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La resa dei conti arriverà tra poco, quando diranno anche a Renzi che (tuttora) tre poli equivalenti si spartiscono, in tre parti pressoché uguali, l’elettorato italiano.

Uno di questi giorni, gli spiegheranno che secondo i sondaggi più recenti, il Paese si ritrova in una posizione molto simile a quella uscita dalle urne dopo le ultime politiche, nel 2013. Gli diranno che se si tornasse a votare oggi, un terzo dei voti espressi andrebbe al PD (o meglio, alle attuali forze di governo); un terzo andrebbe ad un ipotetico polo di centrodestra con Forza Italia, la Lega e Fratelli d’Italia; un terzo andrebbe, infine, al Movimento 5 Stelle.

Non è un dato di poco conto: a distanza di quasi tre anni da quella consultazione, che mise il Paese in uno stallo gravissimo, l’elettorato non ha mutato affatto il suo orientamento.

Allora Renzi farà una riflessione seria, e concluderà che è grave per il PD – che pure è al governo da tre anni  – non aver visto crescere di un punto il proprio elettorato. Ed è ancora più grave perché lui, Renzi, macina messaggi, promesse e fatti, che però non servono a nulla, perché il suo partito resta lì inchiodato alla possibilità di perdere, quando si andasse al voto.

Gli si accenderà finalmente una lampadina, al Premier. Per un momento sarà rossa, tipo spia di allarme grave; e poi diventerà una bella lampadina bianca, quando il Premier finalmente ammetterà che la palla che si porta al piede… è proprio il PD. Non potrà mica più tergiversare, davanti a quel misero 33,33% scritto nei sondaggi. Dirà chiaro finalmente che è il PD la zavorra che lo frena, e che il problema non sono i “dissidenti” (i vari Civati, Mineo, Fassina…), ma il corpo stesso del partito, che è fatto, anche nella stessa maggioranza, di uomini non suoi. Non do qui un giudizio di merito: non che siano cattivi, o peggiori, i tanti vecchi PD non renziani; ma per la nave di Renzi sarà sempre bonaccia, se per la gran parte i rematori stanno ai remi controvoglia.

Non so che cosa farà, il Premier, quando realizzerà che non sta andando da nessuna parte. Fossi io al posto suo, comincerei a preoccuparmi di questo preciso fatto: che il suo partito è ancora in mano quasi ovunque alla vecchia nomenklatura, che non emergono esponenti renziani, e che quindi lui, Renzi, si porta dietro il PD come un sacco pesante, da solo o aiutato dai pochi uomini “suoi”, dalla sua squadra stretta e fidata che però non innerva affatto il partito. Tanto meno sul territorio.

Non so cosa farà, il Renzi premier e segretario del PD. Potrebbe cominciare, ad esempio, dando un segretario al Partito. Sarà un suo uomo, ovviamente; ma almeno ci sarà un altro renziano a contare dentro al PD e nel Paese.

E nelle città? Gli elettori potranno premiare il PD di Renzi solo quando cominceranno a vedere un segretario comunale renziano, una squadra di consiglieri regionali renziana, un po’ di sindaci renziani. Esistono? In Veneto e a Venezia, ad esempio, ci sono esponenti del PD che possono dirsi “renziani”? Dovrebbero essere lì, in testa al gruppo, ben illuminati di luce renziana. Secondo me non ci sono, o comunque gli elettori non li vedono.

Per questo motivo – e anche Renzi ci sta arrivando – il PD è ancora fermo al 33,33%.

Veneziano per costumi, anche se non per nascita, ha cominciato ad osservare e a raccontare la città attraverso gli articoli e le inchieste di GENTE VENETA, di cui è stato caporedattore per dieci anni. Come portavoce del sindaco Paolo Costa, nei primi anni del Millennio ha seguito da vicino alcuni dei grandi progetti per il rilancio di Venezia, dalla ricostruzione della Fenice al processo verso la Città metropolitana, dall’idea del tram a quella della rete dei parchi urbani alla riorganizzazione delle Municipalità dentro il Comune unico. Dal 2005 al 2015 è stato il responsabile culturale del Duomo di Mestre, che ha contribuito a far crescere come luogo di elaborazione di culturale e di impegno civico attraverso eventi e convegni – dove ha portato Gianfranco Fini ed Emma Bonino, il cardinal Ruini e don Colmegna, Jacques Barrot e Vittorio Sgarbi, Massimo Cacciari e Philippe Daverio, Moni Ovadia e Oscar Giannino – e attraverso le pagine del giornale PIAZZA MAGGIORE. Gli stessi temi tornano nel suo blog www.piazzamaggiore.wordpress.it, e nel suo libricino “Venezia. Cartoline inedite”, pubblicato nel 2010.
Da qualche anno segue la comunicazione dell’Azienda sanitaria veneziana.
  • Adriano Ardit

    Questa, poi! Una riflessione agghiacciante. E’ Renzi a dover dare un segretario al partito, un “suo” segretario? Non se lo dovrebbero scegliere gli iscritti, attraverso un “vero” congresso come ormai non se ne fanno più da anni, sostituiti dalle Primarie? Se Renzi pensa davvero che il Pd, cioè il partito del quale è segretario, sia la zavorra beh, nessuno lo ha obbligato a candidarsi, può sempre scegliersi un partito che non percepisca come “zavorra”, se lo trova. Forse non ci sono esponenti renziani non per chissà quale potere della “nomenklatura”, a cui crede solo chi probabilmente in una sezione del Pd non c’è mai entrato neppure per sbaglio, ma più semplicemente perché la maggioranza degli iscritti non li vogliono. D’altronde all’ultimo congresso Renzi ha ottenuto meno della metà dei consensi nelle sezioni, sarebbe interessante verificare se il consenso è salito lì, tra gli iscritti, dov’era minoritario. Prima di straparlare sarebbe opportuno ricordarsi che il partito, nel suo nome, contiene ancora l’aggettivo “democratico”. Nonostante gli sforzi questo, Renzi, non è ancora riuscito a cancellarlo.