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Alzi la mano chiunque ricordi con precisione cosa stesse facendo l’11 luglio del 1998. Certo: se interrogati, i croati (magari ce ne sono che leggono Luminosi Giorni) vi direbbero che fu in quel giorno che la loro nazionale arrivò terza ai campionati del mondo di calcio (2 a 1 sull’Olanda) ma gli altri? Boh. Una cosa ve la ricordo io: sembra strano ma quel giorno (Presidente del Cosiglio era  Romano Prodi) il Parlamento fece qualcosa. Approvò (a larghissima maggioranza) una legge, la 224, composta da solo 5 articoli e 10 commi,  pomposamente intitolata Trasmissione radiofonica dei lavori parlamentari e agevolazioni per l’editoria.

Chissenefrega direte voi. E avreste pure ragione se non fosse che quella legge ci è costata, qualche settimana fa, 107 milioni di euro. Più o meno 4 euro per ogni italiano, infanti compresi. E già perché quelli sono i soldi che lo Stato è chiamato a sborsare per ripianare i debiti de L’Unità. Ma non “la nuova” Unità, quella “vecchia”; quella insomma che era l’organo di informazione del Partito Comunista Italiano prima e del Partito dei Democratici di Sinistra poi.

Certo: piu’ che ringraziare ciascuno di noi per il (non tanto insperato) salvataggio forse qualcuno dovrebbe ringraziare chi ideò le trenta parole trenta (piuttosto care visto che ciascuna ci è costata 3.566.666 euro) del secondo comma dell’articolo 4 di questa legge: La garanzia concessa a carico dello Stato applicata per capitale, interessi anche di mora ed indennizzi contrattuali, è escutibile a seguito di accertata e ripetuta inadempienza da parte del concessionario. Capito? Se il concessionario non paga, è lo Stato a farsi carico dei suoi debiti.

Certo: a ben pensarci lo Stato, in un secondo momento potrebbe comunque rivalersi sui beni del concessionario. Hai visto mai? Una bella cartella esattoriale targata Equitalia che arriva con su scritto: 107 milioni, please. Figurarsi se la politica, cioè chi ha ideato quella legge, non abbia pensato pure a come aggirarla! Lei, la politica, in fondo ci va a nozze con le leggi, no? Ed infatti se il concessionario (furbastro!) nel frattempo avesse avuto la bella idea di conferire i suoi beni, chesso’, ad una Fondazione la quale, a sua volta, avesse avuto la bella idea di “spacchettarli” tra 57 (un numero a caso..) fondazioni locali che non hanno più alcun rapporto col concessionario perchè ciasuna di esse è un soggetto giuridico autonomo, è come se il concessionario fosse nullatenente. Semplice no?

Suvvia: i politici, quando vogliono, han delle belle teste pensanti. Ed una di queste, a proposito dei 107 milioni (in realtà ne mancherebbero altri 18 ma uno dei creditori vi ha rinunciato mentre il debito complessivo di quelli che alla fine del loro tormentato percorso politico si chiamarono DS ammontava a 450 milioni), ha pensato esattamente questo. Lo ha spiegato, sul Corriere, Sergio Rizzo: il patrimonio immobiliare degli ex PCI è stato distribuito in, appunto, 57 fondazioni indipendenti dal partito centrale perché emanazione delle federazioni provinciali che sono soggetti giuridici autonomi. E dunque buoi (pardon: debiti) e paesi tuoi…

Ad avere la bella testa pensante in questo caso è stato il senatore Ugo Sposetti (ironia della sorte: risulta membro della commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria!) che, a Report, prima spiegava come fosse stato possibile il tutto ( Il debitore è morto. Se il debitore muore, che succede? Ci sono le norme e in questo caso un magistrato civile ha detto “guarda, signor Stato, che devi pagare tu”) e poi giustamente (da par suo, ovvio) orgoglioso (mentre pare che Walter Veltroni, allora segretario nazionale del PD, pare che sulla bella testa pensante e sulla sua idea di accollare il debito allo Stato si fosse incacchiato di brutto) di questo scherzetto milionario aggiungeva: Se m’avessero dato un incarico, una società mi avrebbe dato tanti soldi per fare questo lavoro. Beh non è che 107 milioni (versati dallo stato italiano con riserva perché si è in attesa dell’esito di un ricorso) siano proprio noccioline. Sono 11 volte i 9 milioni e 500.000 euro che ci costò (nel 2003!) pagare i debiti dell’ex Avanti.

Ora: ma provare un pò di vergogna no? Chissà perché nessuno abbia mai pensato di trasferire quelle 30 parole 30 in qualche altra legge per salvare qualche artigiano che pur di difendere la propria azienda si è indebitato con le banche fino a rimetterci la casa. E con quella magari anche la vita.   Mentre per salvare il (vecchio) giornale fondato da Antonio Gramsci…

Che poi si dovrebbe pure aprire una serie riflessione se abbia ancora un senso il finanziamento ad alcune testate giornalistiche. E sì perché lo Stato di giornali  ne finanzia. E parecchi vieppiù.  A scorrere i dati relativi all’esercizio 2013 (presenti nel sito del governo italiano) vien da ridere a leggere che La Padania ottenne dallo Stato (ma non erano quelli che.. Roma ladrona?) 1.358.494,01 euro. Ma i compagni battono le camice verdi visto che Il Manifesto, quell’anno, incassò 1.956.090,97 euro. Ma compagni e camice verdi vengono nettamente battutti dalle tonache: nel 2013, infatti, il quotidiano che prese in assoluto il finanziamento più cospicuo fu Avvenire con 3.400.075,41 euro ricevuti dal (non troppo) laico stato italiano. Non male nemmeno quanto incassò Il foglio (1.201.463,75 euro). Decisamente molto più del Secolo d’Italia (780.472,85) mentre L’Unità (quella nuova) ricevette 2.664.633,13 euro.

A questo punto le conclusioni traetele voi. A me qualche dubbio sorge spontaneo: perché addossare alla collettività i costi di alcuni organi di informazione partitici? Perché ad alcuni quotidiani sì e agli altri no? La libertà di stampa (ammesso davvero che in Italia esista) è compatibile con dei finanziamenti pubblici?

Vive da sempre nella terraferma veneziana. Per cinque anni è stato Vicesindaco (con delega alle politiche culturali e turistiche) del comune di Mira. Laureato (cum laude) in Lettere a Padova ha collaborato per oltre un decennio coi quotidiani del gruppo editoriale Finegil (La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso), con La Repubblica e con Gente Veneta. Attualmente fa parte del collettivo redazionale della rivista Esodo. Si occupa di gestione del personale e della sicurezza presso alcuni musei veneziani. Nel tempo libero ama la montagna e le immersioni subacquee.