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Esiste oggi un’ opposizione ‘moderata’ al regime di Assad? I fatti di Aleppo degli ultimi anni dimostrano in modo tangibile e drammaticamente evidente che questa realtà non esiste più, da quel lontano 2011. Né ad Aleppo, né in Siria.

Quell’opposizione laica e pacifica non ha più voce da tempo, è rimasta schiacciata e oscurata dopo  le prime proteste del 2011 dall’intervento militare di quei gruppi armati che hanno usato strumentalmente questa sommossa popolare per perseguire obiettivi politici  e strategici che con le ragioni concrete della popolazione siriana non hanno mai avuto alcun legame. Nessun siriano avrebbe mai voluto un cambio di regime al prezzo che si è pagato in termini di morti, distruzione ed emigrazione forzata. E si continua a combattere.

Se oggi nove persone su dieci non capiscono cosa sta succedendo in quel paese, non capiscono perché Aleppo sta andando in brandelli, perché Palmira è tornata in mano a Daesh, perché Al Nusra va comunque bene e Daeshè il male, per tutta questa confusione la colpa è di chi ha fatto informazione (leggi: propaganda) in questi cinque anni, e non ha spiegato la ‘semplice’ realtà dei fatti.

la Siria sta morendo per un calcolo sbagliato, per una previsione errata. Il ‘regime change’ non c’è stato come si immaginava. Il dittatore non è caduto con la facilità vista nella Libia di Gheddafi del 2011. Si è interposta in questa prospettiva una resistenza non prevista , sono entrati in campo attori nuovi (Russia e Cina soprattutto) che hanno frenato una defenestrazione che sembrava imminente.  E dopo cinque anni, trecentomila morti e sei milioni di profughi, il risultato finale è Aleppo: gruppi di ribelli lasciati soli a morire, armati e addestrati per una causa che era già persa da tempo, allungando un’ agonia per la città e per chi ancora la abita, devastante. Una guerra, quella siriana, che la NATO e gli stati alleati non hanno mai davvero voluto affrontare (e per fortuna, altrimenti i danni sarebbero stati peggiori), mandando altri a fare il lavoro sporco per conto terzi.

Il risultato più drammatico sarà il dopo Aleppo, come il dopo Mosul in Iraq (se sarà liberata) . Che ne sarà di questa schiera di ribelli? Lo scenario lo abbiamo già visto nell’ Iraq del post Saddam, e nella Libia del post Gheddafi, ovvero un’ ulteriore radicalizzazione delle opposizioni islamiste e il rafforzamento del terrorismo. Assad e Putin, Hezbollah e Pasdaran non avranno vinto conquistando Aleppo. Vinceranno se sapranno riconquistare quella parte di popolazione annichilita dalle bombe (soprattutto le loro), e se sapranno ricostruire un paese devastato e abbandonato. In sostanza non avranno mai vittoria. La triste realtà è che hanno  perso tutti.

Ad Aleppo e in Siria non ci sono buoni o cattivi. Esistono obiettivi politici che pur di essere raggiunti sono sacrificati sulla pelle della gente, costretta a lasciarsi morire nella città in cui vive, o a tentare una fuga che spesso coincide con un suicidio. Non esistono angeli e demoni, solo demoni, che pur di perseguire il loro personale obiettivo politico , mettono in campo la peggiore violenza pur di strappare qualche metro in più di territorio. Da una parte i ribelli (obiettivi spesso diversi tra i ribelli stessi, ma accomunati dall’ abbattimento del regime), dall’ altra il regime. Chi fa peggio? In queste ore si discute se stare dalla parte di uno o dell’atro. Partigianeria imbarazzante, ma siamo arrivati anche a questa becera tifoseria da stadio, pur di non usare quella speciale qualità (il raziocinio) e quella strana e complessa virtù (la diplomazia) che distinguono la specie umana da quella animale.

Per l’ennesima volta, i calcoli sbagliati da una parte e la risposta devastante della violenza dall’altra, hanno portato a un deserto che chiamano pace. Il conflitto armato, ribelle e lealista, non ha portato a null’altro che al vuoto materiale e spirituale di un paese irrecuperabile. Da nessuno. C’è da riflettere e chiedersi come sia possibile che solo il Papa (che a confronto di De Mistura sembra il più grande diplomatico vivente), come rappresentante politico e spirituale, unico e solitario, abbia percorso una vera via di pace inascoltata, inviando il proprio ambasciatore a Damasco a mediare col regime. Inutilmente. Una pace che nessun attore in campo ha mai davvero voluto. Nè Russia, nè USA, né prima né ora.

Pietro Rubini abita a Padova. Si è laureato in Filosofia e lavora per una cooperativa sociale in qualità di insegnante/tutor (DSA). Oltre a Luminosi Giorni scrive e collabora con altre testate web.