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La legge che porta il nome di una persona stimabile come Luigi Bersani e che riguarda la liberalizzazione del commercio è ed è stata probabilmente una buona legge e magari avrà fatto anche del bene per i servizi alla cittadinanza in questo settore. Sinceramente non sono in grado di valutare eventuali benefici. Rilevo che l’apertura alla concorrenza di solito sortisce effetti migliorativi. Va però detto che, applicata ai grandi centri storici delle città d’arte, questa legge ha sicuramente sortito invece l’effetto opposto, nettamente peggiorativo. Così è stato per il centro storico veneziano. Ha fornito agli assessorati del settore, succedutisi nelle diverse giunte, l’alibi di avere le mani legate nel frenare lo stravolgimento commerciale in atto, fornendo una buona scusa alla loro acclarata inadeguatezza e inefficienza.

A Venezia c’è una ‘normale’ moria di attività commerciali rivolte alla cittadinanza. Il fatto che chiudano i negozi di vicinato è fenomeno inevitabile in tutti i centri storici d’Europa e il rimedio per la situazione specifica veneziana va risolto o almeno affrontato a monte. E cioè con l’arresto dell’emorragia di residenti che in quanto acquirenti determinano la tenuta di un’attività commerciale.  Con i numeri di residenti in calo c’è poco da fare. Sono appunto i numeri a monte che vanno quanto meno stabilizzati e non il contrario; perché è ben difficile credere che il mantenimento di un negozio di vicinato trattenga un residente. Il quale va a risiedere fuori per ben altri problemi, primariamente perché non ha i soldi per pagarsi una casa in affitto o in vendita. Quindi ripopoliamo il Centro storico, fermiamo l’emorragia di giovani soprattutto e si vedrà che anche i negozi di vicinato non chiuderanno più o comunque chiuderanno con meno frequenza. Anche perché è soprattutto la terraferma a soffrire per la concorrenza dei grandi ipermercati, meno influenti complessivamente per la città d’acqua, data la loro maggior distanza. Inoltre va detto che se i negozi per residenti sono ben posizionati in centro storico riescono anche a reggere discretamente; penso a zone che frequento abitualmente come Ponte delle Guglie/San Leonardo e Santa Margherita. In alcuni di questi negozi, anche se non in tutti, c’è la coda ogni mattina. Inoltre non pochi minimarkhet di importanti e note catene di distribuzione sono subentrati alle chiusure dei negozi di vicinato, fornendo quantomeno nel settore alimentare, un servizio che mi pare più che sufficiente, con il lato dolente solo nei prezzi un po’ più alti. A cui però chi vive in un centro storico, e non solo a Venezia, dovrà comunque adattarsi. Solo alcune zone ( e penso a San Vio/Salute) restano effettivamente tagliate fuori del tutto dal commercio e lì bisognerà che i prossimi politici si facciano venire delle idee perché sono situazioni che vanno sanate, nonostante il numero di residenti nel lembo estremo dove inizia la numerazione anagrafica di Dorsoduro sia effettivamente molto basso.

Quindi il commercio rivolto ai residenti resta un problema da affrontare, ma ha come variabile decisiva diretta la tenuta dei residenti nel tessuto urbano. Ha, certo, come variabile determinante, anche il costo dei canoni di locazione dei locali commerciali, tenuti alti dalla potenziale domanda sempre in aumento, pare, da parte delle attività legate al turismo. E’ difficile sapere se un’attività di vicinato, anche a fronte di calo di domanda per minore residenzialità, sarebbe rimasta aperta se il canone di locazione fosse stato più basso. Probabilmente avrebbe solo resistito di più. In ogni caso la liberalizzazione commerciale bersaniana ha peggiorato la situazione, ha costituito un’aggravante, perché un contingentamento di licenze nel settore turistico o addirittura un blocco avrebbero comunque creato condizioni un po’ meno capestro nei canoni, facilitando la resistenza alle chiusure , per quanto forse non in modo decisivo.

Di tutt’altro segno e in parte indipendente dal primo è proprio il tema del proliferare dei negozi rivolti ai turisti, sempre in aumento e che, con la loro domanda aggressiva di locali da occupare, vanno considerati, come già detto, una causa indiretta della chiusura degli esercizi commerciali ‘normali’. Qui il problema principale è pero quello dell’impatto di questi negozi sul paesaggio urbano veneziano, un problema da considerare sul piano estetico, del decoro, dello snaturamento di un normale tessuto sociale urbano. E’, molto, un problema visivo, di percezione, perché il contrasto del brutto, del pacchiano, del disordinato con la bellezza dei luoghi veneziani dà veramente un senso di miseria e di squallore. A sua volta questo proliferare è causato dall’aumento spropositato delle masse turistiche a Venezia. E, insisterei, soprattutto delle masse, nettamente maggioritarie, dei turisti giornalieri non pernottanti, portati a spendere poco e per oggetti di bassa qualità. Anche qui il problema del commercio turistico è dunque a monte ed è chiaro che il turismo massivo è l’indiziato numero uno.

L’apertura di centinaia di botteghe per turisti è fenomeno non nuovo, va avanti da almeno trent’anni con progressione regolare, con un’accelerata negli ultimi quattro/cinque. E sono le aperture ultime ad aver creato una situazione al limite della sopportabilità visiva. Perché è ben vero che anche nelle botteghe turistiche c’è una gerarchia dell’orrore.  Alcune, che pure spacciano falsi vetri e false maschere,  impattano eccome, ma, si potrebbe dire, con maggior moderazione, forse perché ci si è fatta purtroppo ormai l’abitudine. Altre botteghe ancora, a decine, di borse e di abbigliamento di bassa qualità in mano ai cinesi, visivamente si possono magari confondere con negozi d’abbigliamento un po’ più normali. Sono considerazioni queste che volutamente non tengono conto di tutto quello che di frode e di sfruttamento c’è dietro e che, indagando, farebbe concludere che sono comunque pessimi anche questi, pur moderatamente impattanti. Tuttavia l’impatto visivo percepito diventa veramente disgustoso invece, ai vertici dell’orrore, per le decine e decine di bottegucce turistiche di ultima generazione, spuntate come funghi da pochi anni, fatte di paccottiglia indecente a poco prezzo, affastellata come in un magazzino, spesso illuminata da luci al neon orripilanti; sia che tali attività si trovino all’interno, sia che si trovino, peggio ancora, in banchetti o, sempre più spesso, in finte edicole di giornali come quella che appare nella fotografia che riporto, posizionata nel bel Campo San Pantalon ; dove l’oltraggio e lo sfregio riguardano anche il contrasto tra questo letamaio di oggetti e una certa qualità della cultura dell’informazione: Corriere della Sera o Sole 24 ore, relegati in mezzo metro quadro, impercepibili, circondati, assediati quasi, dalla pletora dei più brutti souvenir del mondo.

Si dirà che il turismo dà lavoro ai veneziani. E invece neppure questo perché tale commerciaccio di ultima generazione da quel che si vede dà lavoro solo a indiani, bengalesi, pakistani, cingalesi, che chissà in quale situazione di sfruttamento si trovano ad operare. Poveri cristi che 24 ore su 24, 6 giorni su 6, presidiano da soli il locale. Forse veneziani sono quelli che si prendono i pingui canoni di tali esercizi, ma definire ‘lavoro’ questa rendita parassitaria mi pare offesa al lavoro. E sarebbe per questi proprietari ‘veneziani’ che si può giustificare un’indecenza del genere?

E torniamo da dove si era partiti, alla legge Bersani. Gli assessori futuri, speriamo più coraggiosi di quelli che abbiamo avuto fuino ad ora e, con loro, un consiglio comunale non condizionato, se avranno la volontà politica, potrebbero anche aggirare la legge con delibere che si rifanno ad altre norme. E’ ciò che sta lodevolmente facendo il Commissario governativo Zappalorto in questi giorni nel fissare nuove regole giustamente restrittive che possono lenire l’indecoroso spettacolo del commercio turistico, specie nelle zone di pregio. Tuttavia sommessamente è lecito chiedere di rimetter mano a quella legge, ritoccando quelle parti che hanno avuto effetti perversi sul tessuto urbano dei centri storici delle città d’arte? La domanda è rivolta ai parlamentari veneziani ben rappresentati in questa legislatura e che possono fare lobbies con quelli fiorentini e di altre città ugualmente interessate. Metter mano al problema veneziano in molti comparti è impresa titanica. Ma o non si fa niente, oppure da qualche parte bisogna pur cominciare. Coordinando, se fosse possibile, il tutto con una regia generale. Perché in questo sforzo titanico tutto si tiene.