equilibri consolidati, i sodalizi antichi, le logiche di un consenso che mantiene comode posizioni di rendita, in definitiva lo status quo?

Sicuramente le riforme istituzionali rappresentano un cambiamento di direzione, ma senza un radicale cambiamento della macchina del consenso elettorale non si rompe il sistema corruttizio..

Sempre a Venezia, e sempre per esempio, si parla di sicurezza. E l’immaginario collettivo dei cittadini, che i politici cercano di rappresentare e coccolare (sempre a proposito del consenso elettorale verso gruppi di cittadini organizzati) prospetta sempre e solo la repressione per le strade di barbanera, venditori abusivi, scippatori,  prostituzione, ritenendo che questi atti auspicati esauriscano l’orizzonte della lotta all’illegalità. Non si ha ancora però il coraggio di entrare in merito alla diffusa illegalità in molti altri settori apparentemente estranei al fenomeno. Si pensi al commercio, specie in campo turistico ma non solo, alla contraffazione e al riciclaggio, fenomeni che coinvolgono diverse categorie sociali cittadine e mortificano la qualità del nostro artigianato artistico e l’immagine stessa della città. Quanto e quale consenso si rischia di perdere aggredendo concretamente il problema?

Qual è la forma politica migliore per noi donne e uomini moderni? La democrazia rappresentativa. Non ne abbiamo un’altra e non ne possiamo avere un’altra. Ma questa impossibilità di averne un’altra non è segno di imperfezione; semmai è segno di complessità. Il nostro problema è quello di capire che cos’è la democrazia rappresentativa: fintanto che la compariamo a quella diretta non possiamo capirla; non possiamo comprendere che una buona democrazia rappresentativa deve essere in grado di governare i processi partecipativi. In che modo?

Fino ad ora abbiamo visto una politica accovacciata su se stessa, ferma alla logiche di spartizione del potere in base ai portafogli di voti ottenuti con garanzie di collocamenti o favori particolari date al solito elettorato. Questa prassi ha  impoverito progressivamente qualità e competenze della classe dirigente: la politica è stata incapace di coniugare la democrazia rappresenativa con quella partecipativa.

Si è costituita nel tempo una classe dirigente, se dirigente si può chiamare, autoreferenziale, costretta ad inseguire le emergenze, a scegliere tra occupazione e ambiente, a subire passivamente pressioni di gruppi di potere altrettanto autoreferenziali, costretta ad essere non trasparente nelle decisioni per evitare le responsabilità.

L’alternativa sarebbe avere una classe dirigente che in primis abbia una visione di interdipendenza tra sviluppo economico, sociale, ambientale e culturale,con il comune denominatore della legalità a far da collante a tutto. Ciò che si dovrebbe auspicare, anzi pretendere, è una politica con una progettualità  prospettica e lungimirante  della città, con delle solide linee guida, condivise anche dalla cittadinanza, o da una qualificata parte di essa. Presupposto per porsi con coraggio,credibilità e responsabilità e permettersi di ascoltare ed arricchirsi delle competenze della società non appiattendosi sugli interessi di pochi. Ciò che si dovrebbe auspicare e pretendere è una politica che non subisca un elettorato anch’esso egoisticamente chiuso nell’interesse della difesa del proprio particolare, educando (nel senso di tirar fuori e condurre) le migliori risorse dei nostri concittadini per portarli a guardare un pò oltre il proprio ombelico. Ciò che si chiede alla politica è coraggio, credibilità e responsabilità nel prendere decisioni che possano prevenire a breve, medio e lungo tempo le situazioni più complesse, evitando che diventino emergenze, cioè situazioni per cui le soluzioni si rivelano impraticabili o molto più costose e spesso  espongono alle scelte del meno peggio anziché del meglio.

Presto ci saranno elezioni cittadine. Avremo il coraggio di rischiare con una campagna elettorale all’insegna del vantaggio, alla lunga anche economico, della legalità e della  trasparenza ?