By

Ancora? Di nuovo con questa faccenda del crocefisso? Ebbene, pare proprio di sì: se ne torna stagionalmente a parlare. Dubito, per la verità, che la questione appassioni la maggior parte degli Italiani, anche perché,  a onor del vero, non credo proprio che oramai le pareti delle scuole italiane pullulino ancora, come un tempo, di crocefissi. Diciamo pure che ormai non ci sono punto e che quindi la questione si potrebbe chiudere qui. Pur tuttavia, c’è una quota non irrilevante di nostri concittadini (o vogliamo dire piuttosto di “abitanti” del nostro Paese?) a cui la questione sta parecchio a cuore. Ne parlo sotto Natale perché poi, e lo si vedrà, mutatis mutandis, il ragionamento si può appunto applicare anche al natale e alla questione dei Presepi in luogo pubblico.

E la questione sembra, per sua stessa natura, prestarsi ad una netta aporìa. Insomma, delle due l’una:  il crocefisso sulle pareti delle aule scolastiche o ci sta o non ci sta: non è che ci può stare così così, solo in parte, appena un po’…

E dunque le posizioni sembrerebbero inconciliabili e opposte. C’è da una parte chi sostiene che il nostro oramai è, o si avvia a diventare, un Paese multietnico (quantunque lo sia, per inciso, assai meno degli altri principali paesi europei) e che pertanto, per rispetto alle etnie altre e alle eventuali altre confessioni, bisognerebbe che sulle pareti delle aule scolastiche facessero la loro comparsa anche altri simboli religiosi: quelli dell’ebraismo, dell’islamismo, dell’induismo, del… confucianesimo e di non so io quale altra benedetta fede. Prefigurando in tal modo una condizione di sovraffollamento parietale che potrebbe quasi sfiorare il ridicolo.

Ma c’è anche chi, d’altro canto, sostiene invece (e io credo non a torto, almeno in linea di principio) che sulle pareti delle scuole pubbliche (pubbliche, s’intende) non debba essere affisso alcun segnacolo confessionale. Perché è ben vero che la nostra stessa Costituzione riconosce e tutela, tra le varie libertà, anche quella di professare qualsivoglia fede (con l’eccezione, si capisce, delle credenze che prevedono sacrifici umani e affini) oppure nessunissima fede, ed anzi, addirittura ha un occhio di riguardo e di tutela per le minoranze di ogni genere (linguistiche, etniche e… religiose). E’ vero.

Ma è altrettanto vero che le religioni sono pur sempre un fatto privato, quantunque collettivo, e non un fatto pubblico: “tutela” è una cosa, promozione o proselitismo  è un’altra. Nella scuola laica e aconfessionale, quale la scuola pubblica è per definizione, dunque, nessun simbolo religioso dovrebbe comparire.

Senonché, obietta una parte dei cattolici, ma non tutti (non tutti, grazie al cielo): l’Italia è un paese a maggioranza cattolica ed è giusto, per il rispetto dovuto a tale maggioranza (piuttosto silenziosa, peraltro, e in prevalenza non troppo professante) e per un comune senso del…  buon senso, che nelle “nostre” scuole campeggi in bella vista il simbolo della “nostra” religione.

A onor del vero questo non mi pare affatto un argomento sensato e nemmeno plausibile. L’idea che ci sia in Italia una maggioranza di cattolici (o anche solo di cristiani), può destare qualche legittima perplessità, a meno che il metro di giudizio non sia quello anagrafico dei battezzati (e cresimati, e via dicendo) oppure quello (certo assai più debole) di coloro che frequentano le chiese con la prescritta assiduità.

A filo di logica, tuttavia, non c’è che fare:  la presenza del crocefisso nelle aule delle scuole pubbliche è in realtà un arbitrio e un abuso, per quanto strano possa suonare tale affermazione alle orecchie di quelli della mia generazione (per esempio), che nelle aule col crocefisso appeso al muro ci sono cresciuti.

Pur tuttavia, mi chiedo se questa sia una questione in fondo vera e seria. Penso a me stesso: la presenza di un crocefisso  in un’aula, a me, che non sono affatto credente,  non disturba punto (e questo varrebbe, sia chiaro, per il simbolo distintivo di qualunque altra fede): non è che incida né poco né tanto sul mio modo di essere o sulle mie convinzioni. Ma sono certo che anche se ne avessi, di convinzioni religiose, non mi sentirei affatto offeso dalla presenza di un simbolo estraneo alle mie credenze.

E credo altresì che anche islamici o ebrei o buddisti o induisti che siano dotati di buon senso la pensino allo stesso modo e non siano poi così turbati al pensiero che nelle aule frequentate dai propri figli campeggi eventualmente in bella vista un crocefisso. Il quale crocefisso, oltretutto (se si prescinde dalla nutrita serie di nefandezze compiute dalla Chiesa, anzi, da tutte le Chiese e tutte le religioni nel corso dei secoli – ma per colpa di chi ne ha fatto uso e abuso a proprio arbitrio e tornaconto), se si prescinde da questo, dicevo, il crocefisso è in fondo un simbolo di pietà per gli ultimi e per i “poveri cristi” sempre “crocefissi” dalla vita e dalla storia, è un simbolo di amore e fratellanza, è un simbolo di pace tra gli uomini.  Al seguace assennato di quale religione può spiacere o disturbare tutto ciò?

Ma poi c’è dell’altro. Il crocefisso è anche un simbolo culturale, in Occidente. In Occidente, per esempio, si festeggia il Natale. Ma mica tutti (e nemmeno i più) lo festeggiano con riferimento al suo significato cristiano (o per ipotesi al precedente significato pagano della ricorrenza, quello del sol invictus…). Mica l’Europa pullula a dicembre di abeti con le palle e le luminarie  in omaggio alla nascita mediorientale di un ebreo, figlio di genitori non esattamente benestanti, in una terra di datteri, sì, ma probabilmente del tutto esente da abeti e consimili conifere.

Lo si festeggia per lo più perché è una tradizione, una ricorrenza, una cadenza dell’anno. Anch’io (e come me tanti altri) lo festeggio (sia pure moderatamente) ad onta del mio cordiale agnosticismo. E dunque? Che male c’è in questo? Lo stesso si può dire, io credo, per il crocefisso nelle aule scolastiche.

In definitiva: esserci, non dovrebbe esserci, il crocefisso, nei luoghi pubblici. Ma se c’è, nelle scuole, o non c’è (o se puta caso ci fossero anche altri simboli religiosi), ebbene?… Non ne farei francamente un dramma, una… guerra di religione. E qualcuno dirà sicuramenteche questa è solo una risposta per modo di dire, una soluzione che salva capra e cavoli senza risolvere nulla e via di questo passo. Che lo dica pure: anche questo è pressoché inevitabile.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.