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Qualcosa come 14 miliardi e rotti di anni fa (miliardo più, miliardo meno) si verificò, secondo la teoria scientifica ancor oggi più accreditata, il grande botto, l’esplosione cosmica, il famoso Big Bang. Da cui, com’è noto, a partire da un concentratissimo grumo di materia-energia primordiale, sarebbe sortito l’intero universo conosciuto, anzi, sconosciuto (e non possiamo escludere a priori che non ne esistano altri).

Gli effetti di tale esplosione sarebbero ancora in atto: le galassie continuano ad allontanarsi le une dalle altre. Continueranno così indefinitamente, oppure, una volta esaurita la spinta propulsiva iniziale, cominceranno a retrocedere, collassando fino a ritornare allo stadio iniziale di quel grumo indistinto originario? E questo processo si è forse già ripetuto altre volte, infinite volte, in una sorta di pulsazione cosmica perpetua, e continuerà a ripetersi per l’eternità? Quien sabe!

Non ne sappiamo nulla. Il grande e buon papa Francesco (notoriamente inviso a tutti gli integralisti della sua stessa religione) ha di recente ricordato che tale teoria non è affatto in contraddizione con la fede. Sono compatibili. E come dargli torto? Di fronte a questo e a consimili misteri universali non c’è alcuna risposta certa. I casi in effetti sono due: o si sospende il giudizio per l’eternità (per la breve eternità che è la vita dell’uomo sulla Terra); oppure si decide, anzi, meglio, si “sente”, che no, che non è possibile, che non è accettabile restare indefinitamente senza uno straccio di risposta. E allora si ha la fiducia nell’esistenza di un’entità superiore, quantunque inconoscibile, che sovraintenda all’intero ordigno universale. Insomma si crede, si ha la “fede”. Entrambe le posizioni sono comprensibili, accettabili ed egualmente degne di rispetto.

Sennonché le religioni rivelate e universali non si fermano qui. Certo, un dio onnipotente, onnisciente e onni-tutto ha dato anche un mandato agli uomini, delle regole da rispettare per poter agire correttamente, per poter operare nell’esistenza secondo il bene e non il male: dei precetti morali, insomma.

E gli altri? I laici, anzi, gli agnostici o peggio gli atei, i miscredenti e i senza dio, come faranno? Non potranno avere nessuna morale con fondamento sicuro e sempre valido del loro operare? Gli altri (ed è quello che veramente pensano gli anzidetti integralisti), essendo uomini senza dio, sono anche uomini senza morale, irrimediabilmente reprobi. Essi non hanno il “verbo”, nessun verbo. La loro condizione li predispone (a dir poco) ad essere se non dei malvagi, sicuramente individui affetti da un pernicioso relativismo.

Che le cose non stiano necessariamente così, lo dimostrano le circostanze fattuali e quelle logiche. Quanto alle prime, è presto detto: nell’esperienza di chiunque sta la constatazione di quanto sia elevato il novero di coloro che si dicono o si credono o si definiscono credenti, molto osservanti, persino, ma che nei fatti, poi, disattendono più o meno sistematicamente questo o quel “comandamento” della loro confessione. Analogamente molti di noi (non so di voi) hanno sicura contezza di quanto siano numerose le persone stimabilissime, specchiate e dal comportamento molto “morale”, le quali, pur tuttavia – guarda il caso – non sono affatto credenti in alcunché di trascendente (o d’immanente).

Che poi la moralità, il comportamento “morale” possano aver un solido fondamento, ancorché non religioso, è sicuro. Il nostro grande Giacomo, per esempio, quantunque ateo e materialista, nel suo capolavoro estremo, “La ginestra o il fiore del deserto”, la mette più o meno in questi termini. Che senso ha che gli uomini su questa Terra sempre si contrastino, s’intralcino e si ostacolino a vicenda, si combattano e perfino si uccidano, quando il vero e di gran lunga più grande inimico di tutti è la natura matrigna?

Non dovrebbero essi piuttosto sentirsi tutti uniti in un comune destino, tutti sulla stessa “barca”, nell’oceano tempestoso dell’esistenza, e adoprarsi dunque per fornire l’un l’altro sollecito e reciproco e continuo aiuto contro le avversità della vita e contro il male che ci è dato in sorte? E sentirsi pertanto fratelli (sì, anche lui usa proprio questa parola). Ed ecco così – per esempio – quale ovvio fondamento laico possono avere la solidarietà, la fratellanza: e la conseguente coscienza morale. Senza ricorso alcuno alla fede nell’esistenza di entità ultramondane.

Non mi pare che questa intuizione di Leopardi sia poi tanto meno degnamente solida e affidabile (come fondamento della moralità) di quell’altra più famosa dello straordinario genio chiamato Gesù di Nazareth, che, in un’epoca di reietti, paria, schiavi e affini, dopo aver detto che tutti gli uomini sono egualmente figli dello stesso dio, ridusse i precetti morali della religione in cui era cresciuto, ad un’unica e limpida massima: “ama il prossimo tuo come te stesso”.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.