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Su un quotidiano a tiratura nazionale (di cui non farò il nome solo perché è del tutto irrilevante ai fini del discorso che mi appresto a fare) è apparso di recente un articolo, suo malgrado interessante, a proposito del neoeletto presidente americano Donald Trump e, soprattutto, a proposito di quella parte dell’ opinione pubblica che ha invece assistito alla sua ascesa e alla sua vittoria con crescente incredulità e raccapriccio.

Dico “suo malgrado” in quanto non condivido affatto i contenuti dell’articolo, ma dico anche “interessante” perché il pezzo mi pare un buon esempio di ragionamento apparente, cioè di un discorso piuttosto illogico e fuorviante, come se ne sentono fare spesso di questi tempi. E traggo quindi spunto da tale articolo per una riflessione più generale.

L’autore dell’articolo (di cui pure non farò il nome, ma solo per le ragioni anzidette) se la prende, dunque, con l’ampia platea di coloro che, segnatamente in Italia, hanno assistito con profondo rammarico e sconcerto al successo crescente di Trump. Egli accusa in sostanza di superficialità questa parte dell’opinione pubblica italiana. Come si fa infatti – sostiene il giornalista – a formarsi un’opinione negativa di qualcuno sulla base delle informazioni provenienti dai media italiani, che, a loro volta, traevano tali informazioni dai media americani (peraltro tutti ostili a Trump, secondo l’autore dell’articolo)? Questo processo di duplice mediazione informativa – lamenta l’articolista – non può che produrre, alla fine, giudizi approssimativi, sommari quando non addirittura infondati e falsi.

Ora, vorrei far notare, anzitutto, che in realtà ciò accade sempre, anche nella vita di tutti i giorni, quando ci formiamo un’opinione su una persona qualsiasi (cosa che ci capita, inevitabilmente, assai spesso). Sovente infatti noi conosciamo solo in parte o in minima parte la persona su cui esprimiamo un parere, e basiamo la nostra valutazione non sulla conoscenza intera ed approfondita della sua personalità e della sua “visione del mondo”, bensì su un numero limitato di suoi comportamenti, di sue scelte e di frasi che le abbiamo sentito pronunciare, nonché su altre informazioni che ci provengono da fonti che giudichiamo attendibili. È buona norma, ovviamente, esprimere in questo caso i nostri giudizi con cautela e con “beneficio d’inventario”. Ma ciò non significa che non sia possibile formarsi mai un’opinione su qualcuno se non a patto di esserne lo psicoterapeuta, giusto?

Ebbene, come sia veramente Trump come uomo e come persona, moltissimi di noi (ovviamente) non lo sanno. Così come sarebbe poco plausibile immaginare, più in generale, che i cittadini, per formarsi un parere su un uomo politico (o magari su un partito) dovessero conoscerne vita e miracoli. E magari avere la stessa conoscenza anche di tanti altri politici. Questo non si può dare, è ovvio. In una democrazia rappresentativa, la maggior parte della gente è in tutt’altre faccende affaccendata. Non è come nell’Atene dell’età classica, in cui i cittadini, lasciati i loro schiavetti ad occuparsi delle incombenze dell’azienda (per quanto piccola essa fosse) trascorrevano buona parte della giornata nell’agorà, a discutere, confrontarsi e votare. Ma l’alternativa quale sarebbe per noi moderni? Forse quella di sospendere permanentemente il nostro giudizio su tutti e tutto, e magari non andare nemmeno a votare perché… non si sa mai, non si può sapere come stiano veramente le cose? Sarebbe in questo caso impossibile persino l’esercizio del diritto di voto, no?

Quanto a Trump, c’è un numero sufficiente di sue dichiarazioni, magari virgolettate o udite dalla sua viva voce, per farsi l’idea che si tratti di uno xenofobo, guerrafondaio, razzista, omofobo e simili. Quanto basta per farsi un’idea fondata, direi. Un’idea che, ovviamente, può cambiare anche drasticamente a seguito di nuovi fatti, atti, comportamenti e scelte intervenuti in un secondo tempo.

Ma Trump (sostiene poi l’articolista) ha pur vinto le elezioni perché è stato scelto dai più: la maggioranza degli Americani ha votato per lui, anziché per la Clinton (in realtà non è esattamente così, ma ammetiamo pure che lo sia). E dunque? Ciò significa forse che Trump solo per questo “ha ragione”? O magari significa che, siccome lui ha vinto le elezioni, devo anch’io convertirmi alle sue idee e parlarne bene? Non è evidentemente questa la democrazia. O addirittura significa che bisogna ora parlare tanto bene del suo elettorato, visto che Trump ha vinto? Sarebbe questo “realismo”? Ma nemmeno per sogno.

Facciamo, per intenderci meglio, una considerazione analoga. Poniamo che il parlamento approvi, magari a grande maggioranza, una legge che io giudico errata o inaccettabile (per assurdo: che tutte le persone con gli occhi azzurri siano escluse dal pubblico impiego – oppure decreti che Berlusconi fosse in buona fede a credere che la famigerata Ruby fosse nipote di Mubarak…). Ebbene, la democrazia prevede che io rispetti una legge così approvata e che mi adegui ad essa (altrimenti compirei – a mio rischio e pericolo – un reato). Ma non prevede certo che io condivida tale legge per il solo fatto che è stata approvata a grande maggioranza: io conservo la facoltà, in democrazia, di continuare a dissentire ad libitum da tale legge e perfino a parlarne tanto male anche dopo che la legge è entrata in vigore.

Non è il consenso infatti che determina la ragione e il torto. I totalitarismi più gravi del Novecento, come il fascismo e il nazismo, si sono affermati con un vasto consenso (che poi è diventato oceanico con il terrore e con la manipolazione delle coscienze). Ma il consenso plebiscitario (che si spiega con tante ragioni storiche) non è che rende giuste e buone delle ideologie liberticide, né porta dalla parte della ragione tutto il “popolo” che le avalla o le osanna. O no?…

Nella democrazia è un concetto chiave quello di “volontà della maggioranza”. Ma lo è solo a condizione che tale idea non sia mai disgiunta dal concetto della libertà di pensiero e dalla libera espressione delle proprie opinioni. E dunque non mi pare che io possa essere stigmatizzato come uno con non si arrende di fronte all’evidenza, se continuerò a nutrire una pessima opinione su Donald Trump. Sino a prova contraria, s’intende.

 

 

 

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.