By

Si durerebbe fatica, io credo, a trovare oggi un solo Italiano che non provi disappunto (per usare un eufemismo) a proposito di quello che guadagnano i politici. Tra stipendi, indennità, prebende, bonus, benefit, sconti, gratuità ecc. si tratta di cifre che gridano vendetta. Senza dire poi delle molteplici forme di corruzione, che si sono declinate negli anni (e che continuano a declinarsi) nelle modalità più svariate.

Ma restringiamoci al caso di quei politici che dovrebbero essere tali con la P maiuscola, in quanto nel loro operare sono i sommi rappresentanti del popolo sovrano e dei cittadini italiani – e mi riferisco ai parlamentari. La sensazione è che la famosa indignazione della gente non scenda in questo caso di troppi gradi. C’è anzi chi arriva a vagheggiare i bei tempi andati in cui i parlamentari non ricevevano proprio alcuna indennità ed esercitavano la loro funzione per puro spirito di servizio alla collettività.

Sennonché,  ciò di cui stiamo parlando è il buon tempo antico dello Statuto albertino, la costituzione del 1848 “ottriata”,  cioè concessa per cara grazia dal sovrano ai suoi sudditi. Ed effettivamente quella costituzione, ereditata dal regno dei Savoia e passata tale e quale  all’Italia postunitaria, nonché durata (almeno nella forma se non nella sostanza) fino al secondo dopoguerra repubblicano, era una Carta che prevedeva, al suo art. 50, che il mandato parlamentare fosse esercitato “senza indennità ed appannaggio” di alcun tipo.

Bella forza! Si dà il caso che a quell’epoca il suffragio era assai ristretto, su base censitaria: votavano, e di fatto erano eleggibili,  solo i ricchi. I quali, fossero essi professionisti, mercanti, agrari o banchieri, avevano pur sempre qualcuno che potesse badare ai loro affari, mentre essi erano affaccendati nel mandato parlamentare. Nell’Italia repubblicana è invece entrato in vigore il principio che qualunque cittadino, sia anche, che so, un operario (come di fatto è successo in più di caso) abbia virtualmente la possibilità di entrare in Parlamento. Da cui la sacrosanta e democraticissima normativa che prevede un compenso per chi ricopre quella carica (altrimenti come potrebbe sopravvivere?).

Ciò detto, c’è poi chi eleva anche un’altra vibrata protesta. E cioè che i parlamentari percepiscano  troppi danari, e che dovrebbero ricevere a un dipresso il trattamento economico di qualsivoglia dipendente pubblico. Mi spiace, ma dissento. I parlamentari hanno un incarico di altissima responsabilità e difficoltà: quello di elaborare e approvare le regole che valgono per l’intera comunità nazionale. Che essi percepiscano il compenso di un alto dirigente a me non solo non dispiace, ma lo trovo giusto e opportuno.

Ricordiamoci che un parlamentare, quale che sia la “fazione” cui appartiene, esercita il proprio ruolo “senza vincolo di mandato” (almeno sulla carta), ossia in rappresentanza, per nome, per conto e nell’interesse di tutte le decine di milioni di cittadini italiani, e non solo di quelli della sua parte. Che abbia uno stipendio alto, inoltre, è un possibile contravveleno (certo non decisivo, ma utile) al rischio che si faccia corrompere. In fondo, chi percepisce un alto compenso può anche permettersi il lusso, a differenza di un poveraccio, di resistere alla tentazione di farsi comprare.  E non saranno, d’altro canto, poche centinaia di stipendi alti (mi riferisco al numero dei parlamentari) che possano mandare in rovina il Paese, che possano incidere in misura significativa sulla situazione economica della nazione.

Ma qualcuno altro obietterà: mi disturba non poco che certe entrate finiscano nelle tasche di onorevoli di poco onore. E in effetti negli ultimi anni abbiamo assistito alla nomina (e di fatto all’elezione), da parte dei boiardi di partito, di soggetti assai poco plausibili: veline, signore di dubbi costumi e, quel che è peggio, alcuni veri e propri semianalfabeti (c’è bisogno di fare nomi?).  Inoltre, con le tristemente note “parlamentarie” telematiche, sono sbarcati in Parlamento individui che avevano raccolto un pugno di voti (poche migliaia), con i quali voti sono poi andati a rappresentare in Parlamento milioni di Italiani. Questi “cittadini” erano spesso estetisti, podologi, parrucchieri o rappresentanti di callifughi. Erano “la gente”.

Con tutto il rispetto per le anzidette categorie lavorative, va pur detto che dovrebbe essere richiesto un certo livello di competenze e di preparazione per andare a discutere e votare, con scienza e coscienza, le leggi che riguardano tutti i cittadini. Nessuno si sognerebbe di nominare, che so, un primario ospedaliero, a sèguito di elezioni cui partecipino i medici, i paramedici, i portantini e magari anche i degenti del nosocomio e i familiari degli stessi. Quello che serve sono le competenze professionali, non il favore popolare.

Ora, per i parlamentari le cose ovviamente non possono andare in questo modo: bisogna sicuramente che essi siano votati dai cittadini, altrimenti buonanotte alla democrazia. Purtuttavia, il possesso di certi  requisiti di conoscenze e competenze dovrebbe essere d’obbligo, dei paletti ci vorrebbero, un vaglio dell’idoneità non dovrebbe mancare. E dovrebbe essere un vaglio affidato non ai codici deontologici dei singoli partiti (che, ricordiamolo, sono pur sempre delle associazioni private) bensì ad una pubblica autorità.

Ciò detto, torniamo a noi, all’argomento dei compensi. A me sembra che una cosa sia palmare: stipendi e indennità non possono essere gli stessi parlamentari a stabilirli per legge, per la semplice contraddizion che nol consente, ossia per un lapalissiano conflitto d’interessi. Altrimenti, è giocoforza che i parlamentari (o chi per essi: perché il meccanismo decisionale è un po’ complicato e pure alquanto segretato) si stabiliscano da sé, e per sé (come è successo più volte in passato, spesso con maggioranze bulgare, indipendenti per giunta dal colore politico) ogni ben di dio: sconti, benefici, sussidi, vitalizi e via dicendo. Questo è l’unico tipo di legge che i parlamentari non dovrebbero potersi votare mai.

Dovrebbe essere dunque un organo terzo, nettamente separato e distinto dal Parlamento,  a stabilire come e qualmente vadano pagati i parlamentari. Ma quale Parlamento – mi chiedo –  voterà o voterebbe una legge siffatta? Forse nessuno mai. E allora che soluzione rimane? Rimane solo il referendum d’iniziativa popolare. Vorrà dire che, essendo dalle nostre istituzioni previsto solamente il referendum abrogativo, si dovrebbe votare tout court la cancellazione delle norme che consentono ai parlamentari di decidere da sé i propri compensi (cosa che farebbero volentieri tutti gli Italiani, immagino), di talché essi dovrebbero poi sbrigarsi a definire la creazione di un organo ad hoc per la bisogna, pena la sospensione di qualsivoglia entrata. Così forse potrebbe andare rapidamente in porto la faccenda e funzionare a dovere.

[ PER LA CRONACA… ( v. su Google “Chi stabilisce gli stipendi dei parlamentari”)

 Qualcuno si è mai posto l’interrogativo: ma chi decide quanto devono guadagnare i parlamentari? Se andiamo a guardare la legge, lo stipendio base di un parlamentare (quindi esclusi i numerosissimi benefits che sono compresi) è commisurato a quello del Presidente della Corte di Cassazione, ufficialmente perchè in questo modo non può succedere che i parlamentari possano aumentarsi lo stipendio senza controllo. Ma a decidere lo stipendio del Presidente della Cassazione è la Commissione Giustizia di Camera e Senato, riunita in sessione comune. E quindi, come si vede, sono i parlamentari stessi che decidono i loro stipendi. E – attenzione – decidono nel chiuso di una commissione, quindi senza dare alcuna pubblicità alla loro decisione. Così come, sempre in commissione, vengono decise le modifiche ai benefits, come per esempio la diaria per le presenze in aula (come se un operaio venisse pagato se si presenta al lavoro, ndr); oppure l’aumento delle somme destinate ai portaborse, che in genere vengono pagati quattro lire ed in nero, mentre i parlamentari ricevono fino a quasi 2000 euro al mese per ogni portaborse, col massimo di 4 portaborse per ogni parlamentare. E così via, l’elenco è lunghissimo e comprende sia benefici fissi (aerei e treni gratis, pranzi e cene al ristorante della Camera di appartenenza a prezzi scontatissimi e così via) sia quelli variabili (i parlamentari hanno una certa cifra per l’affitto dell’abitazione a Roma, per esempio, anche se abitano stesso in città). Bella vita gli facciamo fare con i nostri soldi, vero? E magari in cambio di saporiti pisolini, come vediamo nella foto qui accanto. ]

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.
  • Adriano Ardit

    “Che abbia uno stipendio alto, inoltre, è un possibile contravveleno (certo non decisivo, ma utile) al rischio che si faccia corrompere. In fondo, chi percepisce un alto compenso può anche permettersi il lusso, a differenza di un poveraccio, di resistere alla tentazione di farsi comprare.” Ahah, bella questa, dove l’hai sentita, al bar dello sport? Abbiamo una delle classi politiche fra le più corrotte d’Europa, e ai pirmi posti anche nel mondo, svegliaaa! Quanto al referendum, la Consulta (altro bell’organo da riformare) lo boccerebbe per la creazione, in caso di vittoria, di un “vuoto normativo” come già successo per altre benemerite iniziative.