By

RICEVIAMO IN REDAZIONE

Caro direttore, dopo la lettura del tuo intervento “Laicità come linea editoriale” mi sono posto alcuni interrogativi, che sottopongo a te, ai redattori, ai lettori. Laicità significa anche porre le domande giuste, in modo corretto e utile per una “officina di pensiero” capace di costruire “strumenti per far politica” “senza verità precostituite”. Laici sempre, tranne che per il sostegno “dichiarato esplicitamente” a Matteo Renzi? Penso sia utile articolare questa domanda in più punti. Sula laicità abbiamo parlato e scritto molto nella rivista Esodo. Nel sito e in esodonline ho posto domande su Renzi. Quindi il tema che pongo non è la laicità di Renzi, ma quella dell’approccio di chi sostiene Renzi. Certamente molta opposizione non è laica, ma ovviamente mi interessa uscire da questa contrapposizione. Ora parliamo di chi sostiene Renzi (questa personalizzazione è significativa e non sono io a farla) con l’argomento, che per ora è l’unico, e che tu sintetizzi: il rinnovamento radicale della classe politica, in primis del suo partito. In realtà è vero che l’unico risultato raggiunto è “la scalata” al partito e la rottamazione non solo “della casta politica ‘sacerdotale’ sempre determinata ad auto perpetuarsi” ma della stessa cultura della tradizione della sinistra storica. La più stretta e fedele portavoce di Renzi, ministro Boschi, ha detto che a Berlinguer preferisce Fanfani. Sei sicuro che ogni scelta di rinnovamento, soprattutto se messa in pratica come lui ha fatto, è di per sé laica? Tu stesso scrivi che il rinnovamento è necessario “senza buttare del tutto a mare ciò che comunque di buono, per quanto poco, era stato ottenuto. Perché non si ricomincia mai proprio da zero”. Occorre quindi una analisi laica del passato, senza quell’ironia liquidatoria di stile renziano, usata per creare artificialmente nemici e prove di forza. Ma soprattutto: ho sempre considerata ideologica l’idea che dall’abbattimento del vecchio sistema nasca il nuovo. Quale è la nuova squadra? Quale nuova visione politica –non declamatoria- della crescita, dell’Italia, della democrazia? A quali nuovi poteri fa riferimento? A quali lobby? Quale analisi dei corporativismi e dei conflitti di interessi, al di là di battute, slogans, demagogie? Mi sembra che non si possa far finta di non capire l’importanza di queste problematiche, sule condizioni per passare dal vecchio alnuovo, senza atteggiamenti fideistici, se non messianici, sui luminosi giorni che verranno dal “nuovo”.

Tu stesso affermi che “questa dichiarata lotta all’apparato soprattutto del suo stesso partito, giudicata come grande novità positiva e novità politica di prim’ordine, abbia fatto mettere in secondo piano il giudizio sul suo orientamento politico in campo economico e sociale. L’abbattimento del sistema di potere della partitocrazia in Italia ci ha fatto dare priorità e l’abbiamo considerata la madre di tutte i rinnovamenti politici. Su questo punto Matteo segna un punto a favore perché la spallata c’è stata. Su tutto il resto il giudizio è a termine”.

Perché e cosa aspettare? Per cambiare verso all’Italia occorre molto tempo, molto più di una legislatura. Renzi sta però governando da più tempo di Letta, e si possono quindi già analizzare le linee delle riforme, le tendenze del modo di far politica, di gestire il partito. Bisogna solo “sperare” di fronte a tutti i parametri negativi? Renzi è bravissimo a comunicare una bella narrazione, a costruire una percezione di sé che oggi conta più della realtà (come tu scrivi in un altro editoriale), ma i dati contano qualcosa? La situazione economica e sociale è tragica e non basta cercare di suscitare ottimismo: calo dell’occupazione, dei consumi e delle imprese; aumento delle tasse, del declino industriale di interi settori, dei giovani che vanno all’estero, delle povertà e delle disuguaglianze. Ovviamente non è colpa di Renzi, ma qualche segnale positivo di “cambiamento di verso” possiamo aspettarcelo? Del resto nel DEF è il governo a prevedere per il 2018 insignificanti aumenti del PIL e dell’occupazione. Ma di questo non si parla. E che dire della coesione sociale e dei corpi intermedi, tessuto della democrazia? E del semestre europeo? Delle continue promesse non mantenute, ai docenti, ai lavoratori autonomi, partite IVA? Perché ha dato priorità all’accordo con Berlusconi (che messaggio è fare di un condannato un Padre della patria?) rispetto alla lotta alla corruzione (debole, ambigua e sempre rinviata) e al degrado ambientale? Certo l’elenco dell’attivismo è lungo (anche se il famoso cronogramma salta sempre). Ma perché si è “gufi” se si chiede di entrare nel merito? Il diavolo si cela nei dettagli, si dice. L’esame dei singoli provvedimenti mostra molti diavoli. Il mio non è un atteggiamento ideologico, aprioristico, ma derivato dall’esame dei singoli provvedimenti. Speravo che dagli errori “giovanili”, dovuti all’inesperienza, Renzi imparasse e crescesse come leader. Mi aspetto che dopo un anno si inizi laicamente questo lavoro nel merito. In questo caso potremmo avere valutazioni diverse, ma superando la vecchia idea che conta la politica, la lotta di potere, anche sulle competenze. Certamente Renzi è abilissimo nel far politica con quel tanto (molto) di narcisismo e di cinismo che serve ai leaders, ai quali però serve anche formarsi competenze direttamente o almeno attraverso la propria squadra.

CARLO BOLPIN ( Presidente dell’associazione ‘Esodo’ )