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I figli ci guardano. I figli ci ascoltano. I figli mutuano le nostre idee e le nostre visioni del mondo. I figli ci imitano. Con muta acquiescenza, se avranno respirato conformismo e pressapochismo. Con spirito critico, se saranno stati abituati al valore dell’ascolto e all’esercizio del dubbio. È quello che ho pensato, giorni fa, quando una mia cara amica – che chiameremo Stefania per un’esigenza di riservatezza – mi ha riferito un confronto occorso a suo figlio con i (suoi) compagni di squadra.

Ci troviamo al termine di una partita di basket. Superate le tensioni della prestazione agonistica, si parla del più e del meno negli spogliatoi. Tra uno scherzo e una battuta, si scivola su un tema spinoso: furti, ruberie, topi di appartamento e dintorni.

–        Bastardi rumeni – esordisce F. B. – son sempre loro!

–        Rumeni, moldavi, ucraini, zingari, gente dell’Est: tutti uguali, tutti ladri – gli fa eco A. M..

–        Oh, raga’, magari erano sudamericani. Tra gli uni e gli altri… te li raccomando – soggiunge M. B., aggiungendosi al coro.

Il figlio della mia amica, che chiameremo Giovanni, costernato e indignato dalla rabbia dei compagni, si sforza inutilmente  di mostrare l’insensatezza di quelle affermazioni:

–        Sì, sì, rumeni. E poi scopri che il tuo vicino di casa, indigeno al cento per cento, è un serial killer.

–        Che? Sei comunista? – Gli chiede tra il risentito e lo stranito l’allenatore che mai l’avrebbe fatto così tonto. – Tutto, ma non comunista, ti prego! – Lo invoca.

–        Lascia stare il comunismo, – controbatte Giovanni – mi danno fastidio i luoghi comuni. Non tutti gli stranieri sono ladri.

–        Lo vedi che sei un comunista? Io, che comunista non sono, li caccerei tutti a pedate nel sedere. Che rubino e uccidano a casa loro, che violentino le loro donne. Ma non li vedi che c’hanno tutti la faccia del delinquente?

–        E tu credi davvero che un criminale si veda dall’aspetto?

–        Sì. Io li riconosco subito:  brutta razza – risponde l’uomo con lombrosiana sicumera.

–        È vero, è vero. Sono di una razza inferiore. – Gli dà man forte M. B., a metà strada tra lo sprovveduto e il cinico.

–        E che mi dite degli arabi?  – Aggiunge A. M. – Ma le avete viste come vanno conciate le loro donne? Quelli lì sono capaci di tutto.

–        È troppo. – fa sempre più incredulo Giovanni – Troppi pregiudizi.  Provate per un istante a pensare che la diversità ci arricchisce. E poi, io mi spaventerei più di certi delinquenti di casa nostra.

–        Sei fuori? No, “non esiste”. Sei irrecuperabile. – Gli risponde l’allenatore. – Ne riparleremo quando avranno scippato tua nonna.

A quel punto Giovanni, demoralizzato, rinuncia alle sue argomentazioni, raccoglie il suo zaino, saluta educatamente e se ne va. Non è possibile, pensa, è inaccettabile che ragazzi di 17 anni, tutti, proprio tutti, nessuno escluso, la pensino così. Passi per l’allenatore quarantacinquenne. Ma i suoi compagni, da non credere! Come se anni di scuola con compagni stranieri, anni di educazione interculturale, anni di valorizzazione delle differenze siano passati senza lasciar traccia, mentre l’intolleranza, la paura del diverso,  l’odio si sono sedimentati nei loro cuori.

Nulla di nuovo, per carità. Giovanni non ha fatto la scoperta dell’acqua calda. Né Stefania si stupisce più di tanto del suo racconto. Si tratta delle  solite argomentazioni (o  non-argomentazioni, dato lo scarso valore dialettico) sugli stranieri brutti, sporchi e cattivi. Sono anni che ci bombardano di pregiudizi, mentre le nuove generazioni vengono nutrite di sentimenti improntati al sospetto e al rifiuto. Le ragioni sono tante – ci spiegano tutti i giorni i sociologi – e confluiscono tutte nella ricerca di un capro espiatorio cui addossare le colpe di un disagio collettivo. Grazie al cielo, però, c’è qualcuno che esce indenne da tanta manipolazione. Altrimenti non si spiegherebbe l’esistenza di mosche bianche come Giovanni. C’è da sperare che ci siano famiglie come quella di Stefania, attente a fenomeni storici inarrestabili e al conseguente arricchimento che ne deriva sul piano culturale. C’è da sperare che ci siano genitori che sappiano educare i propri figli alla diversità e al rispetto dell’altro. C’è da sperare che ci siano contesti familiari dove l’insegnamento del valore morale della tolleranza si accompagni a una consapevolezza più ampia, quella del valore della conoscenza. L’intolleranza genera ignoranza e superstizione – e ciò è dimostrato dalle argomentazioni deboli dei compagni di Giovanni e del suo allenatore – mentre il superamento dei perimetri della bandiera e della paura apre la mente e avvia a una dimensione di sana globalità. Che non è più emergenza ma realtà, con la quale, ormai, dovremo fare i conti tutti i giorni.

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Scrive su alcune testate locali dove si occupa di scuola, libri, politica e intercultura. Ha pubblicato due romanzi: “Criada” (Astragalo, 2013), “A due voci” (Leonida, 2017).