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Santa Margherita, il campo veneziano quasi ogni giorno, da anni, nelle cronache cittadine e perfino nazionali, non merita di perdere la sua vocazione di eccezionale luogo d’incontro; anche della notte, certo.

Stanno proponendo di spostare bar, locali e tutto quanto da un’altra parte.

E’ semplicemente sbagliato; e non solo perché anche a me, che lì a due passi ci abito da 30 anni, non piacerebbe che mi togliessero la possibilità di bere qualcosa con gli amici a mezzanotte. E’ sbagliato soprattutto perché è una pia illusione sperare che di botto la gente, giovane e non giovane, si diriga da tutt’altra parte in una landa solitaria che, per non recare fastidio, è isolata in una terra di nessuno. Perché è facile intuire che il fascino della cosiddetta ‘movida’ è lo stare dentro a un tessuto cittadino e non ai margini. E’ così a Campo dè Fiori a Roma e sui Navigli a Milano.

Qui non vorrei addentrarmi nella questione dis-ordine pubblico, degrado e delle soluzioni ad entrambi; anche perché onestamente non ne ho. Dico solo che fare socialità, bersi una birra o un drink e ascoltare musica può essere fatto senza eccessi  di alcun tipo e che uno stile diverso e civile va imposto con le buone; e con le meno buone se serve. Non si capisce poi perché dovrebbe essere meno grave sballarsi in un posto isolato solo perché non si crea disturbo sballando.

Se si risolve, e lo si può risolvere, il problema spaccio di droga e di overdose alcolica, insomma se si ripristina il campo di dieci anni fa in cui ci si incontrava senza alcun eccesso, il brusio di fondo di un migliaio di persone è sopportabile.

Questo campo è uno spazio prezioso perché si trova al centro, e vi dovrebbe restare, di una delle poche zone della città storica che mantengono vitalità sociale e vivibilità reale e, per questa ragione, riescono e resistere meglio alla massa turistica; che pure non manca, ma che per molte ragioni ha più difficoltà ad imporsi come ‘unica’ presenza.

E’ questa una zona, nella quale ho il piacere vero di risiedere, che ha un ben preciso perimetro; ai cui vertici idealmente metterei  Piazzale Roma da una parte, Il Rio di San Trovaso e il Ponte delle Meravege dall’altra in un senso; e nell’altro senso Campo ai Frari e San Tomà  da un lato e le Zattere fino a Santa Marta dall’altro. Oltre il perimetro, verso Rialto e verso l’Accademia ricomincia la città della monocultura turistica integrale. Dentro al perimetro invece ci sono le Università, quasi tutte o comunque molte sedi con il loro mondo; che non vuol dire solo studenti, ma anche docenti e personale lavorativo: Qui, nonostante non pochi spostamenti in terraferma, si mantengono ancora molte presenze direzionali pubbliche, dall’Inps all’Ater, dalla Regione, con Palazzo Balbi e alcune sedi operative, al Tribunale, con l’indotto di studi legali che si sta riposizionando attorno. E tutto ciò vuol dire molto. Cioè qui c’è anche gente normale che lavora, si prende il caffè veloce, fa la pausa pranzo, fa insomma di Venezia una città normale. Di qui infine transitano ogni giorno una bella fetta dei cosiddetti ‘abitatori equivalenti’ della città storica. Parolaccia tecnica per intendere coloro che dalla terraferma si spostano a lavorare ogni giorno in città storica. I dati ci dicono che sono ancora almeno 40.000 al giorno ( non turisti ben inteso). Metti che due terzi entrino con il battello o verso Cannaregio (altra zona di parziale resistenza), ma 8/10 000 passano a piedi per questo quadrilatero d’oro; basta mettersi in campo ai Tolentini ogni giorno nelle ore di punta, vedere per credere. E si capisce che anche questo normalizza la città perché gli equivalenti sono abitanti veneziani a tutti gli effetti, prendono anche loro un caffè, passano al volo alla Coop prima di rincasare, si fanno l’aperitivo in S. Margherita, appunto.

Poi ci sono i residenti della zona e si vedono meno finestre chiuse che altrove ( compresi i giustamente insofferenti residenti in Campo ). Non che le case costino poco, siamo nella media, solitamente molto alta a Venezia, cosa nota. Ma a parità di costi onerosi c’è più resistenza all’esodo perché è zona meglio servita e il gioco può valere di più la candela a starci. E ciò naturalmente dipende dal rimescolamento sociale descritto, che produce di per sé maggiori servizi, naturalmente rispetto alla media cittadina che è piuttosto mediocre. Ci sono, beninteso, chiusure di esercizi commerciali, ma anche riaperture interessanti. Una buona fetta di librerie cittadine è in zona. Il Campo, come ben si sa, non è solo movida degradata, ma è pieno di gente dalla mattina alla sera, ha banchetti del pesce e di verdure, macellerie con la coda di gente, bambini di ogni età che scorrazzano o sonnecchiano nelle carrozzelle e molto altro. In più se uno vuole andare al cinema o al supermercato in Terraferma impiega lo stesso tempo con cui arriva a a San Marco o a Rialto. Questo vale anche all’incontrario sia chiaro. I miei amici di Corso del Popolo non sacramentano se li invito a cena, come farebbero se stessi a Castello o anche solo alla Salute, perché in 25 minuti sono da me. Così come i ragazzi della notte. Vengono in gran parte da Marghera e da Mestre. Certamente è inaccettabile quello che fanno e perché lo fanno e sono sin troppo giovani, quasi adolescenti a volte, ma non possiamo dire che ci dispiaccia in generale ricevere in città storica pendolarismo dall’esterno per il tempo libero; anche questo normalizza la città, in qualche modo la metropolitanizza un pò, visto che tutte le metropoli o anche solo le città di media grandezza che si rispettano hanno flussi che si spostano da una parte all’altra e in ntutte le direzioni.

Al centro di questo quadrilatero c’è il Campo con la sua vitalità. E’ una vitalità che eredita una storia novecentesca importante di luogo popolarissimo, quasi una Repubblica indipendente nella città, bisognerà ricordarlo in un’altra occssione, raccontando cos’è stato.

Insomma S. Margherita e il suo perimetro che la circonda è il fronte occidentale, l’unico che può mantenere la città storica al centro di un sistema metropolitano.

C’è da dire che questa natura resistente alla turisticizzazione totale, è venuta da sé, per la posizione diventata nei fatti baricentrica di questa zona e non per un disegno strategico. Che invece ancora latita. A fianco del quadrilatero d’oro, sul fronte acqueo che si affaccia sulla terraferma, resta invece un’immensa area ancora totalmente disorganizzata che mescola dismissioni a sporadiche novità ed è in gran parte in mano all’Autorità Portuale. Se solo solo anche il fronte acqueo ( intendesi Marittima e Tronchetto), fosse finalmente strutturato con funzioni urbane centrali, in continuità con la zona storica che ho cercato di delineare; e se solo solo questo avvenisse anche sul fronte di terra in maniera definitiva, si creerebbe una saldatura urbana in grado di ridare senso all’asse che nel 1933 si è bene o male creato con la costruzione del Ponte della Libertà.

Ma questa è un’altra storia.

Per ora si mantenga S.Marghe, come gergalmente più di qualcuno oggi chiama il campo, con tutte le sue funzioni al centro di questo prezioso fronte ovest, risolvendo in loco e non altrove una volta per tutte il problema della notte e della sua scia di repulsivo degrado.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.