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Qualche sera fa ho visto un film che mi ha fatto pensare: “Perez”, di Edoardo De Angelis, con uno strepitoso Zingaretti che domina la scena come solo i grandi attori sanno fare.

È un film forte, che ti inonda e ti attraversa senza che tu possa opporre resistenza. E, mentre lo guardi, non riesci a dire, neanche per un istante, “tanto è un film, chissenefrega”. Non ce la fai, perché ci sei dentro e ti senti totalmente immerso nella storia.

È la camorra, con i suoi riti, le sue gerarchie, le sue leggi, il suo immenso potere. Tanto immenso che anche chi occupa i veri posti di potere, quello istituzionale per intenderci, non riesce ad opporvisi. Anzi, pare che ne sia succube e a volte correo. Guardavo e pensavo. “Va be’, ma tanto è un film” (continuavo a  ripetermi), rassegnata, sì, al patos che mi generava, ma rincuorata dal fatto che, cessata la proiezione, il film finisce. Il guaio è che quel film è un terribile documento di una realtà. Una realtà che conosciamo poco e che ci rifiutiamo di conoscere. Una realtà vicina, però. Una realtà che ci condiziona e ci appartiene più di quanto vogliamo ammettere. Una realtà indistruttibile e distruttiva, e terribilmente paurosa.

Sempre in questi giorni ho seguito in televisione e sui giornali le vicende romane che hanno visto il sindaco di Roma, Ignazio Marino, assumere ruoli di primo piano nella vicenda delle iscrizioni dei matrimoni gay. Mi si obietterà sulla scarsa pertinenza  di questo salto tematico. Che c’entrano i matrimoni gay con i problemi connessi alla camorra e alla criminalità organizzata? Niente, naturalmente. Ma è proprio questa mancanza di nesso che genera colpevoli responsabilità  in coloro che, invece di tutelare i cittadini, si inventano inutili questioni di lana caprina. Mi spiego meglio. Quando vedo un film-documento come quello appena uscito, la prima cosa che mi chiedo è la seguente: “Dov’è lo Stato? Come si pone lo Stato? Che cosa fa lo Stato per eradicare dalle pieghe più profonde di una società malata l’oltraggio alla legalità?” E non so darmi una risposta. Perché manca. Invece vedo grande movimento di partiti, rappresentanti di governo, alti prelati, gente comune. Ognuno dice la sua sull’inopportunità delle unioni gay e sulla disdicevole offesa al pubblico pudore di un matrimonio tra persone dello stesso sesso. Sentinelle che vigilano sulla sacralità della famiglia, politici divorziati che invocano, strizzando l’occhio ai vescovi, la benedizione di Dio sulle unioni cattoliche, ministri che irridono l’atto di civiltà compiuto da Marino, sentenziandone la nullità sul piano giuridico. L’urlo di protesta e l’ostracismo indirizzati ad omosessuali e a chi riconosce loro alcuni importanti diritti mi hanno fatto riflettere, quanto quel film che ho visto solo qualche giorno prima. Chi sono i gay? Sono forse criminali, terroristi, ladri comuni, maniaci, evasori, assassini che vanno condannati e puniti? O sono persone indebolite dai pregiudizi, perennemente sottoposte alla censura di chicchessia? E, dunque, proprio perché vittime d’ingiustizie e di discriminazioni, non dovrebbero essere tutelate da quelle autorità religiose che predicano l’uguaglianza e da quei politici che, ispirandosi ai principi di Santa Romana Chiesa dovrebbero garantire le medesime opportunità a tutti?

“Gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza”, ha detto nella sua Relatio all’ultimo Sinodo sulla famiglia Papa Francesco. Le sue parole suonano come una speranza, così come l’atto simbolico (che forse cadrà in un nulla operativo) di Ignazio Marino ha un’enorme importanza perché fa sentire meno sole persone che da sempre lottano nell’ombra.

Il male è altrove. Se si prenderà atto di ciò, s’imparerà a non spostare l’attenzione sulle quisquilie. S’imparerà a non cercare in figure innocenti e del tutto normali quel capro espiatorio che nasconde l’incapacità di affrontare i veri problemi, di risolverli e di dare ai cittadini garanzie di civiltà e di legalità. Non sarà tantissimo nella lotta alla criminalità organizzata ma, di certo, rappresenterà un ottimo punto di partenza. È una questione di priorità.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.