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Non mi appassiona, anzi mi urta l’indagare morboso sulle torture che avrebbero preceduto la morte di Giulio Regeni. E allo stesso modo mi infastidiva, a suo tempo, certo assiduo interesse intorno alla vita e alla morte di Valeria Solesin, uccisa al Bataclan.
Le due vicende, comunque tragiche, mi suggeriscono, piuttosto che curiosità macabre, una domanda più ampia sulle ragioni dell’impegno dei due giovani italiani fuori dal loro Paese, lontano dalle loro famiglie, dal quieto vivere, dalla carriera normale.
Parlo senza sapere, e forse solo per suggestione; ma dietro le vicende sicuramente inquiete, sicuramente diverse di Giulio e Valeria, io vedo due vite ribellate al degradato vivere delle nostre generazioni giovani.
Da padre, non vorrei mai un figlio o una figlia così lontani, e “so close to the edge” da mettere in gioco la vita, anche se in modo diverso. Eppure, mi sembra inevitabile, e quasi necessario, che i giovani siano presi da una ricerca che percorre strade diverse, e anche che provino una ribellione piena.
E’ un bene – arrivo a pensare anche questo – che esistano ragazzi che se ne vanno altrove rispetto ad una società che non dà loro né prospettive né sfide, e che mentre li riempie di nulla, affama metà del mondo. Mi stupisce che siano pochi, questi ragazzi che si tirano su le maniche, per lavorare per gli altri o per fare a cazzotti. Mi dico anzi che probabilmente sono molti e che siamo noi a non vederli, tranne quando accadono fatti tragici come quelli successi a Valeria e Giulio. Comincio a pensare che il nuovo Sessantotto, che mi sembra inevitabile, forse cammina sulle gambe di questi giovani irrequieti e “contro”.
E’ assurdo pensare che il loro partire, anche se li porta lontano e sul confine, è la giusta reazione di anime giovani verso un mondo squilibrato eppure immobile nel suo squilibrio?
Esagero se dico che Giulio e Valeria, e quelli come loro, sono i nostri giovani jiadisti, la risposta non violenta, ma comunque guerrigliera, che non può non crescere nelle nostre città? Inevitabile, il rigetto per le diseguaglianze, e per l’assenza di pace e di giustizia, deve scuotere i giovani: dalla parte di chi soffre, questo rigetto produce ribellione, e purtroppo anche terrorismo; nel campo di chi opprime, finalmente, si vedono persone – forse lo erano anche Valeria e Giulio – insofferenti e decise a smuovere lo stagno. Persone di sinistra.

Veneziano per costumi, anche se non per nascita, ha cominciato ad osservare e a raccontare la città attraverso gli articoli e le inchieste di GENTE VENETA, di cui è stato caporedattore per dieci anni. Come portavoce del sindaco Paolo Costa, nei primi anni del Millennio ha seguito da vicino alcuni dei grandi progetti per il rilancio di Venezia, dalla ricostruzione della Fenice al processo verso la Città metropolitana, dall’idea del tram a quella della rete dei parchi urbani alla riorganizzazione delle Municipalità dentro il Comune unico. Dal 2005 al 2015 è stato il responsabile culturale del Duomo di Mestre, che ha contribuito a far crescere come luogo di elaborazione di culturale e di impegno civico attraverso eventi e convegni – dove ha portato Gianfranco Fini ed Emma Bonino, il cardinal Ruini e don Colmegna, Jacques Barrot e Vittorio Sgarbi, Massimo Cacciari e Philippe Daverio, Moni Ovadia e Oscar Giannino – e attraverso le pagine del giornale PIAZZA MAGGIORE. Gli stessi temi tornano nel suo blog www.piazzamaggiore.wordpress.it, e nel suo libricino “Venezia. Cartoline inedite”, pubblicato nel 2010.
Da qualche anno segue la comunicazione dell’Azienda sanitaria veneziana.