By

Tre mesi fa alcuni ragazzi di una scuola media di Torino sono stati sospesi per un giorno dalle lezioni per aver scattato e pubblicato su Internet, con gli smartphone, senza autorizzazione, le foto di alcuni professori. Niente di nuovo, purtroppo. Se ne parla poco, ma l’abitudine di portare il telefono a scuola e di produrre con esso immagini da lanciare in rete è molto diffusa.  C’è da parte di molti ragazzi un approccio – diciamo – leggero all’uso del cellulare. Sarà la giovanissima età? Forse, ma non si giustifica. È come se questi soggetti in divenire si sentissero sempre autorizzati a fare di tutto. È come se si rifiutassero di capire che vi sono alcuni luoghi – la scuola, per esempio – in cui non tutto è consentito e in cui occorre separarsi anche dagli oggetti più preziosi e indispensabili, per poter crescere e raggiungere risultati significativi.

Il telefono, per tanti ragazzi, è tutto. O quasi tutto. Faccio l’insegnante da molti anni e percepisco quotidianamente questo legame quasi viscerale. Qualcuno mi ha confessato di esserne addirittura dipendente. È mezzo di comunicazione, dispositivo di giochi, macchina fotografica, videocamera, ma, soprattutto, porta aperta sul mondo. È, come per tutti, strumento dalle infinite potenzialità. Ma non a scuola, diamine! Va bene tutto, ma non a scuola. Almeno in teoria. In pratica, però, a poco valgono i divieti imposti da professori e presidi. A nulla servono i regolamenti d’istituto che – ovunque ormai – penalizzano l’uso del cellulare negli spazi scolastici.

In occasione dei fatti di Torino, si sono aperti molteplici dibattiti su Internet e numerosi giornalisti si sono pronunciati.

Ho letto di tutto.

C’è chi si è chiesto se è giusto, di fronte a quella che “tutto sommato” è una bravata di ragazzi, infliggere pene così severe: la scuola, si sa, è autocratica per definizione, un tempio logoro e stantio, e i suoi sacerdoti sono vecchi parrucconi disancorati da un mondo che è in continuo mutamento. Qualche pregiudizio? Parliamone.

C’è chi è scivolato nello scontatissimo domandone: “ma ‘sti professori che cosa guardano?”. Certo, è vero: non sempre gli insegnanti riescono ad esprimersi nella nobile arte del cane da guardia; qualche volta sono costretti a far lezione! Non è per giustificarli, s’intende ma, capiamoli se di tanto in tanto smettono di fare i poliziotti. In fondo lavorano con dei ragazzi, non con dei detenuti.

C’è chi, addirittura, ha sfiorato il paradosso. Mi riferisco ai genitori dei ragazzi sospesi, che hanno denunciato i professori fotografati di nascosto e schiaffati su Facebook e Instagram, per aver violato la privacy dei loro figli, entrando nei profili di quei social network. È come se il ladro che mi entra in casa sporgesse denuncia contro di me per aver trovato la casa sporca e priva di quei confort che, invece, avrebbe voluto trovare! Oltre al danno la beffa, insomma.

C’è chi infine ha insinuato che tanta contrarietà da parte degli insegnanti a farsi riprendere durante la lezione in classe è ascrivibile alla loro coscienza sporca. Un professore impreparato non ama rendere pubbliche le sue performance didattiche. Può darsi. Esistono, però, tanti insegnanti che non hanno nulla in contrario a svelare al mondo la propria arte pedagogica, ma che potrebbero essere contrari ad una manipolazione dei file, che riproducono tali lezioni. E quando si varca un portale del web, si sa, è come entrare nell’Inferno dantesco: si perde ogni speranza e, soprattutto, non si torna più indietro!

Sarà corporativo il mio punto di vista, ma è avvilente per un insegnante impegnarsi nel lavoro, concentrarsi sul raggiungimento di un obiettivo, mettere in gioco le proprie risorse, per scoprire, poi, di essere stato dileggiato con disarmante superficialità, con cieca leggerezza. È ancora più avvilente, però, constatare quest’uso sempre più diffuso e indiscriminato dello smartphone. La verità è che ci troviamo di fronte a dei piccoli indisciplinati digitali ma, ciò che è peggio, siamo costretti a fare i conti con un imperdonabile analfabetismo educativo di cui si rendono colpevoli non pochi adulti. Chi, se non i genitori devono orientare tante giovani vite in età evolutiva? Chi deve indirizzare, imporsi e contenere anche con dei “no” che fanno male e spaccano petto e cuore? Chi deve dosare l’uso di quei  mezzi che possono, sì, offrire tanto, ma possono anche disarcionare con violenza dei soggetti ancora fragili e non del tutto strutturati? Domande retoriche, forse, ma, di sicuro, non inutili. Non si nasce genitori ma non si rimane per sempre figli. A volte ce lo dimentichiamo.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.