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La punteggiatura è una terra di nessuno. Ciascuno ne fa l’uso che crede. C’è chi quasi non se ne serve, chi ne abusa senza un chiaro criterio, spargendola qua e là come il contadino lancia il seme nel campo. La si ritiene poco  importante.

Eppure un noto linguista (forse Aldo Gabrielli, ma vado a memoria e potrei sbagliarmi, perciò mi scuso in anticipo) racconta un gustoso aneddoto risalente a più di un secolo fa. Un ispettore ministeriale, in visita presso una scuola, fa notare ad un maestro come egli trascuri alquanto la punteggiatura nell’insegnamento dell’italiano. Il maestro ribatte che in fondo non si tratta di un aspetto importante della lingua.

Allora l’ispettore scrive alla lavagna: “Il maestro dice : l’ispettore è un somaro.” Il maestro si profonde in scuse e precisa che lui mai, non che dire, neanche penserebbe una cosa del genere. A questo punto, allora, l’ispettore apporta una piccola modifica alla punteggiatura della frase scritta sulla lavagna: “Il maestro , dice l’ispettore , è un somaro“…

Come si vede la punteggiatura può addirittura ribaltare il senso del testo. E questo accade spessissimo. Ma più in generale si può dire che essa ci dà il respiro della frase, ci guida a coglierne il senso con minore sforzo.

Del resto, non ci vuole poi tanto a capire come essa funzioni: il valore “basico” della punteggiatura è un valore pausativo. Se noi scrivessimo come parliamo, scriveremmo più o meno così:

                        senoiscrivessimocomeparliamo           scriveremmopiùomenocosì

Ma questo sarebbe molto scomodo per ovvi motivi. Perciò, scrivendo, separiamo le une dalle altre le unità lessicali (le parole) e, al posto delle pause che facciamo parlando, inseriamo i segni di punteggiatura.

Sì, ma quali segni? In realtà, perfino con due soli segni, la virgola e il punto (e il punto e capo) si può scrivere un testo decente, se i segni sono usati a dovere.

Ciò che invece non si può fare è usare i segni di punteggiatura come fossero gesti. Non è che se alla fine della frase scrivo due o magari tre punti esclamativi cresce il valere enfatico di ciò che ho scritto: l’intensità espressiva dipende dal testo, dalle parole usate, non dalle “urla” che faccio con la punteggiatura. Lasciamo questi (ed altri) espedienti grafici ai pubblicitari. Chi scrive deve sapersi esprimere con le parole, non con altro.

Ci sono poi i puntino-sospensivi-dipendenti: coloro che credono che quanti più punti di sospensione pongono alla fine di una frase, tanto più allusiva diventa la frase. E quindi magari ce ne mettono 5, o 10. E’ un espediente da bambini. La frase allude bene se è scritta nella forma giusta. Del resto, i cosiddetti puntini sospensivi o punti di sospensione, di plurale hanno soltanto il nome, ma sono un singolo segno di punteggiatura formato da tre punti, così: […]

Una leggera reprimenda meritano infine anche gli “abusivi” delle virgolette. Sono quegli stessi, magari, che, parlando, alzano continuamente l’indice e il medio di entrambe le mani per mimare, appunto, le virgolette apicali (quelle alte). Anche qui si tratta di un sintomo, il sintomo di una malattia chiamata ignoranza lessicale: quando non so come si dice una cosa, uso la parola sbagliata, ma ci metto le virgolette, come a dire: ho usato questo termine per modo di dire, ma so bene che non è quello giusto. Mica sono un ignorante, io…

 

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.
  • ivo zunica

    P.S.
    Forse, ripensandoci bene, l’aneddoto dell’ispettore è dello scrittore Renato Fucini e non del linguista Aldo Gabrielli. Ma non sono certo. Non mi ricordo più dove l’ho letto.

  • Lorenzo Colovini

    beh, a proposito dell’importanza della punteggiatura, è d’obbligo citare il celebre “ibis redibis non morieris in bello”