By

Tavolino all’aperto in un bar di paese. Bassa lombarda (quella tra le risaie e gli aironi cinerini; ma anche le nutrie e le zanzare; e vabbè). Un signore attempato, nei suoni gutturali e ostrogoti (o longobardi, non so) della sua parlata, tipici della zona, blatera, il toscano in bocca, che non c’è più rispetto per le vecchie tradizioni, che bisognerebbe fare una petizione al sindaco perché venga ripristinata l’usanza di far suonare le campane del paese all’alba, anzi, quasi nottetempo, com’era una volta.

Qualcuno gli fa notare che non si può, non dipende dal sindaco, c’è una legge nazionale che tutela la quiete dei cittadini. Il che mi sembra a dir poco verosimile, ma non saprei. Quello però insiste con la storia delle tradizioni da rispettare. Poi a un certo punto, per un motivo del tutto impertinente e insulso, invia improperi all’indirizzo di “sti comunisti di m.”

A questo punto, francamente, mi girano gli zibidei, come direbbe il Camilleri, e lo apostrofo facendogli notare, non troppo cortesemente, alcune cose. Anzitutto che le campane servivano un tempo, quando i paesani, e segnatamente i contadini, erano sprovvisti in maggioranza (per ragioni anche intuibili) di un proprio oriuolo, magari a cipolla (giusto i signori).

E dunque a quel tempo la pratica della squilla costituiva un vero servizio alla comunità. Ma da quando esistono le sveglie alla portata d’ogni tasca (e parlo di quelle meccaniche, non di quelle digitali o smartphoniche), non si vede per quale sacrosanta ragione si debbano rompere i cosiddetti all’universo mondo, visto che non tutti, come me e lui, debbono o vogliono svegliarsi alle prime luci del giorno.

In secondo luogo cerco, ma vanamente, d’indurlo a riflettere sul fatto che non tutte le tradizioni sono buone per il fatto stesso di essere tali. Perché questo è un altro bel luogo comune dei nostri tempi (e non solo). Le tradizioni sono “quello che si faceva e si credeva una volta e che adesso non si crede o non si fa più”. Che so, l’infanticidio dei neonati femmina era una pratica tradizionale e assi diffusa presso molte popolazioni, perfino in queste plaghe cisalpine. E allora? Vogliamo riportarla in auge?

Alla fine la questione è semplice e la capirebbe anche un bambino. Le tradizioni sono importanti, sì, perché costituiscono il radicamento identitario delle persone e delle comunità. Ma mica tutte sono buone. Mica di tutte bisogna andar fieri. Mica tutte vanno osannate e ripristinate.

Ma spesso si ha la sensazione che l’ovvio non sia alla portata di molti. Così ci sono i “modernisti”, i “giovanilisti”, per i quali ogni cosa che si faceva una volta va buttata via, come il proverbiale bambino con l’acqua sporca. Conta solo l’ipnotica rincorsa all’ultima manifestazione della tennologia (come dicono in Longobardia), che naturalmente oggi è quella digitale, informatica, telematica.

E poi ci sono i “passatisti”, i veneratori acritici di tutte le bufale, le porcherie e le idiozie che si facevano e si credevano un tempo (frammiste, naturalmente, a tante cose belle e preziose, che sarebbe utile riscoprire, ripristinare, valorizzare, commemorare).

Vie di mezzo, no? La mamma delle creature dotate del buon senso e del senso dell’ovvio sembra a tratti diventata sterile.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.