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Quasi tremila e cinquecento anni fa nacque, in  qualche parte del Mediterraneo, forse in Libano, pardon, in Fenicia, una piccola, grande invenzione destinata ad avere un’importanza straordinaria e rivoluzionaria nella storia dell’homo sapiens: la scrittura. Cioè la scrittura come la intendiamo noi oggi: un numero limitatissimo di segni, i grafemi (le lettere) che corrispondono al numero egualmente limitato di suoni (i fonemi) di una lingua. Così, con qualche decina di segni fu da allora possibile scrivere di qualunque cosa della quale a questo mondo sia possibile parlare.

Si trattò anche di un’invenzione che oggi definiremmo “democratica”: per chiunque divenne infatti virtualmente possibile imparare a scrivere e a leggere. In fondo si trattava (e si tratta) d’imparare solo qualche decina di simboli.

Prima di allora, invece, come si sa, la scrittura già c’era, sì, ma era per lo più ideografica: ciascun segno corrispondeva ad un’idea, e dunque ad una parola (e ancor oggi ce ne sono di siffatte). E’ facile immaginare quante centinaia di segni diversi bisognasse apprendere per saper leggere e scrivere. Si trattava di un privilegio riservato a pochissimi individui.

Dicono gli studiosi che la scrittura ideografica nascesse da quella pittografica: i pittogrammi, come è noto, sono dei disegnini stilizzati che rappresentano le cose: tante piccole spighe di grano per dire quanto di chicchi di frumento contiene quel certo vaso di cotto, tanti pesciolini per far capire quanto pescato sotto sale c’è in quel certo barile. E via di questo passo.

Un sistema, come si vede, piuttosto rudimentale: provare un po’, se ci si riesce, con disegni del genere, ad esprimere la profondità filosofica di certi concetti oppure a dare espressione ai propri sentimenti d’amore…

E oggi? Che succede oggi? Naturalmente i pittogrammi sono ancora in uso quando sono utili: una sigaretta barrata per indicare il divieto di fumo, un omino e una donnina stilizzati per segnalare la presenza di una toilette. D’accordo.

Quello che preoccupa leggermente, però, è l’abuso che di questi pittogrammi fanno le giovani generazioni (e non solo loro) nei propri “telescritti” (messaggini, mail e quant’altro). Abbondano oramai i testi pittografici in sostituzione di quelli verbali: interi discorsi a base di faccine con varie espressioni, manine di varia foggia, profluvi di cuoricini e via di questo passo.

Di questo passo dove finiremo? All’afasia grafica? Alla trascrizione figurativa dei versi gutturali dei nostri cavernicoli progenitori?… Chi vivrà, vedrà.

 

 

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.