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Andando in bicicletta per le stradine di certa bassa padana, talvolta addirittura all’alba, con l’aria frizzante, mi capita di passare accanto a qualche cascina. E vengo raggiunto dagli effluvi provenienti dalle stalle. Insomma, dall’odore del letame, che poi, sia pure con i dovuti distinguo, altro non è che il bouquet degli escrementi bovini.

Con mio grande stupore mi sono sorpreso a constatare che quell’aroma non mi dispiace affatto, anzi, lo trovo quasi gradevole, pur avendolo in passato sempre percepito come disgustoso. Il fatto è che la gradevolezza o sgradevolezza degli odori è una faccenda  in larga misura personale e legata anche agli eventi e ai momenti della vita. In che misura gli odori siano classificabili come puzze o profumi – a parità di odore – è insomma sia un fatto che varia da soggetto a soggetto (e persino dal momento della vita, e dalle circostanze) sia anche – come dirò – un portato della cultura, intendendo tale termine in senso antropologico.

Ricordo che da bambino mi mandava addirittura in visibilio l’odore della benzina (che ora non mi appassiona affatto):  e precisamente di quella che si versa nel serbatoio delle auto presso i distributori di carburanti. A quell’epoca mio padre aveva una 600 Fiat. Erano gli anni del miracolo economico. Credo che io andassi assai fiero di quell’utilitaria: da ciò, forse, l’associazione tra auto bella e odore tipico di una cosa bella.

Con questa prima autovettura del boom economico, spesso mio padre accompagnava il pittore Carlo Verdecchia in giro per casolari: andavano insieme a “pittare”, a dipingere paesaggi campestri ed affini. L’artista lavorava e mio padre faceva, con la propria idonea attrezzatura di pittore en plein air, l’apprendista stregone: imparava i segreti dell’arte. E capitava pure che talvolta i due mi portassero con sé.

Verdecchia amava molto dipingere, tra l’altro, le mucche e spesso si stabiliva addirittura all’interno delle stalle per ritrarre i suoi animali prediletti. Si compiaceva sovente di sostenere che l’odore delle stalle è buono. E mio padre rincarava la dose invitandomi a cogliere il retro-bouquet di liquerizia proveniente dalla paglia del letame. A me bambino, invece, pareva solo puzza, puzza di escrementi.

Parlando oggi con un dotto e fraterno amico (che oltretutto è anche medico) apprendo il perché generalmente agli umani non dispiaccia affatto l’odore delle proprie deiezioni corporali e dei più aerei prodotti della pancia. Ciò accadrebbe perché il bambino piccolissimo associa tale odore con la piacevolissima sensazione di sollievo che prova nel liberarsi dalla dolenzia del ventre dovuta alla presenza di gas intestinali e altri più materiali e laidi contenuti dell’intestino.

Ma perché dunque non sopportiamo, invece, (salvo rare eccezioni che non conosco) l’odore delle altrui deiezioni corporali che, per farla breve, di solito ci fanno ribrezzo? In fondo, sempre di escrementi e affini si tratta, no? Il dotto amico mi spiega che il motivo è che quegli odori sono specifici e inconfondibili per ogni essere umano: sono come le impronte digitali: ciascuno ha le proprie e sono diverse e inconfondibili con quelle di chiunque altro.

Capisco e non lo nego, ma obietto: così come le impronte digitali saranno, sì, tutte diverse l’una dall’altra, ma alla fin fine non si può negare che si somiglino molto, analogamente quegli odori corporali – me lo si concederà – si somigliano parecchio: in definitiva, pur sempre di “aroma” di escrementi si tratta.

E dunque io credo che la percezione degli altrui “odori” come “puzze” non sia solo un fatto individuale e personale, ma anche un fatto culturale. Si tratta infatti di odori che hanno a che fare l’intima e infima interiorità, con le funzioni “basse” del nostro organismo, funzioni pericolosamente prossime (almeno in senso anatomico) a quell’area del corpo dove hanno sede anche gli organi che riguardano la sfera sessuale, sulla quale gravano fortissimi tabù e interdizioni da tempo… immemorabile.

Sicché mi pare di poter concludere che se un odore è un profumo o una puzza non sia tanto la natura a stabilirlo, bensì piuttosto la cultura. Puzze profumi non sono un fatto oggettivo, sono un fatto culturale. E ciò vale, sia detto per inciso, per tutte le nostre percezioni fisiche (suoni, colori, luci, sensazioni tattili) e corporee, che siamo inclini a classificare sempre secondo categorie di giudizio in positivo/negativo, buono/cattivo, bene/male.  La verità – io credo – è  che tale “giudizio di merito”, ad onta delle eventuali caratteristiche oggettive, naturali ed intrinseche delle percezioni, sia inestricabilmente condizionato e “inquinato” dalla lente deformante (?) delle nostre esperienze individuali e di ciò che la “cultura” di un certo luogo e di un certo tempo classifica come buono o cattivo.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.