By

E’ da poco passato il 27 gennaio, la giornata della memoria. Ora forse, a bocce ferme, qualche riflessione ulteriore su questa celebrazione non guasta. Il 27 gennaio è la data scelta dalle Nazioni Unite, nel primo novembre 2005, per commemorare le vittime dell’olocausto. Il 27 gennaio del 1945 fu il giorno in cui l’Armata Rossa raggiunse il mattatoio di Auschwitz e vi trovò, insieme a poche larve umane di superstiti, la incredibile macchina da sterminio messa a punto dai nazisti per “terminare” tutti gli Ebrei, in vista della “soluzione finale”. Ora, per inciso, si potrebbe anche sensatamente ipotizzare che il giorno della memoria possa essere  esteso ad altre etnie: essere cioè quello della commemorazione di tutti gli eccidi e i genocidi di cui è costellata la storia umana, nel passato remoto, recente e… presente. Ma lasciamo andare. 6 milioni di morti sono una cifra che fa la differenza, e dunque d’accordo, il giorno dedicato all’olocausto, alla shoah, ci sta, ci può stare.

Ma commemorare come? Apprendo da fonti certe che in molte classi e scuole si fa il famigerato “minuto di silenzio”. Orrore! Altro che silenzio: qui si tratta di parlare! E in effetti in molte scuole ci sono diversi insegnanti che parlano ai ragazzi dei campi di sterminio, del quasi indicibile raccapriccio di quei fatti e di quell’epoca. Affinché cose del genere non abbiano mai più a verificarsi. Eppure da fonti egualmente sicure so che alla fine, per la testa di molti giovani passa un’idea che suona più o meno così: d’accordo, una cosa orrenda, quella che accadde; ma in fondo è successa 70 anni fa. Poi è finita. Meno male che non si è ripetuta. Pace e amen. In qualche altra testa passa poi un diverso pensiero (e non sono i peggiori…): certo, un bruttissimo capitolo della storia dell’uomo, però… però se è successo una ragione ci sarà pur stata…

Ecco, è sul quel pericolosissimo “però” che si giustifica e si fonda la necessità non solo di “sapere” ciò che è stato, ma di “comprendere”, se non si vuole che si ripeta un simile orrore. E per comprendere bisogna retrocedere a tempi anteriori.

Il popolo ebraico è dunque l’etnia che comincia la sua odissea tra il remoto 70 d. C., con la distruzione del tempio di Gerusalemme da parte dell’imperatore Tito, e il 135, con le persecuzioni antiebraiche dell’imperatore Adriano: per stroncare definitivamente le ribellioni degli Ebrei contro i soprusi e lo sfruttamento economico dei Romani. E gli Ebrei fuggono dall’orrore della guerra e dello sterminio. Se ne scappano in città del vicino oriente o del vicino occidente. E’ la cosiddetta grande diaspora. A mano a mano gli Ebrei presero stanza e dimora in varie città delle terre attorno al Mediterraneo e si tennero generalmente stretti tra loro, come capita sovente che facciano gli immigrati, specie quando scappano da guerre e persecuzioni (come li chiamiamo, oggi? Ah, sì: profughi).

Ora, alle minoranze etniche capita sovente, nei Paesi e nelle città in cui si sono rifugiati, d’essere di tanto in tanto fatti oggetto di periodiche persecuzioni, specie se magari sono facilmente identificabili, che so, per il loro modo un po’ diverso di vestire. Perché il potere (gli uomini che lo detengono), quando le cose vanno male in un Paese, sono piuttosto inclini a distrarre l’opinione pubblica dai veri responsabili dei guai, dirottando gli odi sui capri espiatori di turno. Dagli all’untore! E così gli Ebrei nella loro secolare storia europea o orientale, subirono tanto spesso quanto non volentieri questi scatenarsi popolari di odio e di maltrattamenti (o peggio). Sono i cosiddetti pogrom. Naturalmente per dare addosso ad una minoranza ci vuole un nobile pretesto. E per secoli tale pretesto fu soprattutto l’accusa di “deicidio”: gli Ebrei avevano avallato e favorito la crocefissione e il supplizio di Cristo, del figlio di Dio! E pure i loro figli erano responsabili. E i figli dei figli dei figli, non si sa per quante generazioni. Complice in questo (a dir poco) la Santa Romana Chiesa Cattolica. E’ l’epoca dell’antigiudaismo.

Finché nell’Ottocento positivista e scientista, così come cambiava il “nobile ideale” del suo nuovo colonialismo, con cui gli stati europei andavano  a spartirsi l’Africa come una torta (per portare, s’intende, la civiltà e il progresso), l’antigiudaismo si trasformò in antisemitismo, e si prese a parlare di razze inferiori e razze superiori. I nazisti, dunque, sono arrivati “solo” buoni ultimi. Hanno “perfezionato” assai bene, certo, la persecuzione contro gli Ebrei, ma non è che proprio l’abbiano inventata loro. La propaganda anti-ebraica si alimentava ovviamente di varie fandonie. Una per tutte: quella degli Ebrei strozzini e ricchi. Ma anche le bugie, che deformano e travisano la realtà, debbono pur sempre avere un fondo di verità. In realtà nel medioevo cattolico il prestito a usura era vietato ai cristiani (che naturalmente pure lo praticavano, ma clandestinamente). Perché il tempo (su cui il credito ad interesse fa il suo lavoro) appartiene a Dio, e l’uomo non può disporne. Perciò lasciamo che lo pratichino gli Ebrei, visto che la loro religione glielo permette.

Ecco, vale la pena di precisare che il prestito ad usura non è, in sé, una mala parola. Al contrario è il motore dell’economia: tutte le volte che bottegai, mercanti e imprenditori di ogni ordine e grado hanno i loro capitali impegnati in strutture, macchinari e merci, tutte le volte che ad essi manca la liquidità per apportare migliorie o intraprendere nuove iniziative, ricorrono ai prestiti. Con loro giovamento, di norma: perché il finanziamento che hanno ricevuto è fatto per produrre profitti ben superiori agli interessi da rendere. Lo strozzinaggio e gli usurai sono ben altra cosa.

Certo, gli Ebrei delle varie comunità sparse per le città europee avevano una scarsa sicurezza sociale (il rischio di persecuzioni era latente e riaffiorava ogni qualche generazione) ed è dunque normale che cercassero qualche compensazione sul piano economico, nella ricchezza, per sentirsi più sicuri. Coi soldi, hai visto mai, si può magari “oliare” qualche funzionario perché la smetta di tormentarti, perché ti lasci in pace. Ma questo mica vuol dire che tutti gli Ebrei facevano gli usurai o che tutti fossero ricchi. Ce lo figuriamo? Erano, come tutti gli altri, anche commercianti, artigiani o… morti di fame.

Tutto ciò solo per dire, con la inevitabile sommarietà di questo breve discorso, che non basta “sapere” che c’è stato l’orrore del genocidio. Bisogna “comprendere” i meccanismi. Solo così si può nutrire la pallida speranza che quella degli Ebrei (come di altre “pulizie etniche”, alimentate sempre da pretesti vergognosamente falsi) non abbia a ripetersi più.

 

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.