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Il caso Contorta ha fatto emergere, in modo indiretto ma ugualmente piuttosto evidente due posizioni nette, contrapposte. Due forme mentali, arrivo a dire due culture, per ora inconciliabili. E non tanto nel merito del canale per il quale ugualmente le soluzioni sembrano di difficile mediazione. Il conflitto vero riguarda invece il presupposto a monte circa l’immodificabilità della Laguna di Venezia, il suo essere o meno naturale e il suo essere o essere stata ben governata nel presente e soprattutto nel passato, il fatto che la si possa ancora modificare e come. Su Luminosi Giorni recentemente Lucio Scarpa e Federico Moro hanno toccato proprio questo stesso tasto. Prendiamo atto di questa inconciliabile partita con preoccupazione; perché come si fa a cooperare e trovare strategie condivise se a monte ci sono presupposti così diversi? E lo sono anche all’interno degli schieramenti politici e dei partiti che si candidano a governare.

Premetto che sono anch’io piuttosto tiepido sulle ragioni dello scavo del canale perché sono molto ma molto tiepido sulle grandi navi a Venezia in generale. Di queste posso anche capire i vantaggi occupazionali, ma non li giustifico certo a fronte di un gigantismo turistico di quelle dimensioni, a parer mio di bassa qualità e che soprattutto inflaziona quella che ritengo essere la piaga del turismo veneziano: il ‘mordi e fuggi’ giornaliero. Se ogni cosa la si dovesse giustificare solo perché dà occupazione staremmo freschi; allora se è per questo -volutamente esagero- anche lo spaccio della droga, le rapine in banca e molto altro di questo segno danno un ‘certo tipo’ di occupazione ma non per ciò si può dire che vadano bene.

Non è però qui il punto. E vediamo un attimo allora queste due posizioni contrapposte ‘a monte’ del canale, perchè il punto vero sta proprio ‘a monte’.

C’è tanta gente e opinione pubblica in assoluta buona fede, onesti cittadini, veneziani, ex veneziani, ma anche cittadini del mondo, autenticamente preoccupati della sorte della propria città ( è ‘propria’ anche per molti cittadini del mondo ), perché l’hanno vista sfregiata per molti anni; sfregiata da fenomeni che non sono ambientali ma sociali ed economici, come la perdita di residenti soprattutto e la monocultura turistica con l’esplosione turistica che la crea, viste tutte e due come causa della perdita di residenti. Dalla gente onesta allora non vengono più tollerate altre offese anche di tipo territoriale ed è questa un’opinione che spontaneamente, per conseguenza o per inerzia, diventa facilmente conservatrice un po’ su tutto e ad oltranza. Senza sentire troppe ragioni. Una onesta e trasparente posizione si trasforma poi in un ‘politicamente corretto’ trasversale, legittimato dall’opinione pubblica di cui sopra e investe, venendone da esso strumentalizzata, un ampio fronte culturale e socio-politico: che va dal conservatorismo politico vero e proprio al localismo leghista, dalle nostalgie venetiste a un variegato ambientalismo; dai centri sociali e dai NO Tav ( la cui sensibilità ambientale ha tutt’altre origini, e nasce da una critica antisistema) al grillismo nostrano, passando per paludate associazioni nazionali e infine per i comitati, i più esposti e, va detto, anche con gente preparata; e tutto il fronte si fa sentire attraverso il megafono di intellettuali e studiosi del settore ( e non solo del settore perché l’intellettuale si sente autorizzato a dire la sua su tutto). Soprattutto si fa sentire attraverso l’audience di un’opinione internazionale che ha in Venezia e nella laguna l’immaginario impossibile nella propria vita ordinaria, a Londra, a New York, ma anche soprattutto a Springfield e nelle innumerevoli Springfield seminate anonimamente nel globo. Un’opinione internazionale che, anche solo per questo, la imbalsamerebbe per sempre nel suo mito romantico così com’è, o com’era, a prescindere, anch’essa senza sentire ragioni. Insomma è un fronte che va da Italia Nostra al Morion con tutto, ed è tanto, quello che ci sta dentro e che utilizza la buona fede di un’opinione pubblica onesta, italiana e straniera. La mia  non vuole essere una caricatura di tutto questo fronte bensì una veritiera sintesi di quello che si vede bene a occhio nudo e si sente. Arrivo a dire che le posizioni solo difensive e negative in certi momenti hanno e hanno avuto una funzione indiscutibilmente utile: Paolo Costa, gran capo dell’autorità portuale veneziana e alfiere del business grandi navi, adesso ci dice che anche lui è ( ed era sempre stato?) contrario al passaggio delle grandi navi davanti a San Marco; ma si può star sicuri che se non c’era il variegato fronte prima descritto a far chiasso, col cavolo che si sarebbe sollevato il problema e soprattutto col cavolo che l’avrebbe sollevato Paolo Costa. Sia come sia quello che però qui interessa è che la posizione ‘semprecontrariaaprescindere’ a qualsiasi manomissione lagunare, e su cui mi son dilungato sin troppo, non nega – e come potrebbe?- che la laguna abbia avuto interventi artificiali nel passato, ma ritiene che sia uno spazio oggi da preservare intatto per la sua delicatezza e fragilità. E quindi di conseguenza e automaticamente applica il presupposto al Contorta, ma lo applicherebbe su tutto, vedasi i casi della Sublagunare, ma soprattutto del Mose.

Questa idea della fragilità ricorre. C’è una convinzione diffusa che la città storica di Venezia poggi su un ambiente fragile. Il termine è spesso utilizzato proprio così. Chi sa di scienze naturali e di geologia mi dice che il termine ‘fragile’ non ha però alcun riscontro scientifico; e come potrebbe? A meno che non si voglia usare la fragilità del vetro o di uno specchio come immagine suggestiva per dire che la laguna è un ambiente che si rompe facilmente; cioè che non può essere troppo manomesso perché se no il suo equilibrio si altera e finisce di essere quella che è ( spaccandosi in mille pezzi come uno specchio?).

Che la natura – tutta la natura però e non solamente la natura, cessata da un pezzo, dell’attuale laguna – si regga su un equilibrio di cicli e di scambi di materia è un fatto assodato, così come è altrettanto assodato che alterarne gli equilibri la esponga al rischio concreto di una condizione che nella termodinamica si chiama entropia, in pratica il disordine irreversibile per un tempo troppo lungo a rimettersi in ordine, come alla fine si rimetterà comunque. Tuttavia bisognerebbe dire chiaro e forte che questo carattere in equilibrio instabile ed esposto non è un carattere solo della laguna di Venezia ma è il carattere universale di tutti gli ecosistemi e di tutte le forme geomorfologiche del pianeta Terra ( quantomeno del pianeta Terra). Non ci sono ecosistemi forti, di cui si può fare quel che si vuole, tanto sono incrollabili e, hai voglia, sopportano tutto, mentre ce ne sono altri fragili e delicati come una carta velina su cui non puoi far niente e assolutamente niente. Sembra ovvio, ma a sentir parlare della laguna si coglie sempre questo retropensiero, implicito, sul suo essere più fragile di tutti gli altri ecosistemi messi insieme e che andrebbe rimandato ai mittenti. Perché è una leggenda, per non dire una bufala, che ci viene consegnata dal mito romantico su Venezia. Allora l’idea di scavare un canale è un problema eccome, ma è lo stesso di scavare un tunnel sotto la montagna o di disboscare una pianura o di fare un nastro d’asfalto in collina. Tutti ecosistemi ‘fragili’ allora, ma non uno più fragile dell’altro.

C’è una seconda posizione che, con armi sempre un pò spuntate, perchè razionale ( e la ragione contro l’emotività spesso soccombe), cerca non tanto di contrapporsi alla prima, ma di andarne un po’ oltre; ed è quella che ritiene la tecnologia attuale, e non solo attuale, in molti casi ( e non in tutti) sia in grado di operare sulla natura per trarre ben precisi benefici indiscutibilmente utili ad altrettanto ben identificati interessi generali e collettivi dei cittadini senza danneggiarne in alcun modo altri ( benefici non utili al profitto individuale quindi); e  senza produrre alterazioni sostanziali di equilibrio ambientale e stato di entropia. Ma la tecnologia quando è in grado di farlo senza conseguenze catastrofiche, produce in ogni caso nuovi equilibri, attraverso, questo si, dei sostanziali cambiamenti ambientali. Che sono inevitabili e ci si deve su questi confrontare, accettandoli o meno, anche in relazione agli obiettivi che vogliono perseguire. L’uomo è in grado di creare cambiamenti e nuovi ecosistemi, tutto qui. L’ha sempre fatto e non sempre in peggio. La pianura padana fino al 1500 e oltre era ancora tutta ricoperta da una coltre fittissima di foresta planiziale, latifoglie caducifogli, roveri e carpini in prevalenza. Si dice che uno scoiattolino sarebbe potuto andare da Venezia a Torino saltando di ramo in ramo senza mai scendere a terra, tanto era fitta, pur poggiando, mescolandosi, su vaste paludi. Dal 1700 ad oggi la pianura ha poi cambiato totalmente i connotati, è diventata un altro, profondamente diverso, ecosistema con il suo nuovo equilibrio; del tutto asciutto, fatto di campi aperti, con pochi alberi e molte coltivazioni e lasciamo stare i capannoni industriali attuali. E allora? E’ andata in peggio o in meglio la pianura? E la città di Venezia? E’ costituita da milioni di tonnellate di pali di legno, di pietre d’ogni sorta, di trachite, di calcari, di marmi e di argilla cotta a sorreggere e costituire masse di edifici e di volumi, spalmate senza ritegno sopra barene e ‘motte’ e velme. Ci fossero stati gli stessi comitati di oggi, se avessero conosciuto in anticipo il folle progetto,avrebbero sicuramente detto che di quelle ‘fragili’ barene non si poteva fare quello scempio; alzando l’indice su quella che non avrebbero potuto chiamare ‘cementizzazione’, ma forse ‘marmorizzazione’: lo scempio della ‘marmorizzazione’ delle berene; o forse così netti non avrebbero potuto essere perché sono tonnellate che si sono ammassate in molti secoli, gradatamente e alla chetichella, fortunatamente non trovando i fustigatori di oggi. Ma questo controsenso ambientale, diventato ecosistema nuovo, niente meno che la città d’acqua di Venezia, viene dagli attuali fustigatori invece rimosso alla grande perché creato e voluto dalla sempre illuminata Serenissima, che tutto quel che faceva era sempre ‘buono e giusto’. E così gli evidenti ‘scempi’ su cui si fonda la città (così se fossero coerenti, li dovrebbero chiamare loro) passano in second’ordine perché fan parte dell’intoccabile mito veneziano pre 1797, la data funesta. E i fiumi deviati? La laguna sarebbe già campagna da un pezzo se i ‘savi’ della Repubblica non avessero d’imperio deciso di deviarli. Ma guai a ricordarlo agli alfieri della fragilità. Quella volta invece la Repubblica per loro fece benissimo a manomettere la fragilità lasciando che prevalesse l’acqua e impedendo il ‘naturale’ interramento da parte dei fiumi; ma secondo gli alfieri non lo fece per meri interessi commerciali, -sia detto per inciso esattamente gli stessi del far passare oggi le navi crociere – ma forse filantropicamente per tramandare alle generazioni future il mito della città d’acqua e fissarlo per sempre nell’immaginario collettivo. Non posso fare a meno di usare l’ironia, perchè è quello che vorrebbero veramente farci credere.

Io sarei allora contro lo scavo del Canale Contorta perché mi porta in casa un danno turistico che vorrei ridurre e non aumentare, e  sarei contrario solo per questo, ma basta e avanza; eppure di fronte a certe ipocrisie intellettuali diffuse e divenute opinione corrente a volte mi vien voglia di essere a favore.

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.
  • http://salviamovenezia.wordpress.com Lucio Angelini

    Scrivere “La laguna sarebbe già campagna da un pezzo se i ‘savi’ della Repubblica non avessero d’imperio deciso di deviarli. Ma guai a ricordarlo agli alfieri della fragilità” è una cazzata bella e buona. Gli alfieri della fragilità si incazzano solo quando si ricorda loro in che modo furono approvati lo scavo del canale dei petroli e il progetto Mose… un po’ quello che sta avvenendo di nuovo con il Contorta: colpi di mano, illegalità a gogo e via discorrendo.

    • Carlo Rubini

      Avrei varie cose da dire come risposta, ma a chi si esprime con tanta supponenza e offende le opinioni altrui per offendere la persona che le ha espresse non rispondo