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Alla fine di quest’anno scolastico (unico insegnante nella mia scuola) mi sono fatto fare la pagella dagli alunni delle mie classi. Sì, in forma rigorosamente anonima, si capisce, ciascuno studente ha potuto esprimere una valutazione (da “gravemente insufficiente” fino a “ottimo”) sul mio operato di docente nel corso dell’anno, a proposito di una decina di aspetti (“Chiarezza delle spiegazioni”, “Disponibilità a fornire chiarimenti”, “Puntualità nella consegna delle verifiche corrette” e simili).

Non nascondo la soddisfazione di aver ottenuto risultati molto lusinghieri (media del distinto-ottimo). Ora, la domanda è: può essere questo l’unico modo per valutare il merito e il valore di un insegnante? Certo che no, non può esserlo. Spesso infatti gli alunni non sono in grado (quasi per definizione) di esprimere valutazioni su questi aspetti (ad esempio: “Preparazione dell’insegnante”…).

Inoltre può darsi che essi attribuiscano un pessimo voto ad un insegnante preparatissimo ma noioso (e in questo caso non avrebbero tutti i torti) oppure un voto molto positivo ad un insegnate che non sa nulla, ma fa bene lo showman, li fa divertire, li lascia giocare e simili.

Pur tuttavia, bisognerà tener conto anche del parere degli utenti, nella valutazione di un insegnante, o no? E tra gli utenti ci sono certo anche i genitori, le famiglie. La verità è che una valutazione equilibrata non può che venire da complesso articolato e ponderato di voci e di punti di vista. Così come complesso e delicato è il mestiere d’insegnare.

Chi altri dunque dovrebbe avere voce in capitolo? I presidi? E perché no? Anche i presidi hanno elementi per valutare l’operato di un insegnante. Purché il loro giudizio sia solo un tassello della valutazione complessiva. Altrimenti (chiunque lo capisce) il loro giudizio potrebbe avere un peso condizionante sull’operato stesso dell’insegnate, sulla famosa “libertà d’insegnamento”…

Una parte della valutazione potrebbe anche provenire da un apposito Comitato formato da alcuni professori anziani della scuola (sebbene l’età, di per sé, non sia necessariamente una garanzia di opinione assennata; potrebbe anche essere solo espressione di posizioni maniacali o, magari, di rimbambimento).

Ma immaginiamo che questo fantomatico Comitato sia formato da membri eletti da un intero Collegio Docenti (e non certo scelti dal Capo d’istituto, se no siamo punto e da capo). In questa ipotesi ci sarebbe qualche maggiore garanzia di obiettività.

E su che cosa potrebbe basarsi il giudizio di tale Comitato? In parte (in parte) potrebbe basarsi su dati oggettivi (numero di verifiche somministrate agli studenti nel corso dell’anno, “assenteismo” sospetto dell’insegnante e simili). E in parte potrebbe essere la valutazione di una lezione-tipo: l’insegnante esaminato sceglie un argomento (o gliene viene assegnato uno dal Comitato con congruo anticipo) e poi tiene su di esso una lezione diciamo di mezzora (che è la durata standard di una spiegazione umanamente sopportabile).

A questo punto il Comitato valuterà non tanto il merito delle cose spiegate dall’esaminando (la conoscenza delle quali si sarebbe tentati di dare per scontata), bensì l’efficacia della lezione, la capacità di coinvolgere l’ipotetico uditorio (bambini o adolescenti, a seconda dei casi), di incuriosirlo, di motivarlo.

E via di questo passo. Altri modi per valutare l’operato di un insegnante potrebbero essere introdotti nel mix (come si dice oggi) della valutazione del merito. Ma la valutazione dovrebbe essere comunque il risultato di un concorso equilibrato e ponderato di “giudici” e giudizi.

Ora, per quanto ciò possa apparire complesso, non è che per questo solo motivo si può sostenere che sia giusto, in linea di principio, non farne niente, che gli insegnanti non debbano essere valutati, che essi siano esentati da qualsivoglia controllo e giudizio nel corso della loro carriera, che una volta “catturata” la loro cattedra, basta, non se ne parla più, ciascuno si chiude nella “scatola” della propria aula, coi propri studenti, e fa quel che gli pare vita natural durante. Anche perché una valutazione del merito potrebbe (e io dico dovrebbe) poi dar luogo anche ad una certa differenziazione sul piano stipendiale e della crescita, negli anni, della retribuzione . E perché no?

Di tutto ciò molti insegnanti non vogliono nemmeno sentir parlare. Eppure lo sanno bene, anche gli insegnanti, che gli alunni vanno premiati, gratificati (sia pure non pecuniariamente) se fanno bene, perché altrimenti, col 6 politico (o il 10 politico) uno finisce per disamorarsi. Chi me lo fa fare di starmi a sbattere, se alla fine il mio merito non viene riconosciuto, se siamo tutti eguali, tutti “promossi”, tutti valutati allo stesso modo?

Perché in definitiva, da che mondo è mondo, se non viene premiato il merito, e l’impegno, e i risultati (e non viene punito il disimpegno, il menefreghismo, il pressappochismo) è gioco forza che, presto o tardi, ci si lasci andare, si viva alla giornata, si vivacchi giusto per restare a galla. E questo vale per tutti. Anche per gli insegnanti

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.
  • Lorenzo Colovini

    vedo con piacere che abbiamo opinioni molto simili.

    • Ivo Zunica

      Mi preme tuttavia sottolineare, caro Lorenzo, che le considerazioni del mio articolo corrispondono solo nei princìpi, ma non nelle modalità di attuazione, a quanto previsto dalla ahimé già approvata “Buona scuola” renziana, per quel che attiene alla valutazione degli insegnanti.
      Del resto, anche su vari altri aspetti cruciali la “Buona scuola” contiene indirizzi e misure che lasciano a dir poco perplessi. Si veda a tale proposito il documento della FLC CGIL sulla riforma approvata.

  • Lorenzo Colovini

    caro Ivo, con molto rispetto, ti pongo una domanda: tu credi che la valutazione dell’operato di QUALSIASI altro lavoratore dipendente, anche di alta qualificazione e professionalità, sia così sofisticata come sembra indispensabile debba esserlo per gli insegnanti? Un impiegato di banca, un ingegnere dell’Enel (riferimento non casuale..), un funzionario pubblico, sono valutati e fanno carriera grazie alle loro capacità, al caso, alle conoscenze, dal capo che si trovano sopra, (che mediamente è una persona di buon senso ma può essere anche un coglione).. insomma è la vita. Per gli insegnanti no, ci vuole una valutazione scientifica che neanche per assegnare il Nobel. O questa o niente. Ecco, a volte, visto da fuori, viene il sospetto che il vero obiettivo sia proprio “niente”. Quanto al documento che citi della FLC CGIL, l’ho scaricato e tentato di leggere. Dico “tentato” perché quando leggo sindacalese spinto come “premi individuali disconnessi da qualsiasi dimensione cooperativa e collegiale e forieri di competizione divisiva e, in quanto tale, disfunzionale per l’attività docente”… davvero mi cascano le braccia.

  • Ivo Zunica

    Non hai tutti i torti e capisco perfettamente quello che dici. Tuttavia, premio Nobel a parte, davvero il lavoro degli insegnanti è (dovrebbe essere) molto delicato. Non sono forse essi, non dovrebbe essere la scuola la “fucina delle nuove generazioni”? Cioè dovrebbe non solo insegnare un mestiere (magari) ma addirittura formare i futuri cittadini ad essere tali in modo responsabile e critico? Ecco, forse dunque è per questo che la valutazione degli insegnanti ha (dovrebbe avere) una particolare delicatezza. Ma come vedi il condizionale è abbondantemente d’obbligo…

  • rupert

    per giudicare una motocicletta la provo e dopo un po di giri la valuto. ma cosa valuto? valuto un’aspettativa, un fine, un obiettivo. qual e’ il fine della scuola ? qual e’ l’obiettivo della scuola? perche’ esiste e cosa si prefigge? questo e’ valutare il resto sono solo balle per far fare un po’ di soldi ad alcuni e danni ad altri. chi lavora nella scuola ed in particolare in quelle di periferia modello speriamo che me la cavo fa del suo meglio per insegnare cio’ che riesce ad insegnare ad un pubblico spesso sordo. e’ qui che capisci che la scuola non e’ tanto come fai la lezione ma qualcosa di molto piu’ forte e profondo e’ come se dovessi rispondere alla domanda ma io che ci vivo a fare? e vi assicuro che rispondere a questa domanda e’ difficile assai. c’e’ chi si inventa una religione , chi fa uno sport chi lavora per vivere chi non fa nulla sempre per vivere ed e’ convinto che lui e’ il migliore perche’ non fa danni. e no caro ivo zunica , non te la cavi con la tua superficialita’ che cio’ che fai tu e giusto mentre se lo fa un altro e’ sbagliato con la valutazione dell’invalutabile. quando risponderai alla domanda chi sei tu? perche’ sei tu? allora forse potrai valutare l’insegnamento , nel frattempo se punterai il dito e giudicherai sarai solo il presuntuoso che scaglia la prima pietra come chi lapida l’adultera perche’ la sua legge dice che e’ giusto e la maggioranza delle persone che frequenta conferma la sua regola. il cristiano al colosseo sbranato dai leoni era giusto? oggi nell’insegnamento domina la legge del caso , insegnano tutti belli e brutti e questa legge che ci assiste dalla notte dei tempi e’ quanto di meglio abbiamo. buttarla via per scagliare la prima pietra e’ da ignoranti.

  • Ivo Zunica

    Mi dispiace, caro Rupert, ma non ho capito quasi nulla di quello che dici. Dev’essere certo un mio limite. Non vorrei che tu mi avessi preso a bersaglio sbagliato di tue personali e comprensibilissime irritazioni. Non dovresti criticare ciò che NON dico ma, se permetti, solo quello che dico (e, s’intende, in un breve articolo non è che si può dire tutto quello che c’è da dire su un dato argomento). In ogni caso, grazie per il tuo contributo. Il bello di un blog è proprio questo: il dialogo, il confronto e l’integrazione delle considerazioni fatte dall’estensore dell’articolo, magari con altre e sacrosante considerazioni.

  • Luigi Marchetti

    Dell’articolo di Ivo Zunica mi piace la considerazione che, in via di principio, è opportuno che il merito venga premiato , e che gli insegnanti non possano sottrarsi ad una
    valutazione del loro operare. Le problematiche nascono quando si passa alle modalità di attuazione di queste valutazioni. Non sono in grado di discettare sulla riforma della “buona scuola”, ho letto solo qualche articolo sui giornali, vorrei però esprimere poche considerazioni al riguardo.
    Dalle prese di posizione di tanti insegnanti, udite personalmente, espresse in documenti
    sindacali, sui giornali, nei social sites, mi sembra che emerga un rifiuto preconcetto
    della valutazione, con dichiarazioni del tipo “sono anni che facciamo questo mestiere, non
    ci lasceremo giudicare!”. Posizione francamente inaccettabile, perché a mio parere nessun appartenente a categorie lavorative può essere esente da momenti di valutazione, da riconoscimenti o richiami, o da attribuzioni di demeriti. Penso si possa convenire – dai
    risultati che emergono dalle indagini sulla preparazione degli studenti – che non tutti gli insegnanti siano preparati, o addirittura adatti a questo mestiere, e tante disparità di preparazione degli alunni non credo si possano attribuire a provvedimenti degli ultimi ministri.
    Lo svolgere un lavoro per anni non produce di per sé preparazione e dominio della materia trattata. Sono state anche le ripetute sanatorie per la stabilizzazione dei precari, senza valutazioni e senza giudizi sul merito, ad aver contribuito – tra le altre cause – alla
    dequalificazione della scuola. La qualità dell’insegnamento, che anch’io reputo importante e delicato mestiere, finalizzato – non da solo però, ma insieme ad altre attività ed iniziative – alla formazione dei futuri cittadini, non può ignorare una prassi di selezione
    di coloro che operano in questo settore.

    Sono andato poi a leggermi alcuni dei documenti della CGIL, sezione “Lavoratori della Conoscenza”, definizione che definirei pomposa , con aspirazioni vagamente monopolistiche (solo gli insegnanti sono addetti alla conoscenza?). E qui non nascondo la mia delusione. Richiami al boicottaggio della legge Giannini-Renzi sulla base di affermazioni del tipo “libertà e democrazia non si possono cancellare nelle scuole”, e ancora: “stanno costruendo le nuove elite politiche e sociali a tutto discapito della Costituzione e della giustizia sociale” ( da “L’autunno caldo della scuola italiana…” dell’1/8/2015). Una sequela di affermazioni roboanti, una visione dei rischi – che pur ci sono, in
    ogni riforma – apocalittica, soprattutto un calderone tale di denunce e generalizzazioni,
    da indurre il sospetto che tanta accanita opposizione abbia lo scopo principale
    di preservare la categoria da qualsivoglia valutazione, anche in nome di una
    autoesaltazione e autocelebrazione, ma soprattutto in nome di una presunta ma
    tenace concezione di intoccabilità; la stessa concezione per cui quando si criticano certe altre categorie, quali i sindacati, o i magistrati, la critica assume la veste di
    attentato alla costituzione o alla democrazia.