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 Ogni persona che si rispetti (o anche che non si rispetti) ha le sue antipatie, le sue idiosincrasie. Questo è inevitabile. L’importante sarebbe esserne consapevoli, o almeno fare lo sforzo di rendersene conto. Poniamo ora che io sia uno di quelli (e ce ne sono tanti) che non provano una particolare simpatia (per usare un eufemismo) nei confronti degli omosessuali. Magari alcuni di costoro non vanno neanche fieri di ciò, altri addirittura se ne dispiacciono, però intanto…

Questi atteggiamenti, tuttavia, appartengono alle inclinazioni (diciamo, per semplificare) personali. Altra faccenda, invece, è che cosa è giusto e che cosa non è giusto. E mi riferisco, nello specifico, alla questione dei cosiddetti matrimoni gay. Ora, cominciamo col chiarire una cosa: dal punto di vista dello stato di diritto (quale il nostro è o dovrebbe essere) il matrimonio altro non è che un contratto, un particolare tipo di contratto col quale due persone pattuiscono determinati impegni reciproci di assistenza e, soprattutto, di cura nei confronti dell’eventuale prole. E’ un contratto che si può rescindere, col consenso delle parti oppure in maniera unilaterale, se gli accordi pattuiti non sono stati rispettati. Non parlo qui da giurista, ma a puro filo di logica. Questo è, dal punto di vista laico, il matrimonio. Non altro.

Il fatto poi che dal punto di vista, per esempio, delle religioni, ed in specie di quella cattolica, il matrimonio sia anche altra cosa, mi lascia del tutto indifferente. Trovo che tali altri aspetti “ideologici”, guardati dalla dimensione della “cittadinanza”, siano del tutto irrilevanti e impertinenti. Certo, per alcuni il matrimonio è “sacro” e Dio ha deciso che deve essere contratto solo tra un uomo e una donna. Liberissimi di pensarlo. Tutto il rispetto per le opinioni. Del resto, nessuno li obbliga, che so, a divorziare, oppure a sposarsi, a sposare un individuo dello stesso sesso, a fare o non fare figli ecc. Ma tutte queste sono comunque scelte che attengono alla sfera privata (tali sono del resto anche le religioni: cose private, ancorché collettive; e lo stato – la nostra mai abbastanza benedetta Costituzione – rispetta tutte le confessioni e ne tutela la libera professione).

Tutto questo, però, non c’entra per nulla con lo stato di diritto – e il nostro è laico, e la nostra “bibbia” di cittadini è la Costituzione. Per la legge il matrimonio è essenzialmente un contratto, sia pure speciale: un contratto serio, importante, che prevede tutele per il contraente più debole e specialmente per i figli. Stop. Da questo punto di vista, non si vede la ragione per cui due persone, indipendentemente da loro sesso o dal loro genere di appartenenza, non possano accedere a questo tipo di patto legale, a questa forma legalizzata di mutua e reciproca assistenza. Saranno poi fatti loro se sono o non sono eterosessuali. Qui si tratta solo di un accordo tra persone adulte e vaccinate. E consenzienti. Il resto concerne la privatezza degli individui. Quale danno arrecano, mi domando, e a chi, due persone (la Costituzione li chiama “cittadini”), sia pure omosessuali, che contraggono un simile patto o accordo? La libertà di chi altri viene lesa in un’ipotesi del genere? Rispondere, prego.

Ma una legge oggi impone che da tale accordo siano esclusi coloro che non sono eterosessuali. Bene. Anzi, male. Nel senso che in democrazia una legge votata a maggioranza dai cittadini (ovvero dai loro legittimi rappresentanti) vale per tutti. E tutti sono tenuti a rispettarla. Così funziona nello stato di diritto. Ma (attenzione) questo non significa che si perda per ciò stesso la facoltà di dissentire da quella legge che si ritiene ingiusta, né che si perda il diritto di esprimere la propria opinione, e nemmeno quello di usare ogni mezzo lecito perché tale legge venga cambiata. Ivi compresa la protesta pacifica e di massa ed anche la cosiddetta “disobbedienza civile” (assumendosi, va da sé, la responsabilità delle conseguenze che ciò comporta).

Rispettare una legge non significa condividerla. Se una norma stabilisse, che so, che tutte le persone bionde e con gli occhi azzurri devono essere escluse dal pubblico impiego, sarebbe un diritto (ed anche un dovere, direi) di tutti i cittadini che trovano ingiusta tale legge, opporvisi, contrastarla, criticarla. La legge che impedisce a due persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio è, per quanto detto sin qui, una prevaricazione legalizzata, un sopruso inutile, prodotto da considerazioni, pregiudizi e convinzioni personali e private che nulla hanno a che fare con ciò che è giusto e coi principi del legittimo diritto.

Quanto poi al tema che sembra essere ancora più spinoso, quello cioè se una coppia omosessuale possa avere il diritto di adottare e crescere ed educare un bambino, di avere un figlio insomma, vorrei qui limitarmi a considerare l’unica vera obiezione che abbia un’apparenza di logicità. Essa riguarda tutta la faccenda della mancanza del genitore omologo, dei modelli sessuali e di genere, del bisogno di un bambino di crescere identificandosi con un genitore e/o opponendosi all’altro e cose di questo tipo. Cose che verrebbero a mancare con due genitori omosessuali. Ammettiamolo pure, per un momento.

Sennonché, vorrei sommessamente e semplicemente far notare che tale genere di obiezione si scioglie come neve al sole ove si consideri ciò che è sotto l’esperienza di chiunque: quanti di noi, infatti, conoscono coppie eterosessuali, “eterosessualissime”, nelle quali i figli sono mal condizionati, maltrattati, trascurati, abbandonati a se stessi e via di questo passo? Chi è senza esempi del genere, scagli la prima pietra. E dunque, quale rilevanza reale ha l’eterosessualità della coppia, quale garanzia di miglior allevamento della prole essa offre? Quanto importante è tale aspetto, rispetto a quello veramente rilevante, e cioè che i genitori (etero o omo che siano) si prendano veramente cura del figlio, nutrano nei suoi confronti il rispetto e l’amorevolezza (e l’autorità) di cui ogni bambino, ogni ragazzo ha bisogno e diritto? Rispondere, prego.

La verità vera (e chiunque dotato di una passabile dose di buon senso non può che convenirne) è che ciò che conta nella coppia, e segnatamente rispetto ai figli, è la qualità delle persone (la nostra costituzione li chiama “cittadini”, senza distinzione di sesso eccetera), non la loro appartenenza sessuale o di genere.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.
  • Ivo zunica

    Caro Paolo,
    grazie anzitutto del commento.
    Io però non affermo che, siccome alcune famiglie di coppie eterossessuali fanno “schifo”, allora quello è il modello sbagliato. Oltretutto, più che di un modello si tratta di un’ovvietà: è ovvio che nella maggior parte delle famiglie i genitori sono eterosessuali: è, come dire, nella natura delle cose… Dicendo questo, si sfonda una porta aperta, no? Se così non fosse, il genere umano si sarebbe estinto.
    Dico solo che ciò che veramente conta, in una coppia (e in una coppia di genitor)i, è la qualità delle persone che si uniscono in “matrimonio”: è questo che fa la differenza, non la loro classificazione di sesso o di genere. Non vedo dunque perché impedire il matrimonio (o lo si chiami come accidente si vuole) e l’adozione anche (anche) alle coppie omosessuali. Che sono e resteranno pur sempre, del resto (mi pare ovvio) una minoranza delle coppie. O no?…