By

Ci risiamo, evidentemente le sollecitazioni e le osservazioni che provengono da fuori lo disturbano alquanto.

Il Ministro Borletti Buitoni si permette di dire che Venezia è a rischio (sai che novità!?) e Lui immediatamente replica “ma no ti ga na casa a Milan?” quasi la non residenzialità in Comune fosse un elemento che inibisce a chiunque di potersi pronunciare.

Sarebbe sempre meglio farlo a ragion veduta e con argomenti solidi, proposte praticabili e suggerimenti concreti. Evitando le genericità e gli allarmismi inutili e fuorvianti.

Ma l’autorevolezza di un Ministro di per sé stessa dovrebbe suggerire almeno un approccio di disponibilità ad un confronto. Basato molto sul merito e moltissimo sulle scelte da prendere.

A me francamente il suggerimento di smuovere la Comunità internazionale e segnatamente quella Europea attorno all’obiettivo di fare di Venezia un centro per l’insediamento di alcune delle Istituzioni culturali continentali sembra una sollecitazione e un obiettivo degno di essere preso in seria considerazione.

Per tutte le ricadute che ne deriverebbero, in primis la spinta ad una residenzialità basata sulla produzione culturale e sul posto di lavoro.

Certo che chi è dotato di una visione poco più che provinciale fa fatica a sintonizzarsi su questa lunghezza d’onda. Gli viene più facile farsi paladino di un “Festival della satira”, che può anche starci, ma non sembra davvero una priorità.

Ce lo siamo sorbito grazie ad un’astensione record e un’evanescenza e inconsistenza del Centrosinistra che è ancora lì a gridare vendetta, ma questo illustre interprete della venezianità la Città, tutta la città, fatta di acqua e terra, la conosce come io forse conosco Mogliano (where is?).

E di rimessa il suo gruppo Fucsia, con la onorevole eccezione del consigliere Pellegrini, boccia una mozione del consigliere Ferrazzi che chiedeva esplicitamente di  “bloccare la trasformazione a Venezia delle destinazioni degli edifici da residenza a ricettivo-alberghiero, di impegnare il Sindaco e la Giunta ad approvare la variante al Regolamento edilizio che detti disposizioni finalizzate all’incentivazione all’uso residenziale degli edifici esistenti nei centri storici e ad approvare la variante allo strumento generale vigente (Piano degli interventi ai sensi del comma 5 art 48 della LR 11/2004) che modifichi per la Città antica le condizioni che determinano la possibilità di praticare il cambio di destinazione d’uso degli edifici ed attivi specifiche limitazioni alle destinazioni d’uso, in particolare a quella ricettiva che possano configurarsi come concorrenti al mantenimento della residenzialità nell’ambito del tessuto urbano”.

Con la scusa che l’autore di cotanta pretesa aveva utilizzato verbi ultimativi e poco disposti al dialogo (impegnare). Sic!

La coerenza vorrebbe che alle tante parole e alle tante promesse fatte in campagna elettorale si desse un minimo di consistenza e non si provasse a fare amministrazione solo sulle “piccole cose”, al di fuori di un disegno strategico per la Città. Che è di questo che bisognerebbe parlare.

In verità l’ultima seria “idea di città” era il frutto di un buon lavoro fatto dall’Istituto Gramsci agli inizi degli anni ’90 ed era supportato dal contributo culturale di quelli che sono stati i migliori interpreti di quell’epoca della politica cittadina: Cacciari, Costa, D’Agostino e altri.

E su quell’idea di Città si è vissuti di rimessa per molti anni. Il tempo e una buona parte di mancate scelte programmatiche e realizzative, di cui le successive Amministrazioni portano la responsabilità, si sono poi incaricate di svuotarla e di lasciare un grande rimpianto per le cose non fatte.

Non che i disegni strategici portino con sé molte certezze di realizzazione, e purtroppo ne abbiamo avuto le prove anche nelle ultime tornate amministrative (leggasi l’avventura e il relativo affossamento del Piano Strategico).

In generale la causa va ricercata non tanto nella supposta evanescenza delle strategie ma certamente nella scarsa adesione e condivisione del mondo politico tout court che ne rifiuta l’approccio proprio perché dovrebbe farsi carico di attuarne la progettualità sottintesa.

E attuarne la progettualità comporta certamente un’assunzione di responsabilità e una ricaduta che non si può mai misurare nel breve periodo, che è il misero traguardo a cui guardano tutti coloro che vanno a caccia del consenso facile e immediato.

Richiede la conoscenza intrinseca dei problemi, la fatica degli approfondimenti, lo sforzo legato alla ricerca della condivisione più larga possibile, e di conseguenza una disponibilità al confronto e alla ricerca del compromesso. Tutto frutto di un’azione che è la quintessenza della Politica.

E volete dirmi che Uno che programmaticamente si professa “né di destra né di sinistra” sa cosa voglia dire fare Politica?

Ma sono sicuro che ci stupirà con effetti speciali…