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Siamo sempre più “smartphonici”, telematici, virtuali e supertecnologici. Siamo immersi in una rinnovata età positivistica. Eppure… Eppure molto spesso siamo tribali e primitivi come non ci si aspetterebbe da persone che vivono in un’epoca di perenne esaltazione della tecnologia (che si fonda sulla scienza, e quindi sulla ragione).

M’imbattei da ragazzo nella nota novella “La patente”, di Luigi Pirandello. Il protagonista, Rosario Chiàrchiaro, fatto oggetto di calunniose accuse da parte di due notabili del suo paese, li denuncia entrambi per diffamazione. Ma ormai l’ambiente in cui vive gli ha attribuito lo stigma di iettatore, con ciò che ne consegue in termini di danni materiali (la perdita del lavoro, le figlie che non riescono a trovare marito…) e morali (facilmente intuibili).

Perciò ad un certo punto Chiàrchiaro si ricrede, ribalta la prospettiva, e pretende dal giudice che vengano non condannati, bensì assolti i suoi calunniatori: in tal modo egli potrà indirettamente e implicitamente avere la “patente”, ossia la certificazione ufficiale di essere un menagramo doc, e potrà dunque imporre, almeno ai creduloni, un “pizzo” da iettatore, in cambio della rinuncia ad esercitare su di loro il proprio potere malefico, senza peraltro che su di lui gravi il rischio di accuse di estorsione.

Roba d’altri tempi, mi dissi quando lessi la novella: ma guarda un po’ che cosa poteva succedere a quell’epoca lì. Ho ascoltato poi di recente una trasmissione radiofonica sulla cantante Mia Martini (e siamo dunque nella piena modernità), la quale venne fatta oggetto di un’analoga forma di ostracismo  calunnioso (solo un cumulo di fandonie, naturalmente, per chi non crede a simili idiozie) da parte dell’ambiente in cui viveva e operava: discografici, colleghi cantanti, cameramen e altri ancora la evitavano accuratamente, la emarginavano, l’avevano messa al bando con l’infamante (quanto subdola e sempre soltanto sussurrata) accusa di essere una iettatrice.

Si ha un bel dire, poi, che si tratti solo di bùbbole e che a tali scemenze non valga la pena di dar peso: le conseguenze negative, però, sono assai sensibili: e anche materiali, non solo psicologiche. La verità è che la svariata umanità che ci circonda, pullula letteralmente di atteggiamenti superstiziosi, anche se non sempre devastanti  per gli altri (o per se stessi: si pensi alla sindrome del gioco d’azzardo).

Interrogandomi spassionatamente su questa ancestrale “dimensione dello spirito” (si fa per dire), ho dovuto però riconoscere che io stesso talvolta ne sono vittima, sia pure in forma solo latente: quando intercetto un carro funebre o affini, ad esempio, mi scatta la tentazione di toccare quei noti materiali o di compiere certi gesti che una diffusa tradizione considera scaramantici.

Mi è poi anche riaffiorato alla memoria come da bambino mi fossi confezionato da me medesimo delle superstizioni ad usum delphini, cioè non quelle di tipo canonico e ufficiale (lo specchio rotto, il gatto nero o, per converso, le lenticchie a capodanno e le stelle cadenti il 10 agosto). Erano invece delle superstizioni tutte mie, delle superstizioni d’autore, diciamo.

Immaginavo, per esempio, di dover procedere, specie negli ambienti chiusi (e segnatamente nella mia abitazione), come se avessi attaccato sul didietro un filo invisibile: ciò mi costringeva a ripercorrere, negli spostamenti domestici, all’incontrario, se non addirittura retrocedendo, gli stessi tragitti fatti all’andata, altrimenti il mio filo d’Arianna si sarebbe ingarbugliato e allora… Allora guai!

Oppure avevo deciso che molte azioni (ma in special modo il camminare) andassero da me compiute secondo un modulo triadico o ternario (o di multipli di tre): sicché facevo molte cose in maniera tale che fossero sempre riconducibili a questa sorta di processo tripartito e – guarda il caso – riuscivo sempre a fare in modo che i miei conti tornassero. Non saprei nemmeno più dire come esattamente ci riuscissi.

L’inclinazione alla superstizione, ad essere “superstiti”, cioè a salvarsi dall’oceano delle eventualità sciagurate del futuro (e parallelamente ad assicurarsi magicamente degli eventi per sé positivi) dev’essere certo profondamente radicata nei meandri più riposti e primordiali della nostra mente. Il futuro è talmente incerto e talmente gravido di possibili sorprese spaventevoli, che cerchiamo di placare la nostra ansia di domani abbandonandoci ad idiozie completamente prive di qualunque fondamento logico e fattuale.

Tutto ciò è in qualche misura accettabile, forse inevitabile, purché però non diventi la causa di vere e proprie sciagure (queste sì, reali) per gli altri (come si diceva all’inizio) o per sé (è il caso di coloro che vanno in rovina con il gioco d’azzardo puro). Se chiedo a me stesso cosa mi ha salvato da tale deriva irrazionale, devo rispondermi che è stata solo l’educazione e l’esempio dei miei genitori: l’invito alla ragionevolezza e al buon senso, il senso dell’equilibrio nei giudizi e nei comportamenti, il disprezzo per la credulità e per le convinzioni fondate sul puro nulla. Forse anche la scuola dovrebbe operare in tal senso. Ammesso che la superstizione non alberghi largamente nell’animo di molti insegnanti…

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.