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Sindrome della promiscuità. Uno.

Di fronte allo stabilimento balneare, a poca distanza dalla riva, sorge un’isoletta, o piuttosto un isolotto, dove spesso ormeggiano barche. La si raggiunge anche a nuoto. Mi fermo a metà della traversata. Guardo verso la riva: è affollata di bagnanti. Poi guardo verso l’isola, che ora, in pieno agosto, pullula di cabinati e yacht all’ancora: tutti gomito a gomito. Ma se uno ha la ventura – mi chiedo – di possedere un siffatto natante, non dovrebbe cercare una qualche baia o caletta tranquilla, stante il privilegio, riservato a pochi, di non doversi accalcare sulla battigia insieme a tutti gli altri vacanzieri plebei? E invece no: si vede che anche molti del “ricco vulgo” si sentono a disagio se non possono godere dell’asfissiante prossimità dei propri simili…

 

Sindrome della promiscuità. Due.

Festa grande nel piccolo borgo marino, in pieno agosto, a devozione della Madonna di non so che cosa. Anche a mezzanotte il corso principale è zeppo di bancarelle traboccanti della solita paccottiglia estiva per turisti, nonché di chioschi e stand che offrono le solite frittelle maleodoranti d’olio cotto e le solite porcherie alla brace. I villeggianti (nota bene) non solo in prevalenza non acquistano alcunché, me nemmeno si soffermano a contemplare la varia mercanzia in esposizione, spinti come sono dal flusso della calca e tutti intenti a guadagnare pochi metri in una direzione o nell’altra. Nelle vie limitrofe, il deserto. Nei paesi circostanti, dove non c’è la festa, il deserto. Tutti sono accorsi al grande evento dello zucchero filato e delle salsicce ai ferri. Vien da pensare che villeggianti e gitanti siano talmente avvezzi alla ressa delle metropoli da cui provengono, che non possono farne a meno, versano in crisi di astinenza: senza un rigenerante e sudato bagno di folla, non si sentono a proprio agio…

 

Pubblico esercizio.

Località balneare. Raggiungo la rinomata (e sedicente) pasticceria siciliana, spesso gremita di clienti (e fatturati estivi), per prendere un caffè. Chiedo della toilette. “E’ lì fuori. Le chiavi sono nella toppa”.  Ma la serratura non funziona. Dopo aver espletato le mie funzioni corporali, mi accorgo che manca la carta igienica, ma per fortuna sono previdente e ho ciò che occorre alla bisogna. Per curiosità, controllo pure il bagno delle signore: anche lì manca la carta igienica. Da coscienzioso avventore, segnalo alla cassa che la carta igienica è “finita”. “No, – mi risponde la cassiera – non ce la mettiamo apposta; abbiamo avuto qualche spiacevole inconveniente…” Forse un rotolo trafugato, mi chiedo? O magari una tazza intasata da troppa carta igienica?… Inconvenienti – rifletto – del rischio d’impresa, trascurabili a cospetto dei lauti guadagni estivi della super-pasticceria.  “Ma – prosegue la cassiera – la diamo a richiesta, la carta igienica”. “Però immagino – obietto io – che almeno la metà degli utilizzatori si avveda della mancanza della carta igienica a cose fatte. E allora che fa, esce dalla toilette col c. sporco e va alla cassa a chiedere un rotolo (magari dopo aver fatto la coda)? E poi, scusi, lei mica mi ha chiesto, prima che  mi dirigessi alla toilette, se per caso (?) mi occorresse la carta igienica. Oppure toccava a me sincerarmene prima di entrare, che la carta ci fosse?…” La cassiera allarga le braccia. Le allargo anch’io, ma per altro motivo.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.