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E alla fine tutto si semplifica, anche troppo: sarà maschi contro femmine. Eliminati, o inglobati, gli altri concorrenti, ormai Donald Trump e Hillary Clinton si avviano a giocare la partita per le Presidenziali USA al livello più elementare, quasi primordiale: da una parte un candidato di sesso maschile, che del sesso e del maschilismo fa uno dei sui cavalli di battaglia, dall’altra una candidata di sesso femminile, che giocherà la sua fierezza “di genere” come carta decisiva per arrivare alla Casa Bianca.
A destra, Donald Trump è già sceso sponte sua ai gradini più bassi; per scelta, ha ridotto da subito la sua campagna elettorale ad una serie di slogan da caserma. Cambia il consulente per la comunicazione, cambiano i contesti, e magari lo stile si smussa un po’; però il filone è quello. E gran parte dei voti che riceverà li avrà conquistati proponendosi come “maschio”, e come “maschio dominante”.
A sinistra, la Clinton forse sperava di poter condurre la sua campagna elettorale su ben altri piani, facendo valere la sua competenza e le esperienze di governo, prima che la propria femminilità. Ma per certe delicate vicende legate proprio alla sua esperienza di persona di potere, e quindi per il progressivo indebolirsi della sua autorevolezza, alla fine non le resta altra scelta: punterà con forza sul voto delle donne (che non sopportano Trump), scommettendo sul rosa del proprio vestito molto più di quanto avrebbe immaginato di fare.
Benedetta America: è proprio vero che rappresenta il mondo e il genere umano più di quanto siamo disposti ad ammettere. Con meno infingimenti, con meno parrucche e parrucchini, gli Americani ieri si sono regalati il primo Presidente di colore, e domani si confronteranno sulla possibilità di avere il primo Presidente donna. La vedo già, la maratona delle ultime ore in attesa dell’esito delle votazioni: sui tabelloni, gli Stati conquistati da Trump si coloreranno via via di azzurro, mentre si accenderanno di un bel rosa speranza quelli che andranno alla Clinton.
Veneziano per costumi, anche se non per nascita, ha cominciato ad osservare e a raccontare la città attraverso gli articoli e le inchieste di GENTE VENETA, di cui è stato caporedattore per dieci anni. Come portavoce del sindaco Paolo Costa, nei primi anni del Millennio ha seguito da vicino alcuni dei grandi progetti per il rilancio di Venezia, dalla ricostruzione della Fenice al processo verso la Città metropolitana, dall’idea del tram a quella della rete dei parchi urbani alla riorganizzazione delle Municipalità dentro il Comune unico. Dal 2005 al 2015 è stato il responsabile culturale del Duomo di Mestre, che ha contribuito a far crescere come luogo di elaborazione di culturale e di impegno civico attraverso eventi e convegni – dove ha portato Gianfranco Fini ed Emma Bonino, il cardinal Ruini e don Colmegna, Jacques Barrot e Vittorio Sgarbi, Massimo Cacciari e Philippe Daverio, Moni Ovadia e Oscar Giannino – e attraverso le pagine del giornale PIAZZA MAGGIORE. Gli stessi temi tornano nel suo blog www.piazzamaggiore.wordpress.it, e nel suo libricino “Venezia. Cartoline inedite”, pubblicato nel 2010.
Da qualche anno segue la comunicazione dell’Azienda sanitaria veneziana.