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Quando sono un po’ stanco, mi capita, a volte, digitando sul computer, d’invertire la posizione delle lettere in alcune parole. Oppure, quando scrivo a mano, mi succede che mi resti nella penna l’ultima sillaba di qualche vocabolo. Forse sono, o sono stato da ragazzo, senza saperlo, lievemente dislessico. Ma figurarsi: a quei tempi  lì  (vogliamo  dire mezzo secolo fa?) manco esisteva la parola dislessia.

Oggi invece si sa che cos’è. Esiste un acronimo (e un’Associazione più o meno omonima, mi pare da almeno un quinquennio): DSA, ossia “disturbi specifici dell’apprendimento”. E sono, appunto la dislessia, la discalculia, la disortografia, la disgrafia, la disprassia ed altre ancora. Un ragazzino, poniamo, può essere in gambissima, anzi, spesso lo è (magari col famoso Q. I. alle stelle), però ha certe difficoltà specifiche nella lettura o nella scrittura o nel calcolo eccetera. Tutte cose che, fortunatamente, oggi si diagnosticano, anzi, si misurano proprio, con prove specifiche ed apposite.

E fortunatamente si è compreso che non è il caso di tartassare il bambino solo perché ripete gli stessi errori di ortografia (senza sua colpa) e magari poi scrive temi bellissimi, ricchi di frasi luminose e pensieri profondi. Oppure di stressarlo con la pretesa di certi calcoli, quando si dimostra che, se gli lasci usare una calcolatrice, lui si concentra senza distrazioni sul cosiddetto “problem solving” e si dimostra magari brillante.

Perciò oggi è previsto, dalla normativa, che vengano poste in essere, nella scuola, per questi ragazzi,  le cosiddette misure “dispensative” (che so: ti risparmio la lettura ad alta voce) e quelle “compensative” (per esempio: usa pure il portatile e un apposito software di correzione ortografica automatica). Tutto ciò, naturalmente, è previsto per chi abbia un’adeguata certificazione del proprio svantaggio, rilasciata da apposito centro od ente, con tanto di diagnosi (in rigoroso e talora criptico “medichese”) da strutture private o pubbliche. E comunque, meno male.

Negli ultimi anni è andato aumentando, non dirò a dismisura, ma insomma a ritmi considerevoli il numero degli alunni che hanno diagnosi di questo tipo e sono appunto “targati” DSA. Il che significa, sicuramente, che finalmente è emerso alla luce del sole un fenomeno prima latente. E ciò è cosa buona e giusta.

Sennonché, a latere di tutto questo, esiste anche un altro poco simpatico fenomeno. Ed è quello dei non pochi genitori che hanno “mangiato la foglia”: se mio figlio è un somaro, se va male a scuola, certo una causa c’è (e si capisce: una o più cause ci sono sempre). Ergo richiedo e pretendo che venga sottoposto ad apposito esame clinico, da idoneo neuropsichiatra infantile e possibilmente da congiunto logopedista ed eventualmente da psicologo di supporto. Magari il ragazzino è solo pigro (e se lo è, certo una causa c’è: c’è sempre) o svogliato, o menefreghista, o lazzarone (e magari la causa è il genitore stesso…). Ma tant’è: io genitore voglio proteggere mio figlio, voglio la diagnosi!

Fatta la diagnosi, trovato l’inganno – verrebbe da dire, parafrasando il noto adagio giuridico. Perché difficilmente un ragazzino di età scolare (scuola elementare o media inferiore), sottoposto ad apposite prove linguistiche o d’altro genere, non fa manco un errore. Almeno qualcosina che non va c’è sempre, quasi sempre. Magari è “lieve” (così nella formulazione diagnostica). Intanto, “lieve” di qua e “lieve” di là, la conclusione medica attesta che qualcosa non va.

Quanto basta per concludere, fatta la diagnosi, da parte degli specialisti di turno, con le “raccomandazioni” del caso, più o meno perentorie,  all’indirizzo della scuola e degli insegnanti: che l’alunno sia dispensato da questo e da quello e da quell’altro! Non mi è capitato nemmeno una volta, come insegnante, di leggere in una diagnosi: il ragazzino non ha un beneamato nulla che non vada, e tanti saluti. (Anche se non di rado questo si legge però tra le righe…). Chi glielo fa fare al medico di turno di metterla giù così dura, a rischio d’essere poi smentito da altri più titolati colleghi? Che cosa gli costa dire: beh, insomma, certo, a ben vedere qualche problema c’è?

In tale situazione, gli insegnanti sono comunque tenuti ad attivare certe misure (ti do più tempo per svolgere la prova; oppure: ti somministro una prova con minor numero di quesiti, non tengo conto dei tuoi errori di ortografia e via di questo passo), che sono misure sacrosante per chi lo “merita”, cioè per chi ne ha veramente bisogno, ma sono un imbroglio per chi invece ha solo una cosa: una ben certificata diagnosi del nulla.

Certi genitori pensano di fare in questo modo il bene dei propri figli, di creare per loro una “rete” di sicurezza e di protezione. Ma sbagliano di grosso. E certi alunni, anch’essi, mangiano l’anzidetta foglia, e pensano: quello che mi piace, lo studio e lo faccio benissimo (guarda il caso) e quello che invece non mi va, lo faccio per modo di dire. Tanto, io, ci ho la diagnosi…

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.