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Trovarsi in vacanza in una città del Profondo Sud. Trovarsi addosso d’improvviso un attacco di lancinanti dolori addominali. Trovarsi nella necessità di correre all’ospedale più vicino. Trovarsi in un Pronto Soccorso simile a una bolgia dantesca.

Un Pronto Soccorso palesemente sottodimensionato rispetto alla domanda di un’utenza di ampiezza provinciale. Un Pronto Soccorso attraversato da proteste, lamenti, pianti, grida di dolore, liti ed alti guai. Un Pronto Soccorso in cui medici e paramedici sono quasi nell’impossibilità oggettiva di fronteggiare in maniera decente la domanda di assistenza. Un Pronto Soccorso nel quale ho trascorso, malamente accampato, un’intera nottata. Un Pronto Soccorso nel quale le attese sono state lunghe anche quando non era necessario che lo fossero: “Alla fine, mi ricoverate? C’è un posto libero? Il medico ha detto che c’è un posto libero in reparto. O c’è o non c’è. L’ha detto due ore fa. Non è che ci vogliono due ore per sapere se il posto c’è o non c’è…” Alla fine sei costretto a litigare pure tu.

E poi finalmente trovarsi ricoverato in un reparto di chirurgia d’urgenza. Trovarsi in un ambiente e in una struttura così fatiscenti e degradati da essere iatrogeni, altro che cure: ti ci ammali peggio. Trovarsi a pensare: ma che livello d’igiene può esserci qui dentro, stanti le condizioni in cui versano i gabinetti? Che livello d’igiene con materiale di ogni tipo accatastato lungo i corridoi? Come faccio a stare tranquillo sull’assistenza, se nei “bagni” devo andarci con lo zaino, perché non c’è sapone, carta igienica, salviette ecc. insomma niente, tranne la tazza e il lavandino (e l’acqua fredda, cara grazia)? E non c’è nemmeno la luce che funzioni a dovere, ma solo a singhiozzo. E non c’è la porta che riesca a chiudersi in maniera decente. Come devo sentirmi accudito e garantito se alzo la testa e vedo l’intonaco cadente e le macchie di umido, e gli infissi decrepiti, e le tapparelle sbilenche, e le pareti ammalorate, e le maniglie devastate, e tutto in stato di abbandono e d’incuria? E’ un ospedale italiano, questo, o del terzo mondo?…

Ecco, poi c’è l’assistenza. Ora, grazie al cielo, il Buon Signore le persone perbene le ha sparse dovunque, ad ogni latitudine e longitudine, sia pure con parsimonia. Ma la gran parte della gente, ahinoi, è invece rozza e insensibile, e d’animo piccolo. E quindi, appena può (ossia, se non c’è chi glielo impedisce), ne approfitta: ne approfitta per esercitare un meschino e pietoso potere sui più deboli. E chi sono i più deboli in un ospedale? Ovvio: i pazienti, per definizione. E chi sono i più forti in un ospedale? Ovvio: medici e paramedici. Loro hanno il “potere”. Hanno simbolicamente (e non solo) su di te il potere di vita e di morte. Dunque, se sei un cretino preciso (primario, medico o paramedico, poco importa) è inevitabile che tu sia tentato di approfittare un tantino di tale esaltante circostanza.

Ecco, cominciamo con infermieri ed infermiere. Fanno irruzione nella tua camera e, sebbene tu ti sia rivolto loro usando il “lei” (perché così t’hanno insegnato a fare mamma e papà, da bambino, con le persone estranee, per rispetto), loro ti apostrofano disinvoltamente con un “tu”, ti trattano sbrigativamente o con discutibile cameratismo, come un deficiente incapace d’intendere e di volere. E tu che fai, ci litighi? A due di loro ho detto: “Senti, va’, facciamo che siamo amici e ci diamo del tu? Ma sì, dai, che è ‘sto ‘lei’ esagerato. E guarda, già che sei qui, sistemami un po’ la flebo che il liquido scende male”.

I medici invece si distinguono per l’elevato grado d’imbecillità civica e di arroganza medievale. Tranne le solite mosche bianche, s’intende. Perché, come detto, le persone perbene ci sono dovunque. Ed ecco  dottori che si aggirano in crocchi o in confabulanti coppie sottobraccio, per corridoi e stanze d’ospedale, con l’aria di feudatari in visita ai loro possedimenti. Ecco che ti apostrofano con frasi del tenore: “Beh, Mario, oggi come stai?”. Mario a me? Per non dire del “tu”!  Ma che, siamo parenti, ci conosciamo? Poi tu cominci a rispondere alle loro domande e loro si distraggono, non ti ascoltano, si rivolgono all’infermiere perché gli viene in mente qualcosa. Quando gli chiedi alla fine qualche lume sul tuo caso, ti rispondono in modo evasivo, a monosillabi, ti concedono solo qualche stentata chicca della loro dottrina, quasi tu, povero degente, fossi anche un povero demente e non fossi per definizione in grado di comprendere alcunché della loro Scienza Medica, quasi fosse inutile parlare con te dei casi tuoi; è il medico che sa, e tanto basta. E non ho usato sin qui un plurale intensivo parlando di medici: è un plurale reale.

Ma se invece questi analfabeti del senso civico li mandi energicamente in quel posto che dice Beppe Grillo, ecco – miracolo – che restano basiti, prima, e poi cambiano atteggiamento. E’ che non ci sono abituati troppo, qui, nel Profondo Sud, i Signori Medici ad essere mandati in quel posto: sono abituati invece alla tipologia del paziente-suddito. Ma se i pazienti cominciano a perdere la pazienza, anche i medici tronfi e spocchiosi cominciano, si vedrà, a darsi una regolata.

In ogni organizzazione, gli imbecilli (cioè i rozzi, gli arroganti, gli omuncoli che credono di avere in mano un pezzettino di potere e non un pezzettino di responsabilità nello svolgere un servizio), in ogni organizzazione, e forse nell’universo mondo, gli imbecilli pullulano e predominano numericamente. Se non c’è qualcuno che mette loro dei paletti (per esempio chi li dirige o l’utenza che li controlla) è la catastrofe.

Il racconto delle anzidette micro-nefandezze ospedaliere potrebbe arricchirsi d’innumerevoli dettagli. Lo chiudiamo qui per carità di patria.

 

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.