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Cosa c’entra il clima atmosferico con i giudizi che ogni persona dà sui fatti storici, politici, sociali, anche personali ?

Apparentemente nulla. Ma se si va a vedere come il clima è percepito e valutato dalla gente si può cominciare a fare un ragionamento non banale sulla percezione, sulla emulazione e il conformismo come normali condizioni e caratteri di qualsiasi parere e valutazione si senta in giro anche su tutto il resto. E sul rischio concreto che poi le scelte conseguenti si basino su dati incerti, appunto solo percepiti e soprattutto contraddittori, espressi da persone a loro volta contraddittorie e sommarie nell’affermare la loro volontà, che, come vedremo contiene tutto e il suo contrario.

In Giugno, Luglio, Agosto non si è sentito altro che lamentazioni sul tempo, che si riferivano alla troppa pioggia, al cielo coperto e ai pochi gradi di temperatura. La frase conclusiva al bar, dall’ortolano, dal parrucchiere era che “…l’estate non è mai iniziata, non c’è stata proprio estate”. Un mantra contagioso, guai a dissentire ( per esempio dicendo che a inizio Giugno, a metà Luglio e a inizio Agosto ci sono state una serie di giornate caldissime anche se di breve durata ). Per chiarire il disinteresse con cui lo si faceva, il lamento, espresso con un sospiro di circostanza anche da un gommista o da un architetto ( e non solo da un albergatore o da un contadino obiettivamente più coinvolti ), si riferiva principalmente alle conseguenze economiche per il turismo, per l’agricoltura e per l’indotto di entrambe; poi in sequenza, ma molto più comprensibilmente, il lamento si riferiva, liberatorio, soprattutto alle disfatte per gite in montagna e abbronzature al mare. Un fastidioso refrain improntato alla nostalgia del bel tempo e dei veri e tanti gradi estivi.

Sui veri e tanti gradi estivi, quelli giusti, la considerazione più immediata riguarda l’osservazione, se mi si crede documentata, che buona parte delle persone che esternavano questo disagio per il mal tempo e per i pochi gradi della colonnina erano in parte le stesse che nelle precedenti estati calde come entravano in un qualsiasi ambiente o incontravano uno per strada sbottavano appena potevano in “..uff, che caldo, ma che caldo, che caldo (silenzio)…è un caldo infernale vero? Ieri a casa mia c’erano 38 gradi all’ombra ( guardavi Venezia/Tessera il giorno dopo e vedevi scritto 31..cioè 7 gradi in meno)”. E anche lì partiva il mantra. Mi pare normale per chi ascoltava la prima esternazione e la confrontava con la seconda chiedersi e chiedergli: ma insomma cosa preferisci il caldo o il fresco ? La domanda non sarebbe stata capita o forse tra se e sé l’interessato si sarebbe risposto: tutte e due le cose quando non ci sono e nessuna delle due quando ci sono.

Lascio stare poi quelli che nello stesso giorno ti fulminano con un ‘ fa caldo’ e a distanza di un’ ora con un ‘fa freddo’. Perché la gente deve sempre comunque dire quel che sente.

Il lessico mass mediatico aiuta molto, ben s’intende, nel fornire immagini apocalittiche e la ‘bomba d’acqua’ è oggi il pass par tout preferito per indicare. a) straripamento improvviso e dirompente di fiume, b) cascata d’acqua rovinosa dall’alto, c) pioggia intensissima e breve, d) varie ed eventuali legate a disastri improvvisi ed esplosivi  ( ‘bomba’…) d’acqua. Normale che poi nelle scuole e nelle caserme tale formula cominci ad essere adottata per significare ‘gavettone’.

Poi c’è lo stupore per altri fenomeni. Chi tornava da Gennaio in poi ( da Gennaio, si badi, non da Agosto) dalla montagna non faceva altro che dire che lassù c’erano metri e metri di neve, schianti di alberi per il peso della coltre bianca, case sepolte dalla neve e che ( verrebbe da fargli dire ‘pur essendo inverno’) aveva nevicato tantissimo, con slanci da intenditori ( “..e neve pesante eh, piena d’acqua”, come in effetti dovrebbe essere sempre la neve…). A fine primavera, a Giugno cioè, andando in quota in montagna ci dicevano poi che c’era ancora tantissima neve, tutto bianco ancora, eh. La prova documentata verso il potenziale incredulo che in montagna ( a 2000 metri, non a Sharm el-Sheikh al livello del mare) a Giugno ci fosse la neve scattava subito dopo con la foto e il video presi a duemila metri con il cellulare.

Il fatto della neve d’inverno e soprattutto in montagna è un testimonianza che cozzerebbe con l’asserzione categorica e nostalgica circa la scomparsa definitiva delle stagioni, esternazione d’antan sempre più in disuso tanto è ovvia e portata avanti comunque dagli stessi narratori testimoni di questi inspiegabili fenomeni nevosi d’inverno. Ma gli stessi soggetti stupivano per gli inverni senza neve ( “ a Cortina a Gennaio? Le margherite sui prati, stavamo in maglietta”).

Per completare il quadro sui fenomeni climatici ci sono leggende metropolitane che si tramandano immutate negli anni: “ per forza non nevica oggi, fa troppo freddo e quando fa troppo freddo sotto lo zero non nevica mai, nevica solo attorno allo zero”. Dunque in Siberia e in Canada con trenta/quaranta gradi sotto zero non c’è mai un filo di neve al suolo, tutto verde. “E se c’è una precipitazione che succede?” “ Niente, sempre cielo terso col troppo freddo sotto zero non ci sono precipitazioni”. “Ah, certo”.

Dentro a questo modo di fare e di dire c’è ovviamente la legittima facoltà di esternare e di narrare tutto il disagio che si vuole e lo stupore che si vuole oltre che le proprie immutabili credenze sul clima e su altro. Se cominciassimo a tarpare questa facoltà saremmo illiberali e tirannici. La gente deve poter dire quel che le pare, saggezze o castronerie che siano. Tuttalpiù ci si mette quei tappi di cera automatici che tutti noi adottiamo quando uno non la finisce più e si va avanti assentendo con il mento e le palpebre, pensando nel frattempo se c’è latte nel frigo o se lo si deve compare per domani. E molto altro.

Ma non si può non vedere in tutto ciò una profonda non-conoscenza diffusa ( si direbbe in un altro modo più semplice, ma troppo offensivo), unita per i più anziani a smemoratezza e rimozione, oltre che a incapacità nel giudicare sui tempi storici e non solo su mesi e anni, a volte ore e minuti. Il Clima è l’insieme di fenomeni intrecciati che mantengono una loro medietà ma nel modo che vogliono e con una loro logica decifrabile solo nel medio, lungo e molto lungo periodo. A un’estate così, ne segue una ancora peggio, per poi dar spazio a estati compensative calde e un decennio diventa come una settimana in cui il lunedi piove, il martedi è più caldo e cos’ via, fino a farti dire che è stata una settimana variabile. E il decennio a sua volta è un minuto climatico preso sui secoli e così via. Notare con stupore un’estate fresca è come stupirsi che in un giorno di sole se viene un po’ d’ombra si percepisca all’istante un po’ meno caldo. Il fatto poi che nevichi d’inverno e che si respiri rispetto al caldo dell’estate prima dovrebbe semmai far piacere per un ritorno ad un clima più vicino al passato, un ritorno a una normalità che forse c’era sempre stata. Cascano giuste le celebrazioni della guerra ’15-’18 per ricordare che nell’inverno del ’16/’17 nel fronte dolomitico i metri di neve erano stati in alcuni quasi 10 e che la rotta di Caporetto e la conseguente ritirata sulla linea del Piave per i sodati superstiti del fronte dolomitico è stata forse una salvezza da ulteriori assideramenti nell’imminente inverno ’17/’18. Nei miei ricordi udinesi degli anni ’50 la neve al suolo in pianura era normale per almeno due mesi. Il sospetto è che lo sconcerto per la neve e per le estati fresche celi in realtà il timore che, se ripetuti questi fenomeni, rischino di smentire tutto il castello catastrofistico sul riscaldamento climatico dovuto alle immissioni di co2. Per cui tutti i catastrofisti sotto sotto ‘tifano’ in realtà per un ritorno del caldo e per poter perpetuare la nota tesi. Ma anche gli inverni miti, quelli che ugualmente stupiscono, ma sempre sotto sotto confermano la tesi catastrofistica del riscaldamento, erano, se ne desume, la norma, per esempio,  per lunghissimi periodi nel ‘900/1000 d.c., se è vero che i Vichinghi andando in quegli anni in America battezzarono con il nome di “terra verde” ( groen land, Groenlandia) una terra che oggi è assolutamente ancora bianca per copertura glaciale.

Torno alla domanda iniziale. La si rilegga come metafora sul clima. Se le opinioni correnti sull’universo degli argomenti a disposizione, che sono tantissimi, si fondano in questo stesso modo – e si fondano purtroppo in questo stesso modo su tutto – come sperare che le scelte, tutte le scelte che conseguono da giudizi e valutazioni, avvengano con consapevolezza e con discernimento e soprattutto senso critico ? La domanda è dirimente per la democrazia in cui ancora tenacemente si vuol credere. “Potere del popolo”, meglio ”potere della gente”. Ma se la gente si forma le opinioni così chiediamoci di che pasta è fatto il soggetto che detiene tale potere? La gente, questa gente? Forse per ciò la democrazia è sempre in crisi. Una possibile conclusione è il ribaltamento di un altro luogo comune circa l’essere la società civile assai migliore di una classe politica che non la merita. Ebbene la società civile esprime un pò su tutto le stesse contraddizioni sul caldo e sul freddo e sul clima di cui s’è detto, allo stesso modo in cui non sa bene mai quello che vuole; o invero vuole tutto a nessun costo e si sente libera di volere quello che le pare e il suo contrario senza dare giustificazioni o sorreggere con prove. E la classe politica ne è espressione fedele. Altro che.

Questo per dire che un futuro un pò più luminoso per la società in cui viviamo passa di sicuro non solo per un’acculturazione generale e diffusa, ma anche e soprattutto per un continuo allenamento al senso critico verso ciò che si sa e si apprende. E abbattendo a cannonate i luoghi comuni e i conformismi, anche verbali, dei veri e propri miti negativi della società di massa.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.