By

Quand’ero ragazzino (parecchio tempo fa) si usava già la parola omosessuale. Cioè, per lo più la si sussurrava. Fanciulli e adolescenti (almeno quelli di famiglia borghese come la mia) avevano mangiato la foglia: gli adulti non gradivano che si parlasse di certe cose, meglio sorvolare, non stava bene, non era un argomento su cui fosse il caso di soffermarsi.

Sicché, come dice il noto comico che va attualmente per la maggiore, io mi chiedevo allora che specie di persone fossero questi benedetti “uomini sessuali”. Si usavano a quel tempo anche altri due sinonimi (oramai caduti dall’uso): il secondo peggiore del primo. L’uno era “invertiti”. L’altro era, con tendenziosa improprietà, “pederasti”, dove quel prefissoide “pede-“ non esprime certo la consapevole e consenziente intesa tra due persone adulte.

Da lunga pezza, ormai, si dice invece “gay”, un vocabolo che si favoleggia essere un acronimo, ma è più probabilmente derivante dall’antico provenzale (con significato piuttosto diverso da quello odierno). In entrambi i casi, si tratta comunque di una parola che, come al solito, ci viene dagli States, per il pernicioso provincialismo che c’induce ai prestiti lessicali anche quando non ce n’è alcun bisogno, perché la parola ce l’abbiamo già (che so, computer per calcolatore).

Ora non mi vorrei addentrare nell’articolata galassia gay (che si declina in varie fattispecie), sia per lo scarso spazio a disposizione, sia soprattutto per la mia ignoranza. Perciò mi restringerò alla tipologia, come dire, più nota e più alla portata dell’uomo della strada come me, cioè alla differenza tra genere e sesso. E per dirla più tonda, mi riferisco al caso di quelle persone che si ritrovano un corpo da maschi ma si avvertono e si percepiscono, dentro di sé, come femmine, ovvero a quelle altre persone che si sentono uomini dentro, ma si ritrovano una carrozzeria da donne.

Non è che ci voglia molto a capire (Musa del buon senso, ispiraci tu) che si tratta di una condizione, come dire?, non precisamente benvenuta e comoda, per non dire piuttosto che essa è, per sua stessa natura, causa di disagio se non di sofferenza acuta per chi ci si ritrova dentro.

Ma come se questo non bastasse, il comune “nonsenso” del pudore nel consorzio umano ci aggiunge pure il carico da novanta. E per quanto nelle società più evolute siano stati fatti progressi in direzione dell’emancipazione e della liberazione, in realtà la riprovazione nei confronti degli omosessuali, aleggia e serpeggia, come il venticello della calunnia, per ogni dove, nelle forme più varie della diffidenza, del disprezzo, dello scherno e ne aggiunga chi più ne ha.

Qual è la causa di tale diffuso e strisciante atteggiamento omofobo? Ad alcuni sembrerà ovvio ciò che mi appresto a dire, ma non è così ovvio per tutti, non per tutti. La causa è sempre la stessa: la paura. La prima paura dei più, dei cosiddetti etero (cui indegnamente appartengo), è quella di scoprire in se stessi che la loro famosa parte femminile (o maschile, a seconda dei casi) è molto più grande di quanto essi stessi non sospettino: di scoprire di essere dei “mostri”. Trattasi per lo più di risibili fobìe, ma quand’anche… Meglio sapere ciò che si è, che ciò che non si è, io credo.

La seconda paura dell’omofobia è quella che l’omosessualità sia una malattia contagiosa. Quanto a quest’ultimo aggettivo, basti considerare che, se così fosse, dal momento che l’omosessualità è esistita, ci consta, presso qualunque popolo, a qualunque latitudine e in qualunque epoca (e sempre esisterà, ci si metta l’anima in pace), da qualche parte essa si sarebbe di certo trasformata (se non fosse, come in realtà è, un fenomeno pur sempre marginale e minoritario) in una specie di pandemìa endemica, con conseguente crollo demografico e della natalità, fino magari all’estinzione d’intere etnie, se non di tutta la specie umana. La quale viceversa continua a viaggiare verso cifre miliardarie preoccupanti.

Ma qualcuno che non lo dice (però magari lo pensa) ha idea che il contagio non sia fisico, bensì morale: specialmente gli adolescenti, se  esposti a “cattivi” esempi e “cattive” frequentazioni, rischierebbero la “gaytudine” eterna. Ora, per quanto l’adolescenza sia o possa essere una fase d’incertezza sull’identità anche di tipo sessuale, nella generalità dei casi le cose poi si assestano rapidamente da sole e uno alla fine capisce da “che parte sta”. A volte per capirlo c’è bisogno di un aiutino specialistico e alla fine le cose si chiariscono. In un modo o nell’altro. Ma comunque meglio chiarirle che non chiarirle, no?

Quanto al sostantivo dell’espressione “malattia contagiosa”, dovrebbe ormai essere largamente noto (ma forse non lo è) che di malattia non trattasi affatto. Si dà il caso, semplicemente, che il “software” di Madre Natura non è poi così sofisticato come si crede, e non di rado produce risultati anomali (e non parlo di anormalità per le intuibili connotazioni negative che ha il termine). Così capita, che so, che uno nasca e cresca piccino e poi rimanga da adulto basso un metro e trenta. Ma non è per questo, vero, che (o Musa dell’ovvio e della tolleranza, vienici in soccorso) non è che per ciò stesso lo si debba o lo si possa considerare una persona “inferiore”?…

Il mondo è pieno di differenze che non sono né malattie né contagiose. C’è stato, vorrei infine aggiungere (e non a caso), in anni non recentissimi anche un fenomeno opposto, che i linguisti chiamerebbero di “ipercorrettismo”: ed ecco che in certi ambienti che si usa definire “radical chic”, guai a non avere qualche amico o qualche amica gay. E’ così trendy! Perché (specialmente da parte delle donne) si favoleggia che i gay maschi siano persone speciali, più sensibili dei maschi-maschi (s’intende). Beh, si capisce che una donna possa trovare per esempio una maggiore affinità elettiva con uomo che però dentro di sé si sente donna.

Ciò detto, tuttavia, sarebbe ora di piantarla anche con questa fanfaluche. Perché tra gli omosessuali, essendo essi ovviamente persone come tutte le altre, se ne trovano di ogni tipo: ci sono i cretini precisi, che se li misuri non gli manca niente, e ci sono le persone intelligenti, ci sono le persone sensibili e gli individui rozzi e ignoranti, le persone specchiate e i lazzaroni… e via di questo passo, con tutte le stesse identiche aporìe che si possono riscontrare presso gli eterosessuali. Perché (lo capirebbe anche un bambino?) quello che fa la differenza sono le persone e la loro qualità umana, non le preferenze sessuali o l’identità di genere.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.