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Mio padre, pace all’anima sua, si compiaceva di tanto in tanto di citare, con modi apparentemente leggeri e scherzosi, un adagio abbastanza noto secondo il quale “chi sa fa e chi non sa insegna”. Peccato che lo dicesse a me, che ero (e sono tuttavia) un insegnante. Non era molto carino, da parte sua. Forse all’inizio voleva essere uno sprone per me a far dell’altro, a non fossilizzarmi nell’insegnamento. Poi divenne certo l’espressione di un rammarico, di una delusione nei confronti di un figlio che non ce la metteva tutta per diventare “qualcuno”. Di questa indelicatezza l’ho assolto a posteriori: ci sono genitori assai peggiori di così.

Il punto è che, pur non avendo ragione, egli, citando quella massima, non aveva nemmeno tutti i torti. Non aveva ragione perché d’insegnanti capaci (prima come studente universitario e poi come docente a mia volta) ne ho conosciuti parecchi: non solo assai preparati nella loro disciplina, ma sicuramente anche capaci come “operativi”, più di tanti che “fanno fanno” e non sanno fare un bel nulla.

Pur tuttavia ne ho conosciuti anche a bizzeffe d’insegnanti che erano dei veri somari. Non solo perché non si sa come avessero conseguito il titolo di studio, ma soprattutto perché nel corso della loro carriera di docenti non facevano un bel niente per migliorarsi, per crescere culturalmente, per inventarsi nuove strategie di comunicazione e di didattica. Non avevano alcuna motivazione “endogena”.

Fortunatamente per me non è andata così. Fin dall’inizio ho cercato di spiare i colleghi più bravi, di rubare loro i segreti del mestiere, di studiare, d’inventarmi modi nuovi di spiegare ecc. Poi ho anche fatto dell’altro, collaborando con riviste di ogni ordine e grado e scrivendo pure un paio di testi scolastici. E chi se ne importa, dirà il lettore. Un momento e vengo al dunque.

In queste attività ulteriori di “scribacchino” mi sono avvalso della mia esperienza d’insegnante e, d’altro canto, la pratica della scrittura mi ha giovato nell’insegnamento. Sinergie, le chiamano. Mentre invece ho conosciuto colleghi di lettere (la materia che insegno) che non solo non scrivevano più niente da una vita (e spesso nemmeno leggevano), ma addirittura non sapevano nemmeno più scrivere e pian piano disimparavano ogni cosa. Rabbrividisco all’idea che quegli stessi insegnanti correggessero i temi degli alunni. Facevano il loro lavoro come dei travet. E magari si lamentavano pure del loro magro stipendio.

Ora, il punto non è la triste sorte degli insegnanti. In fondo essi sono solo una minoranza della popolazione italiana: un milioncino d’individui, rispetto ad un ammontare complessivo di circa sessanta milioni. Il punto è la scuola che non va. Perché la scuola è, come dicono quelli che ne capiscono, la principale “agenzia” formativa ed educativa: non solo deve (o dovrebbe) preparare la gente a saper fare qualcosa: dovrebbe addirittura preparare i futuri cittadini ad essere tali in modo consapevole, responsabile, critico. La scuola, si sa, dovrebbe essere la fucina delle generazioni future. E’ questo l’importante, ben più della sorte dei lavoratori-insegnanti.

Cosa ci vorrebbe, allora, per trasformare i docenti in veri professionisti capaci d’incidere sulla società futura, quella che ancora non c’è, e dare così al paese più… “luminosi giorni”? Ci vorrebbero dosi massicce e intensive di corsi di aggiornamento e formazione (di quelli veri, però, non quelli ad usum delphini), ci vorrebbero meccanismi oggettivi di motivazione reale degli insegnanti ad operare bene. E ci vorrebbe anche il riconoscimento economico del merito (questione sempre molto spinosa): perché da che mondo è mondo, chi è premiato (e magari anche punito, quando ci vuole) lavora meglio e di più. Senza questi incentivi, i più, prima o poi, si lasciano andare, si disamorano, si adagiano, vivacchiano e se ne infischiano.

Ma la politica è realmente interessata a questo? Scusate il pessimismo, ma i politici, di qualunque colore, si preoccupano (se va bene) quasi solo delle cose che possano dare loro un tornaconto elettorale immediato, un successo alle prossime consultazioni. Forse politici di un’altra razza, di quelli veramente lungimiranti, ce ne sono stati per lo più all’epoca dei nostri padri costituenti: una generazione che, almeno in parte (e perfino indipendentemente dal colore politico) aveva rischiato del proprio (e non di rado la vita, nella Resistenza) per degli “ideali”.

E questo è il mio animus pessimista, che mi allontana dai “luminosi giorni” di cui sopra. Ma tuttavia, come si dice, la speranza è l’ultima a morire…

 

 

 

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.