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Se c’è un argomento che rischia di portare comunque a risposte populiste, è il tema della povertà, dell’assistenza a chi non ha, dell’elemosina. Di fronte al povero, la nostra è sempre una reazione “semplificata”, radicale. E’ inevitabile, perché la provocazione di una persona che ci sta davanti e stende la mano, e chiede, è come uno schiaffo: ci si presenta, negli occhi di chi chiede, tutto il mondo povero, tutta l’ingiustizia del vivere, e tutta la nostra impotenza. Anche per questo la reazione è una risposta radicale: rispondiamo con un obolo, impietositi, e questo nostro gesto ci fa sentire già tra i santi; oppure tiriamo innanzi e allora, per giustificare quell’euro che ci ballava in tasca e che non abbiamo voluto tirare fuori, sale alle labbra tutta la cattiveria che abbiamo dentro.

Davanti al povero, la risposta dell’uomo comune è bianca o nera, sì o no, sempre comunque banale.
Davanti al povero, invece, credo ci si debba sforzare per pensare risposte articolate. Più articolate. Prima di tutto, non ci si può aspettare le stesse risposte da soggetti diversi. Per questo, sull’idea di una “cittadella della povertà” è normale, anzi è positivo, che giungano reazioni differenti dal singolo e dalla collettività, dalla Chiesa e dall’amministrazione civica, dai cristiani e da chi non crede, da chi sta bene e da chi fatica a sbarcare il lunario.
Chi deve fare sintesi, poi, con intelligenza, è il pubblico amministratore, con una risposta che non può essere né quella del singolo – che deciderà per sé se fare l’elemosina o no – né quella della Chiesa – che di cittadelle per i poveri ne ha sempre costruite -, ma dev’essere la risposta complessa, non ideologica, inserita in un territorio concreto.
Io allora da chi amministra mi aspetto una risposta flessibile e progressiva. Mi aspetto che l’idea di un luogo di servizio alla povertà si presa in considerazione senza pregiudizi, e sia misurata a partire dalle esperienze simili fatte altrove o in altri tempi. Mi aspetto che sul piatto della bilancia siano messi tutti i “pro”, oltre che tutti i “contro”, perché chi amministra una città deve saper inserire ogni scelta dentro un quadro complesso di altri problemi e di altre scelte.
Quando leggo della possibile “cittadella della povertà”, in relazione alla proposta del Sindaco di Venezia di spostare le mense dei poveri dal centro di Mestre per combattere il degrado e la cattiva frequentazione, mi torna in mente lo “zooning”. Vale a dire quel sistema con cui l’Assessorato alle Politiche sociali dell’era Cacciari/Bettin, “spostava” lucciole e clienti in alcune aree, liberando così dal problema prostituzione gran parte della città. Eresia? Soluzione di comodo? Scandalo? No, se era una soluzione dettata dal desiderio di prendersi a cuore un problema, e non di nasconderlo. Credo fosse una proposta complessa e articolata, che nella sua complessità permetteva anche interventi importanti a vantaggio delle stesse prostitute. Credo fosse una buona soluzione nella misura in cui, soppesate tutte le conseguenze, portava vantaggi a molti, e portava vantaggio alla città, intesa come comunità a sua volta complessa, comprendente anche le prostitute, e non solo i cittadini.
In quel caso, come nel caso della gestione del “fenomeno poveri”, c’è un punto di partenza irrinunciabile per un amministratore, ed è il contrasto all’illegalità. Si può pensare alla “cittadella della povertà”, come a suo tempo si è pensato allo “zooning”, solo se queste soluzioni aiutano a contenere e a combattere il sistema criminale che sta dietro alla povertà, come anche alla prostituzione. Sarà già un risultato importante, per chi amministra la città, restituirci una povertà meno impregnata di malaffare, meno controllata dai racket, meno sostenuta e insieme meno portatrice di illegalità. Allora arriveranno più facili anche le risposte dei singoli cittadini, e avranno più senso anche le risposte dei cristiani e della Chiesa.
Veneziano per costumi, anche se non per nascita, ha cominciato ad osservare e a raccontare la città attraverso gli articoli e le inchieste di GENTE VENETA, di cui è stato caporedattore per dieci anni. Come portavoce del sindaco Paolo Costa, nei primi anni del Millennio ha seguito da vicino alcuni dei grandi progetti per il rilancio di Venezia, dalla ricostruzione della Fenice al processo verso la Città metropolitana, dall’idea del tram a quella della rete dei parchi urbani alla riorganizzazione delle Municipalità dentro il Comune unico. Dal 2005 al 2015 è stato il responsabile culturale del Duomo di Mestre, che ha contribuito a far crescere come luogo di elaborazione di culturale e di impegno civico attraverso eventi e convegni – dove ha portato Gianfranco Fini ed Emma Bonino, il cardinal Ruini e don Colmegna, Jacques Barrot e Vittorio Sgarbi, Massimo Cacciari e Philippe Daverio, Moni Ovadia e Oscar Giannino – e attraverso le pagine del giornale PIAZZA MAGGIORE. Gli stessi temi tornano nel suo blog www.piazzamaggiore.wordpress.it, e nel suo libricino “Venezia. Cartoline inedite”, pubblicato nel 2010.
Da qualche anno segue la comunicazione dell’Azienda sanitaria veneziana.
  • Adriano Ardit

    peccato che la proposta di Brugnaro viaggi in tutt’altra direzione, del tipo “non li voglio sotto casa mia perché puzzano troppo”. E peccato che le sue politiche sociali, quelle attuate fin qui, realmente e non annunciate, siano state disastrose nel marginalizzare certe categorie, nel favorire il mercato della droga, ecc.ecc.