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Condivido con i lettori l’estenuato fastidio (che è un eufemismo per dire che ne ho proprio le palle piene) per la piega da guelfi e ghibellini che ha assunto la polemica sulla legge Cirinnà. La quale si articola in due parti (“Capi”) ben distinti.

Uno riguarda la coppie etero (dagli art. 11 in poi) ovvero le convivenze di fatto. La legge prevede alcune disposizioni ovvie e ragionevoli, altre pleonastiche (perché già previste dal nostro ordinamento o comunque gestibili senza bisogno di una legge), altre discutibili come l’obbligo di pagare gli alimenti all’ex convivente (art. 19). Suscita qualche perplessità il campo di applicazione della normativa, stabilito all’art. 11 comma 1 Ai fini delle disposizioni del presente Capo si intendono per: «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. Cioè un’individuazione che non prevede un atto volontario (a meno che questo non sia richiamato dal comma 2 dello stesso articolo ma mi sembrerebbe un’interpretazione un po’ tirata per i capelli).  Il che sembrerebbe dare un’impronta fortemente invasiva alla disposizione: forse che un uomo e una donna che vogliono semplicemente convivere si ritroveranno quasi sposati (con addirittura l’obbligo degli alimenti in caso di separazione), anche se non vogliono?? Ma nonostante tutto, su questa parte della legge non c’è stata alcuna contestazione e si è registrata una generale condivisione.

L’altro Capo della legge riguarda le coppie omosessuali ovvero le unioni civili. Anche qui, per quanto riguarda il riconoscimento sostanziale alle coppie omo dei diritti di una coppia sposata, c’è una generale condivisione. E meno male, era ora. L’unico punto davvero e comprensibilmente divisivo, è l’art. 5 che estende il diritto del “coniuge” ad adottare il figlio del compagno anche nel caso di coppie omosessuali (la cosiddetta e famigerata stepchild adoption).

Ora, su questo specifico punto ci sono delle ottime ragioni per essere d’accordo con la Cirinnà ed altrettante ottime ragioni per non essere d’accordo (al punto che io per primo non ho un’opinione definita). Molto si è letto e sentito in questi giorni a favore e contro. E, qualunque sia l’opinione di ognuno, sarebbe (stato) bello che ciascuna fazione riconoscesse quantomeno la sensatezza ed il diritto di cittadinanza dei punti di vista della parte avversa. E ad alla fine si votasse a maggioranza come democrazia vuole, con libertà di coscienza dei parlamentari, senza polemiche.

Nulla di tutto questo. I fautori della stepchild adoption dileggiano la controparte con l’implicita (e non poi tanto implicita) accusa di oscurantismo culturale, con offese e con ironie anche divertenti ma spesso non rilevanti nel merito. Dall’altra parte postulati inflessibili e richiami ad una presunta legge naturale di cui la Chiesa sarebbe naturalmente l’unica interprete possibile. Un muro contro muro desolante che nega le ragioni dell’altro anche quelle molto fondate. Nega per esempio che un bambino, se resta orfano dell’unico genitore naturale, è meglio sia accudito dal compagno/a di questo piuttosto che essere messo in orfanatrofio, nega che oggettivamente la stepchild adoption apre la strada all’utero in affitto, nega che avere un padre e una madre e non due padri o due madri non è proprio un’aspettativa irragionevole, nega che tra bambino e compagno/a compagno del genitore non può non crearsi un vincolo di affettività che è difficile ignorare.. tutte buone argomentazioni (pro e contro elencate appositamente a caso) che sono state sommerse da un mare di bordate polemiche e di accuse reciproche.

E naufragar non è dolce in questo mare…

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.