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Ne ho passati talmente tanti di anni nella scuola che, pur non essendo ancora un pensionato, e nemmeno (ahimè) un pensionando, sono di certo in pectore un pensionabile. E così mi è capitato d’imbattermi in una ragguardevole schiera di diversi Capi d’Istituto. Adesso li chiamano Dirigenti Scolastici perché, si sa, l’Italia è il paese dove si cambiano sempre i nomi alle cose, anziché cambiare le cose. Ma lasciamo andare.

Questi presidi che ho conosciuto erano più o meno tutti “sbagliati”. Non parlo, ovviamente, delle singole persone, che in alcuni casi erano eccellenti. Sennonché, chiediamocelo: i presidi, da dove vengono? Nella stragrande maggioranza dei casi (nella totalità?) vengono da una precedente “carriera” scolastica: altro non sono che degli ex insegnanti. Per questo io non ci ho mai provato a fare il preside: mi piaceva insegnare, non fare un altro mestiere.

Infatti insegnare a degli alunni non significa dirigere dei lavoratori, dei “sottoposti”. E’ un’altra cosa, tutta un’altra cosa. Cosicché, coloro che diventano “dirgenti scolastici” del dirigere assai spesso non sanno granché, perché nessuno glielo ha mai insegnato veramente (e non c’è corso d’aggiornamento che tenga). Ora, chiediamoci, che cosa dovrebbe saper fare, sopra ogni altra cosa, chi dirige dei “collaboratori” all’interno di un’organizzazione? Mi si perdoni se dico un’ovvietà, ma a mio avviso dovrebbe sicuramente saper fare una cosa: saper far lavorare bene gli altri. Questo, principalmente.

Sennonché, quali sono i due mezzi fondamentali di cui dispone, chi sta a capo di  un’organizzazione, per far lavorare gli altri (escludendo lo schiavismo, il ricatto ed altre simili amenità)? Da una parte ci sono gli incentivi materiali ed economici (aumento di stipendio, benefit, premi, carriera); dall’altra sono gli incentivi di tipo morale. Quanto ai primi, i presidi, in una scuola, ne dispongono in un grado prossimo allo zero: la concessione di qualche ora in più di lezione, il modesto pagamento di qualche attività extra (come la partecipazione ad una cosiddetta  “commissione”) e poco altro. Carriera, a scuola, non se ne fa: si nasce insegnanti e tali si finisce.

Dunque, che cosa rimane? Rimangono gli incentivi di ordine morale. Un dirigente scolastico dovrebbe chiedersi questo: a quell’insegnante che cosa piace fare di più? Quell’altra docente in che cosa si diverte, che passione ha? E quel terzo in quale ambito è più bravo? Queste sono le vere leve che un dirigente scolastico dovrebbe saper usare: valorizzare le singole persone, le loro inclinazioni, le loro capacità peculiari. E manifestare il riconoscimento del merito (perché un po’ tutti siamo sensibili alla lusinga dei complimenti). Così, senza spendere una lira (che non ha) il dirigente si troverebbe tra le mani degli insegnanti più “motivati”, come si dice. Insomma, degli insegnanti che prendono gusto al proprio lavoro. Magari qualche volta si divertono persino (e che c’è di male in questo?)

Una scuola cosiffatta funzionerebbe sicuramente molto meglio. Anche perché alla fin fine (non dimentichiamocelo mai) la scuola “è” gli insegnanti che ci lavorano. Sono loro, infatti, “l’interfaccia” con gli studenti (e con i genitori, anche). Tutto quello che passa, nell’insegnamento, passa da quel punto lì: quando quel punto non funziona bene (l’interfaccia insegnanti-studenti), non passa un bel niente. In tutti quei casi, la scuola, semplicemente, non c’è.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.