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Leggevo giorni fa un articolo in cui il filosofo Umberto Galimberti esortava gli insegnanti a un uso moderato del computer a scuola. Secondo il professore un uso eccessivo di questo potentissimo mezzo reca in sé i pericoli di un indebolimento del pensiero critico. Sempre a suo dire, computer e web, se non opportunamente gestiti, rischiano di essere responsabili di un apprendimento nozionistico, perché non supportato da un confronto mediato dal linguaggio e dalla cooperazione. Un apprendimento cieco ed esangue, insomma, che non passa dalla vita reale ma solo da una proiezione di quest’ultima e che si basa su una nuova forma di analfabetismo, quello affettivo. Ho riflettuto a lungo su ciò che ho letto. È tutto molto interessante e condivisibile. Tuttavia, occorre ribadire (forse non lo si fa abbastanza) qual è l’approccio che la scuola deve avere con web e computer.
Appartengo a una generazione, quella degli ultracinquantenni, che ha assistito incantata alla diffusione delle tecnologie. Ho compiuto, devo ammettere, non pochi sforzi per abituarmi a un modo di lavorare e di fare ricerca diverso da quello che mi aveva accompagnato per diverso tempo. Ma che soddisfazione scrivere e conservare il foglio sempre pulito e immacolato, senza gli inestetismi delle cancellature; non avere neanche il tempo di nutrire, che so, un dubbio, una curiosità, e trovare in men che non si dica una risposta, un chiarimento, un lume, nello sconfinato mondo di Google; avere sempre tutto in ordine e dire addio a carte e cartacce che un tempo regnavano sovrane sulla mia scrivania! È più di un quarto di secolo che le tecnologie sono entrate nella mia vita professionale e, sinceramente,  non potrei più privarmene.
Il professor Galimberti sostiene che i nostri studenti,  i cosiddetti nativi digitali, non hanno bisogno di usare il computer a scuola perché non hanno nulla da imparare nel settore dell’informatica: ne sanno più di noi. Ho molto da dire sull’espressione “nativi digitali” (che non è del professore, ma che tutti usano, ormai, con insistenza). Se per nativo digitale s’intende ragazzo dotato di  familiarità con la tastiera, buona capacità di scaricare applicazioni e programmi, ottima destrezza nel saltabeccare da un sito all’altro, intuito e intraprendenza nel risolvere un problema, chattare contemporaneamente su tre social network e intanto lanciare su YouTube un video, magari (ahimè) girato in classe, non ho nulla da obiettare. Peccato però che spesso siffatti geni giungano a scuola privi di alcune fondamentali competenze. Io, che sono invece un’immigrata digitale, m’imbatto spesso in ragazzi che non sanno come si archivia un file, non lo sanno nominare, non sono in grado di creare una cartella per inserirvi i propri documenti, non sanno svolgere una ricerca. Ed ecco che mi ritrovo infiniti file di word senza nome sul desktop, documenti sparsi su tutte le unità del computer, pagine e pagine di Wikipedia incollate senza alcun criterio. Detto ciò, più che parlare di “nativi digitali” parlerei di “selvaggi digitali”, abili smanettoni,  veloci praticoni non sempre in grado di categorizzare le proprie competenze informatiche, depositari di un sapere tanto veloce quanto effimero. La scuola, allora, ha lo scopo di dare quell’alfabetizzazione necessaria a muoversi  nel campo del sapere, e il computer, con le sue applicazioni online, altro non è che un attento, un potentissimo strumento per esplorare, sperimentare, criticare, conoscere.

Il computer a scuola non è un gioco che riproduce i momenti di svago domestici. Non è la porta d’accesso a un mondo senza regole e senza limiti. È uno strumento e, come tale, deve essere controllato e dosato dagli adulti, in questo caso gli insegnanti, perché si attivino conoscenze. Se abbandonati a se stessi, nel migliore dei casi, i ragazzi produrranno nozionismo e annegheranno nella solitudine. Nel peggiore, metteranno in moto dei meccanismi pericolosi dall’esito imprevedibile e per nulla scontato.