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L’Unione Europea deve essere aiutata a salvarsi prima di tutto da se stessa.

E’ evidente, infatti, come nonostante gli sforzi fatti in campo economico negli ultimi anni (patto Europlus, fondi salva stati, fiscal compact, operazioni monetarie, acquisto da parte della Banca centrale europea dei titoli di debito sovrano, facilitazione dei processi di fusione e di acquisizione delle imprese europee per consolidare l’importante paesaggio manifatturiero europeo) l’Unione Europea stia correndo il serio rischio di perdere slancio e intraprendenza.

“Uniti nella diversità”, rischia di diventare un motto, oggi troppo ambiguo, all’interno del quale il dualismo tra Unione e stati membri rischia di prendere forma concreta quando paesi con scarsa disoccupazione si aspettano dall’UE risposte diverse dai paesi con disoccupazione molto alta o quando chi teme le mai sopite mire sovietiche (fenomeno al quale i politologi russi hanno dato il nome di “rinascimento nazionale e tradizionale”) avanza richieste molto diverse da chi sente la minaccia dei migranti dall’Africa.

A ciò va aggiunto un fenomeno sempre più evidente di diseguaglianze sociali all’interno dell’Unione che si concretizza in diffusi fenomeni di dumping sociale che accentuano differenze tra democrazie più mature rispetto ad altre appena più giovani.

Il rischio che questi problemi assumano dimensioni ancor più grandi è determinato dal fatto che due aspetti cruciali della costruzione europea sono rimasti irrisolti.

In primo luogo, non è stata colmata la questione del deficit democratico e in secondo luogo le iniziative volte a coinvolgere i cittadini europei nei processi decisionali dell’UE sono scarsi se non addirittura inesistenti.

E’, quindi, interessante e doveroso, soprattutto per le giovani generazioni, interrogarsi su come uscire da una situazione nella quale le difficoltà economiche incontrate in questi ultimi anni hanno portato ancor più allo scoperto i limiti dell’Unione.

A tal proposito, se è vero che Parlamento Europeo e Commissione sono state istituzioni marginalizzate e che all’interno del Consiglio si è rafforzata soprattutto la posizione Franco Tedesca, è altresì vero che dal fronte del diritto europeo è giunta una novità importante dal punto di vista costituzionale, ispirata a un nuovo principio di solidarietà istituzionale.

Forse è proprio da un rilancio del diritto europeo che potrebbe trovare nuova linfa l’euro entusiasmo.

Sia chiaro, non un diritto come quello attuale, che oggi, come agli albori dell’Unione, si basa essenzialmente sulla giurisprudenza, ma di un diritto che cerca nuove soluzioni ispirate, come nel caso delle misure economiche descritte all’inizio, a nuovi principi di solidarietà istituzionale che, partendo ad esempio dall’art. 136 del Trattato sul funzionamento dell’Europa, impongono attraverso una serie di politiche comuni in materia economica, di risolvere insieme i problemi, nel caso specifico, posti dalla crisi finanziaria.

In altre parole, per recuperare la fiducia nell’Unione Europea e per risolvere i due nodi prima citati, bisogna ripartire dal diritto.

L’Europa deve, quindi, diventare lo sbocco di nuovi stati costituzionali attraverso l’adozione e il rafforzamento di metodi analoghi a quelli utilizzati per fronteggiare le difficoltà finanziarie.

Il sistema federale potrebbe essere la via per raggiungere questi obiettivi, ben sapendo che per uscire dalla crisi istituzionale si potrebbero vagliare anche altre proposte quali ad esempio: la costruzione di reali Stati Uniti d’Europa o l’affidamento a un direttorio composto dai paesi economicamente e politicamente più forti, della guida politica europea.

Il rischio è che la mancanza di iniziative concrete come, ad esempio, l’introduzione di Referendum europei, possa alimentare il già forte sentimento populistico antieuropeo e indurre all’infausto ritorno alla piena sovranità degli stati.

Un famoso giurista del novecento, Santi Romano, sosteneva che lo stato costituzionale fosse “una stupenda creatura del diritto” nella misura in cui può consentire a una comunità di individui di integrarsi in una polis.

Per raggiungere la piena integrazione servono non solo le regole giuridiche, di cui, come visto, l’Unione per certi aspetti è già dotata, ma soprattutto poteri e/o istituzioni in grado di realizzarli.

Inoltre, nel lungo periodo, sarà difficile, se non impossibile, sostenere una moneta unica senza politica economica europea (leggi Euro), una competizione fiscale tra stati basata anche sull’esistenza di paradisi fiscali all’interno della stessa casa comune (leggi Lussemburgo o Irlanda) o una sovranità dei diritti riconosciuti da alcuni e negati da altri (leggi unioni civili).

E’, quindi, necessario costruire non una semplice sommatoria di diritti, ma un più autentico stato costituzionale europeo per realizzare una comunità politica unita.

Solo così, quindi, l’Europa potrà avere un vero demos europeo, realizzando al contempo l’idea di Jean Monet (Memoirs, 1951) secondo cui: “Noi non coalizziamo degli Stati, uniamo degli esseri umani”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.