By

Politica e rapporti interpersonali. Un capitolo che si affronta poco, un racconto che si evita. Ma per me è consuetudine da un po’ di tempo.

Già da qualche anno ho pubblicamente appoggiato, nei limiti delle mie possibilità, ma sicuramente con una certa decisione, l’azione politica di Matteo Renzi. Né una non augurabile ma possibile prima vera sconfitta politica ai ballottaggi di domenica prossima mi farà cambiare, per ora, registro. Anzi.

Ebbene questa mia scelta ha sinceramente sorpreso molti che mi sono altrettanto sinceramente amici. Mi conoscevano come persona assegnabile in linea generale al variegato, ma ben individuato mondo della cosiddetta sinistra. E non sbagliavano.

Non ho un pedigree di militanza politica eclatante. Ho fatto svariati tentativi, aggregandomi di qua e di là, con molti periodi ‘sabbatici’ di ritiro individuale alternati ad altri di impegno diretto. Però la cifra e il mondo di riferimento erano quelli ritenuti di sinistra o percepiti come tali,  non c’è dubbio. Basti per tutto il mio esordio giovanile durato a lungo e legato al dissenso cattolico sfociato poi nel movimento “Cristiani per il Socialismo” e alla sua stampa come il periodico “Com Nuovi Tempi”. Era una militanza questa se vogliamo anche di sinistra radicale, qualcuno la diceva ‘cattocomunista’ e per un lungo periodo sono stato un orgoglioso lettore del Manifesto, testata che ancor oggi porta la dicitura ‘quotidiano comunista’. In seguito, smussato il radicalismo, la mia parte è stata comunque ancora quella, per tanti anni.

Certo nutro ( da sempre, peraltro ) molti dubbi sul fatto che tutto lo scibile e i giudizi e le scelte e i valori di tutto lo scibile siano divisibili con un lama affilata tra due categorie di cui una si chiama sinistra. Ma se devo riferirmi a quei principi generali che in ogni caso, giusto o sbagliato che sia, sono percepiti come principi “ de sinistra “, per me oggi questi restano in testa alla mia personale lista di priorità e di valori: giustizia, giustizia sociale soprattutto, diritti e parità di diritti, anche a livello planetario, sono ‘cose’ che continuano a guidare ancora, oggi come un tempo, il mio giudizio e il mio orientamento. Da questo punto di vista allora con i miei stupefatti amici continuiamo a stare dalla stessa parte, sono ancora uno di loro.

E pur tuttavia quei miei amici di fronte alla mia attuale scelta chiamiamola per brevità ( ma non mi piace punto) ‘renziana’ esprimono invece sinceramente il loro sconcerto, fanno intendere che non mi riconoscono più, non mi capiscono. Va da sé che, nonostante il suo e , come elettore, mio, partito sia insediato stabilmente in un’area politica che secondo la partizione tradizionale è comunque di sinistra – e in quale se non quella? -, curiosamente non assegnano all’attuale premier, e di riflesso ai suoi sostenitori come me, una seppur pallida patente di sinistra (la ripetzione e il bisticcio lessicale è obbligato dai fatti). Per questo conoscendomi i conti a loro non tornano. Non arrivano a darmi del ‘voltagabbana’ perché, sapendo chi sono, non mi assegnano un comportamento, quello del ‘voltagabbana’, che di solito è legato all’opportunismo; anche perché di fatto l’occasione diretta di essere opportunisti nell’attuale mio periodo ‘sabbatico’, che prevedo definitivo, non ci sarebbe neppure. Però nella sostanza il giudizio è quello che si dà a chi ha fatto un salto di campo, è passato dall’altra parte, tradendo i suoi valori di un tempo.

La recente questione referendaria sulle riforme istituzionali ha accentuato il giudizio e lo sconcerto ( loro).

Che dire? Personalmente la cosa mi colpisce non poco, un po’ m’imbarazza e mi mette a disagio perché quando incontro questi miei amici si finisce sempre per parlar d’altro, del meteo, di calcio o della ricetta del piatto che hai davanti quella sera; e se parli d’altro con chi hai sempre parlato appassionatamente quasi solo di politica e soprattutto con chi hai fatto militanza politica l’imbarazzo poi raddoppia, non è il semplice imbarazzo dell’ascensore che finisce quando si riaprono le porte, questo dura e non finisce; e un pò la cosa mi addolora per il legame profondo che ho con alcuni di loro, anche perché non ci troviamo in una condizione reciproca o simmetrica: infatti io continuo a ritenere questi miei amici coerenti e portatori degli stessi miei valori, né li considero in un campo avverso, come loro ormai fanno con me.

Perché questo è il punto.

Non voglio minimamente entrare qui ora nel merito della questione, né intendo spiegare qui le mie ragioni o interpretare quelle di altri.

Con questi miei amici dobbiamo solo prendere atto che stiamo imboccando vie diverse per raggiungere gli stessi obiettivi comuni, o meglio per avvicinarsi ad essi. Ma sono gli stessi obiettivi che ci hanno sempre unito. E non è una cosa da poco. I veri nostri avversari politici, quelli che per contrasto ci accomunano, stanno veramente in un campo avverso. Perché hanno valori o disvalori opposti ai nostri e non solamente strade diverse.

Non chiedo allora di condividere questo mio percorso, ma di comprenderlo e di accettarlo sulla base di quella fiducia che i buoni rapporti amicali hanno impliciti. E infatti io continuo a fidarmi dei miei amici perché tengo sempre conto della loro buona fede.

 

Una postilla finale che c’entra e non c’entra, ma un po’ c’entra.

Poco sopra ho corretto il termine ‘raggiungere’ gli obiettivi con ‘avvicinarsi’ agli obiettivi. Un bagno di realismo, forse anche dovuto all’età, mi ha convinto che sia politicamente preferibile ‘avvicinarsi’ ad obiettivi piuttosto che puntare a raggiungerli pienamente. Mi è capitato spesso di notare che il massimalismo del voler giungere a concretizzare un valore in pieno porta a non riuscire neppure ad avvicinarsi. E di fatto a rimanere più lontani di chi è riuscito solo ad avvicinarsi ottenendo qualcosa. Nella storia della sinistra questa lontananza tra principi enunciati e realizzazione concreta  è avvenuta sistematicamente, sempre, rivoluzioni incluse. Mi pare che una coerenza imperfetta ma concreta in definitiva sia preferibile ad una coerenza totale ma astratta e confermi il noto adagio che “il meglio è il peggior nemico del bene”. Dove per il ‘bene’ intendo il portare a casa qualcosa anche di limitato e parziale, ma comunque “qualcosa”. Per il ’meglio’ intendo  il libro dei sogni che non costa mai niente avere in testa, ma che messo di fronte alla realtà diventa come quella bolla di sapone che ho visto scoppiare davanti al mio nipotino l’altro giorno. Con massima sua delusione e stupore.

 

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.