Referendum: parlano i flussi

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Qualche nota riassuntiva e qualche riflessione sul risultato del referendum del 4 dicembre, basata sulle  rilevazioni effettuate da alcuni istituti di ricerca, quali il CISE della Luiss, L’Istituto Cattaneo di Bologna, l’Osservatorio Elettorale LaPolis  e l’agenzia Demos & Pi di Urbino, l’IPSOS.  Riguardo al quesito referendario, in estrema sintesi la proposta di cambiamento privilegiava il ruolo del governo nel formulare le decisioni politiche, quindi privilegiava la funzione della governabilità, laddove la  prassi rimasta in vigore  privilegia il principio della rappresentanza, per cui sono i partiti artefici della formazione del governo e della formulazione delle leggi da approvare.

Ambedue gli schieramenti, tramite i loro più qualificati rappresentanti, hanno prodotto approfondite spiegazioni tecniche a supporto della loro posizione; solo che le spiegazioni articolate, su meccanismi elettorali ad alta valenza tecnica, e su una materia non certo semplice come quella costituzionale, ben difficilmente sono destinate ad essere consultate dalla grande massa degli elettori.  E’ uno dei motivi per cui si può giudicare sbagliata, o per lo meno non azzeccata, la campagna elettorale del governo. I filmati che vertevano su temi specifici della riforma presupponevano una volontà dell’elettorato di dedicare tempo ad un approfondimento, volontà che sarebbe stato velleitario attendersi. E’ pur vero che una grande quantità di persone si è espressa attraverso i Social Sites, ma spesso in maniera estremamente superficiale, data la complessità delle singole tematiche.   Si pensi, per inciso,  alla diffusione  che hanno avuto in internet, sui Social Sites, slogan e definizioni superficiali o inesatte come per esempio quelle che definiscono il premier “uomo solo al comando” e ancor più “governo non eletto dal popolo”.  Per di più,  il puntare da parte del governo sui tagli agli incarichi e a i costi della politica, argomenti propri  dell’antipolitica e degli atteggiamenti  definibili come “anticasta”, non hanno sfondato, sono stati considerati non  credibili in quanto espressi da chi è al governo,  da chi viene considerato parte del “sistema”.  La stessa dichiarazione del premier di cercare i voti  della destra – che è un’azione, in campagna elettorale ed in politica, pienamente  legittima, qualsiasi partito la metta in atto – ha prestato facilmente  il fianco a proteste di quella parte dei comitati e della sinistra che sente l’appartenenza ideologica come parte imprescindibile della propria identità.  Di fronte alla  proposta di cambiamento,  una parte dell’elettorato che ha inteso pronunciarsi sul merito,  e che ha votato No,  ha espresso una sorta di atteggiamento difensivo e di diffidenza, ben alimentata da comitati quali ANPI, ARCI, CGIL, che rappresentano con diverso peso una parte non indifferente dell’associazionismo della sinistra. E’ assodato come il carattere politico del risultato, la politicizzazione della consultazione, abbia sovrastato il giudizio di merito  sulla riforma costituzionale: hanno prevalso gli aspetti di disagio sociale e di avversione.  Il referendum si è dunque configurato in larga parte come un giudizio  sul governo.

Ma quali sono stati, secondo le rilevazioni,  i segmenti elettorali  più avversi o delusi dalla politica del governo? Il NO in larga parte è stato espresso dai giovani, dai disoccupati e dagli operai. Riguardo ai giovani, già prima dell’avvento di Renzi la maggioranza dei loro voti si indirizzava verso il M5S, nel solco della protesta e dell’insoddisfazione nei confronti del “sistema” e della classe politica dirigente. Indipendentemente dalle prove politiche o amministative offerte dal M5S, la presa del suo messaggio tra i giovani è consistente. Si può interpretare questo fenomeno come un’affermazione della distanza tra gran parte della popolazione e l’establishment, della distanza tra periferia e classe dirigente, periferia intesa in senso figurativo come lontananza dal sistema di potere. L’elettorato più periferico – non solo in Italia – è in questa fase storica  protagonista dell’ondata “populista” ed anti-establishment. Una analisi dell’Istituto Cattaneo condotta subito dopo il referendum sulle sezioni di Bologna, mappando l’esito del voto espresso nelle varie sezioni secondo la geografia cittadina, propone interpretazioni  in buona parte estensibili a gran parte delle realtà urbane.  Secondo i risultati sezionali, i voti contrari alla riforma si concentrano maggiormente nelle sezioni elettorali collocate nei quartieri economicamente più deboli, nei quartieri con maggiore marginalità sociale. L’indicatore anagrafico denota che tra i più giovani è prevalso il NO, probabilmente legato alla precarietà della situazione economica e lavorativa, e alle incertezze future, un risultato che conduce ad una interpretazione di disagio sociale. Tra i fattori di marginalità sociale, non è da escludere l’effetto dell’immigrazione; considerando la percentuale di persone straniere presenti nelle varie sezioni, il NO  – secondo la rilevazione – prevale nelle sezioni con maggiore presenza di immigrati; questo viene letto come un effetto indiretto, nel senso che la concentrazione di immigrati nelle zone più svantaggiate della città funziona come attestazione di marginalità. A mio avviso è un indicatore debole; sarebbe però interessante,  attraverso  sondaggi mirati, individuare quanto la politica seguita dal governo nei riguardi della costante immigrazione abbia influito sul voto negativo nei suoi confronti. Sappiamo che la prima preoccupazione degli italiani riguarda il lavoro, tuttavia – a prescindere dalla politica radicale messa in atto dalla Lega –  sono ben diffusi i timori per un fenomeno immigratorio che è da considerarsi strutturale, e di cui non è prevedibile nemmeno una diminuzione.  La caratteristica più evidente del risultato referendario, immediatamente constatata, è stata l’alto tasso di partecipazione. Altre caratteristiche sono state la  polarizzazione, la personalizzazione, la partitizzazione.

Circa la partecipazione, i confronti dei dati elettorali sono stati  effettuati dalle agenzie di ricerca con i risultati delle politiche del 2013. E’ stato rilevato che non era proficua la comparazione  – che avrebbe seguito il criterio di omogeneità della consultazione  –   di questo referendum con le altre due consultazioni referendarie costituzionali del 2001 (in cui furono approvate le Modifiche al titolo V° dellla Parte Seconda della costituzione) e del 2006, in cui furono rigettate le Modifiche alla parte IIa della Costituzione); l’alto tasso di partecipazione, infatti, richiama più le politiche del 2013 che non le due precedenti consultazioni referendarie.

Circa la polarizzazione, i toni stessi della campagna elettorale hanno alimentato una spinta polarizzatrice, di marcato distanziamento tra le due posizioni contrapposte, vale a dire una radicalizzazione delle posizioni. E’ evidente l’alta personalizzazione della consultazione, per cui il referendum si è caratterizzato come un giudizio pro o contro il presidente del consiglio. In una certa misura, un certo grado di personalizzazione era inevitabile . Tuttavia, Renzi ha fin da principio esaltato questa personalizzazione, legando la sua permanenza al  governo all’esito referendario,   tra l’altro conducendo il dibattito con una esposizione mediatica che vari esperti hanno ritenuto eccessiva; inevitabilmente gran parte delle preferenze di voto sono divenute  un giudizio sulla sua persona e sul suo operato.  Inoltre, molti  interventi televisivi di Renzi,  al di fuori del dibattito referendario,  sono stati spesso improntati ad un ottimismo che di norma fa parte della prassi mediatica di ogni presidente del consiglio, ma che molti cittadini hanno avvertito, e avvertono, come artificiale e lontano dalla realtà.

Riguardo alla “partitizzazione”, la scesa in campo dei vari partiti è stata netta, considerando gli appelli al proprio elettorato a seguire le indicazioni ufficiali di voto, a parte il vistoso dissenso messo in atto nel PD da parte della minoranza.   I dati ci rivelano quanto  gli elettori dei diversi partiti abbiano seguito le indicazioni ufficiali,  questo in confronto al comportamento  tenuto dai diversi elettorati nelle politiche del 2013. Il dato di immediata evidenza rivela la frammentazione dei partiti storici (PD e PDL) e la compattezza del M5S. Circa il PD, i  voti del suo elettorato andati al NO vanno dal 20% al 40% (il 40% è stato rilevato nel Sud Italia), come risulta da una ricerca dell’Istituto Cattaneo sui risultati di 12 città.  Dalle tabelle emerge come il SI abbia prevalso in tre regioni, la Toscana, l’Emilia ed il Trentino Alto-Adige. La maggioranza di votanti per il SI in regioni come l’Emilia Romagna e la Toscana potrebbe essere interpretata come una conferma che l’organizzazione del PD abbia retto, che la sua attività di propaganda abbia dimostrato efficacia, nonostante l’accanita propaganda contraria di associazioni collaterali come l’A.N.P.I e la CGIL.  I centristi ex Scelta Civica hanno scelto massicciamente il SI, nonostante Mario Monti si sia espresso per il NO.  Riguardo alla Lega, il suo elettorato ha seguito massicciamente le indicazioni del suo leader. Circa il PDL – sempre in riferimento alle 12 città prese in esame dall’Istituto Cattaneo – emerge uno sfaldamento; una quota significativa di circa il 20% dei suoi elettori ha scelto l’astensione,  il 26% circa ha  votato per il SI,   e  circa il 54% per il NO. Si può ricondurre questo esito alla attuale mancanza, per il PDL, di una offerta politica convincente che riesca a mobilitare il suo elettorato.  Gli elettori del M5S hanno compattamente votato per il NO con percentuali altissime, del 90% circa; solo a Parma si è avuto un diverso esito,  con il 17% circa degli elettori che si è astenuto ed il 15% circa che ha votato SI:  un probabile effetto del caso Pizzarotti.

 

Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ha avuto Esperienze manageriali in aziende industriali e di servizi pubblici. Collabora con istituti universitari ed enti di ricerca. Da tempo membro della Società Italiana di Studi Elettorali, particolarmente interessato alle dinamiche dei flussi e competente nella materia. Per finire è grande appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.
  • Silvia Zanlorenzi

    L’analisi è molto pacata, ma credibile proprio per questo-scevra dai toni sempre “alti” che hanno caratterizzato i lunghi mesi di dibattito e il poco che prima di Natale, si è detto sull’esito. Nessuno ha mai detto che i punti proposti dal referendum fossero sbagliati, ma dall’analisi sociale “dal basso”, emerge che il momento, e appunto il modo, non hanno favorito in alcun modo l’esito in cui si sperava.

    • Luigi Marchetti

      Sono convinto infatti che la campagna elettorale del governo abbia avuto tanti punti di debolezza, abbia favorito in sostanza il gioco degli avversari. Comunque è tale la carica di risentimento che emerge da tanta parte degli elettori, da sovrastare l’analisi ponderata dei vantaggi o degli svantaggi della proposta.