On line per forza ?

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Che il nostro futuro sia tutto digitale non ci vuole molto a vaticinarlo. Che i PC, gli smartphone, i tablet e chissà quali altre future diavolerie della tecnica la faranno presto da padrone in questo nostro mondo, è cosa quasi ovvia. Che siano destinati a scomparire addirittura i giornali ed i libri cartacei, sostituiti tutti da immagini e testi reperiti e scaricati tramite  collegamento on-line è a dir poco probabile. Ma per il momento le cose non stanno ancora così e, anche se qualcuno sembra convinto del contrario, tra le persone che hanno diritto di conoscere e comunicare sono moltissime quelle che delle anzidette tecnologie digitali non sanno un beneamato nulla.

Mi è capitato recentemente di dover provvedere all’iscrizione di mio figlio all’università. E con mia sgradita sorpresa ho appreso che l’intera “procedura” poteva essere espletata esclusivamente tramite collegamento telematico. Essendo io nato alla metà del secolo scorso e avendo maturato per le nuove tecnologie una dimestichezza ancora dubbia ed incerta, ho avuto qualche difficoltà, non lo nascondo, a conseguire i risultati voluti: accreditamento al portale dell’ateneo, iscrizione dell’aspirante universitario ai test d’ingresso, immatricolazione dello stesso al corso di laurea prescelto.

Ma nelle more delle varie difficoltà, che mi parevano a tratti insormontabili, mentre cliccavo sospettosamente su icone e scritte varie, ho cominciato a chiedermi: ma perché diavolo mi viene negato il diritto di andare fisicamente presso la  segreteria della facoltà, raggiungere un molto materiale e poco virtuale sportello e dire all’addetto di turno: io volere, prego, modulo per inoltrare domanda, avere con me penna e dati, dare a me per piacere supporto cartaceo e lasciare me compilare con mano e con inchiostro?

Chi mi ha visto delirare tra simili fantasie, mi ha guardato con la sufficienza pietosa e divertita con cui si guarda un sopravvissuto, un dinosauro, una cariatide. E tuttavia, io mi chiedo, benedetto iddio: esiste forse già una norma di legge che faccia obbligo ai cittadini di questo paese di possedere un calcolatore, di saperlo usare, di avere un collegamento internet e di saper navigare?

Perché se non esiste, mi spiace, ma il collegamento telematico può essere, sì, un’opportunità offerta all’utente, può essere un servizio in più, ma non può essere, vivaddio, un obbligo: non può essere l’unica strada percorribile.

Nelle scuole è partito quest’anno il cosiddetto registro elettronico. Non sto a decantarne i molteplici pregi. Basti solo considerare che, grazie a tale dispositivo virtuale, anche genitori e studenti possono in ogni momento del giorno (e anche delle loro eventuali notti insonni) consultare il registro di classe ed avere in tempo reale contezza della situazione scolastica: voti, assenze, note di condotta, argomenti delle lezioni. Benissimo. Bellissimo.

Ma nessuno si sogna, solo per questo, di abolire nelle scuole i colloqui con le famiglie. Anzi, alcune scuole ben attrezzate hanno anche provveduto a mettere a disposizione degli utenti delle postazioni informatiche (e a rendere disponibile la relativa consulenza umana) per chi non ha un portatile o ce l’ha ma non lo sa usare, oppure non lo vuole avere ed usare, e non gliene importa un emerito fico secco d’imparare ad usarlo: avrà torto, ma la legge gliene dà facoltà. O perlomeno non gli impedisce di farlo.

 

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.
  • Adriano

    Una cosa che spaventa di questa informatizzazione è l’eliminazione, strisciante ma continua, del contatto umano. A volte basterebbe solo avere una persona di fronte a cui rivolgere delle domande. Sembra quasi che chi progetta queste procedure abbia paura di incontrare l’utenza, e cerchi di ridurre le occasioni di interazione al minimo. Forse uno dei motivi è la sempre minor competenza, per un motivo o per l’altro, del personale addetto. Se qualcuno di voi ha mai chiamato un call center per qualche disservizio sa bene di cosa parlo.
    Ultima osservazione maliziosa sul commento di Colovini: guarda caso una era Trento, e l’altra Padova. Coincidenze? Mah…