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Ho sempre pensato che la fronda interna della cosiddetta minoranza PD a Renzi originasse quasi esclusivamente da motivazioni ed ambizioni personali. Renzi ha infatti letteralmente scippato il partito alla vecchia nomenklatura imperante (e, sia chiaro, questo va tutto ad onore di un partito che si è dimostrato contendibile attraverso meccanismi democratici), il tutto peraltro in un tempo brevissimo. È dunque comprensibile lo spaesamento che ha verosimilmente colto i vari maggiorenti che, abituati ad essere riferimenti ascoltati e autorevoli, si sono di botto ritrovati rottamati.

Ebbene, mi sbagliavo. O meglio, resta vero quanto sopra descritto ma c’è sicuramente dell’altro… mi sono persuaso che l’avvento di Renzi al Nazareno ha anche provocato una reale rottura di natura antropologica che dà una motivazione più concreta (e per certi versi più giustificabile) agli infiniti mal di pancia nelle file della cosiddetta minoranza PD.

Due le cartine al tornasole che mi hanno fatto cambiare idea, entrambe curiosamente relative ad un referendum: quello imminente sulle trivelle e quello del 2011 cosiddetto sull’acqua pubblica.

Sul primo rimando al mio precedente articolo: di fronte ad un referendum che non si doveva neppure fare e che in caso di vittoria del SI farebbe letteralmente buttare via denari e posti di lavoro, la posizione che ha preso Renzi è stata di appoggiare la scelta di non recarsi alle urne. Scelta doppiamente condivisibile (in questo mi differenzio dall’amico Vianello Moro su questa stessa testata..): sia politicamente perché il non voto certifica il dissenso rispetto alla celebrazione stessa di un referendum che non andava celebrato, sia tecnicamente perché “arruola” nelle file degli oppositori all’infausto SI anche la fisiologica e cospicua porzione degli astenuti.

Veniamo al secondo elemento di considerazione. Il Disegno di Legge sull’acqua in Commissione Ambiente della Camera (a firma Cinquestelle e Sinistra Italiana) che nelle intenzioni dei proponenti avrebbe finalmente allineato la normativa italiana a quanto deciso dai cittadini con il referendum sull’acqua pubblica del 2011 e che è stato stravolto da emendamenti PD (con l’appoggio esplicito di Renzi). Non mi addentro sulle complicate tecnicalità dell’intepretazione delle norme abrogate e di quelle in discussione e tento di ricapitolare in sintesi le posizioni che si contrappongono.

Da una parte Cinquestelle, i vari partiti di sinistra ed il Forum Acqua Bene Comune che rifiutano, sic et simplicer ogni ipotesi di coinvolgimento dei privati nella gestione degli acquedotti e si richiamano alla vittoria del referendum (in occasione del quale il PD, Bersani imperante, si era schierato con loro). Dall’altra il PD, a cui Renzi ha imposto una conversione a 180°, che si dichiara a favore del coinvolgimento dei privati ritenendolo indispensabile. 

Opinione sacrosanta. Valga per tutto una considerazione: anche gas e elettricità sono assolutamente beni comuni, ne’ più ne’ meno che l’acqua e sono tranquillamente gestite da società private, controllate da un’Autorità (l’AEEG), soggette a precisi standard di qualità del servizio (a cui è legato un meccanismo di premi e penali) e la tariffa riconosce e remunera gli investimenti. Tutto funziona ottimamente al contrario degli acquedotti, regno dell’inefficienza operativa ma preziosi poltronifici per politici in declino e clientes da sottobosco. Senza contare che gli investimenti necessari nel settore sono tanti e tali che l’ingresso dei privati (ovviamente remunerati il giusto) è inevitabile.

In entrambe le circostanze Renzi non si è chiesto cosa doveva fare per apparire di sinistra e lisciare il pelo al Partito, ma utilizzando un concetto proprio dell’utilitarismo, ha scelto ciò che porta il maggior beneficio al maggior numero di persone (il che, se vogliamo, dovrebbe essere la quintessenza dell’essere di sinistra..). È altresì molto interessante elencare cosa non ha fatto: non si è fatto impressionare dagli allarmismi sulla protezione ambientale (che non c’entra nulla) nell’affaire trivelle, ne’ blandire dalle sirene della retorica dell’acqua bene comune, ne’ dal ricatto del politically correct dello sfregio al voto popolare (nel caso dell’acqua pubblica) o dell’obbligo morale di andare a votare (nel caso del referendum trivelle). Insomma non ha fatto nulla di ciò che qualsiasi segretario del PD avrebbe fatto o detto in passato, perché, come un riflesso pavloviano, si sentiva obbligato a fare ciò che apparisse di sinistra. E tutto questo, in buona sostanza, portandosi dietro larga parte del partito e, soprattutto, dell’elettorato.

Questo è il capolavoro di Renzi: ha operato uno stacco epocale con il passato senza danni anzi trascinandosi un consenso notevole. E tornando a quanto detto in premessa,  rende comprensibili gli addii dei vari Civati, Fassina, D’Attorre, i mal di pancia di Bersani, l’avversione di Bindi, D’Alema o della Camuffo, perfino la perdita del proverbiale aplomb dello stesso Cuperlo. Tutti personaggi per cui sono cambiate di colpo le coordinate in un mondo in cui faticano a ritrovarsi. E a cui verosimilmente con le prossime elezioni non apparterranno più.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.