Il lascito di Platone all’Europa

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Mi unisco ai commenti sul sessantesimo compleanno dell’Unità Europea apparsi su questa testata da una prospettiva culturale, ben conscio che è un aspetto assai meno impattante di quelli politico ed economico brillantemente trattati da Gerolimetto e Rubini. Ma talvolta è utile anche parlare alla mente e al cuore oltre che al portafoglio…

Mi si perdonerà se la prendo da lontano… Qualche anno fa accompagnavo degli ospiti asiatici nella chiesa dei Frari di Venezia.

Monumento funebre doge Tron

Monumento funebre doge Tron

Eravamo di fronte al presbiterio, l’Assunta al centro, alla nostra sinistra il monumento funebre del doge Tron, primo vagito del Rinascimento, a destra quello del doge Foscari, di tardissimo (ma sublime..) stile gotico. Agli ospiti,

Monumento funebre Foscari

Monumento funebre Foscari

incantati dalla bellezza di ciò che avevano di fronte, feci notare come il caso aveva accostato due monumenti separati da meno di vent’anni (1457 il Foscari, 1476 il Tron) eppure così diversi. È come sfogliare le pagine di un libro dell’arte, – dissi loro – chiuso il capitolo gotico si apre quello rinascimentale. Con sorpresa mi sentii chiedere “why?..” perché?… Lì per lì non capii neppure il senso della domanda.. per decenni avevo proposto lo stesso discorso ad altri (un vero classico di gioventù, perfetto per fare colpo sulle ragazze con inclinazioni intellettuali..) e nessuno aveva mai obiettato alcunché. Gli amici cinesi invece erano sinceramente stupiti che l’artista rinascimentale (l’insigne Antonio Rizzo, per la cronaca) avesse sentito il bisogno di cambiare lo stile del monumento anziché farlo uguale a quello che stava davanti. E mi sovvenne che in effetti nella Città Proibita gli edifici sono assolutamente dello stesso stile nonostante siano di secoli diversi. Ma non

La Città Proibita di Pechnio

La Città Proibita di Pechnio

solo i cinesi: a Samarcanda per esempio, nella meravigliosa piazza Registan, si fronteggiano tre madrasse  una del ‘400 e due del ‘600, di fattezze del tutto simili. Perché dunque in Europa, e solo in Europa, si sono nei secoli succeduti stili diversissimi tanto che a nessun europeo sarebbe mai venuto in mente di pormi la domanda di cui sopra? La risposta a mio parere sta nel fatto che la cultura europea (e quindi il nostro modo di pensare) è permeata dalla metafisica platonica.

Madrassa Ulugbek ('400)

Samarcanda. Madrassa Ulugbek (‘400)

Talmente permeata che qualsiasi europeo, anche che non abbia mai sentito parlare di Platone (né di Cartesio, né di Kant) ha in sé innata (con linguaggio kantiano si potrebbe dire che è una categoria a priori) la convinzione che un’opera d’arte non è solo quello che appare alla nostra percezione sensibile (la pietra, i colori, la lavorazione più o meno pregiata) ma anche l’idea che l’artista ha concepito e voluto rendere. Da qui deriva l’inesausta sete di innovazione e reinvenzione che ha attraversato la nostra storia dell’arte e che ha regalato nei secoli il romanico, il gotico, il rinascimento, il barocco (una successione impensabile fuori dai confini della vecchia Europa): perché se l’opera d’arte è solo l’oggetto sensibile allora l’artista/artigiano avrà solo

Madrassa Sher Dor ('600)

Samarcanda. Madrassa Sher Dor (‘600)

cura di (ri)fare l’oggetto sempre meglio (più somigliante, più levigato, più brillante ecc.) ma se l’artista concepisce la sua opera come prima di tutto una concezione della mente (un “νοούμενον” appunto) da questo trae la spinta al concepire qualcosa di nuovo e non di banalmente replicare il modello preesistente.

Gli effetti dell’eredità di Platone non finiscono qui. Il concetto di mantenimento del patrimonio storico e culturale per esempio ne è una ricaduta diretta: si mantengono le “pietre” perché non sono appunto solo pietre ma dentro quelle pietre è custodita l’idea dell’artista, l’elaborazione concettuale di un intelletto (e di  un’epoca). Questo le rende speciali, questa la loro quidditas che le distingue dalle altre pietre. Da qui la sacralità che le opere d’arte hanno avuto anche in epoche in cui il concetto di tutela non esisteva. In Europa molto più che altrove. Presso i popoli che non avevano innato il binomio idea/oggetto sensibile la prassi nei secoli era radere al suolo la città sottomessa. In Europa gli spartani dopo la battaglia di Egospotami e la definitiva resa di Atene si limitarono a distruggere le mura del Pireo, non la città. Eppure quale maggior spregio per l’odiata nemica di sempre sarebbe stato fare strame dell’Acropoli (come fece il persiano Serse ottant’anni prima)?

Il concetto di idea  platonica, in definitiva, sottende e contiene il senso stesso della Storia. È tutta europea l’idea di proprietà intellettuale, di originale e di copia, di creatività individuale. Ed è tutta parte dell’immenso debito che abbiamo con Platone. Grazie al quale (non solo a lui, ovviamente) nessun altro luogo del pianeta può vantare di aver fornito un contributo allo sviluppo della civiltà umana minimamente paragonabile a quello del nostro continente. Per questo sono convinto che noi in quanto europei non possiamo non dirci greci. In Europa sono fioriti il Rinascimento, l’Illuminismo, il Romanticismo, l’Espressionismo, in Europa si sono concepite le maggiori invenzioni tecnologiche, il giusnaturalismo e l’elaborazione teorica del contratto sociale e, ça va sans dire, la democrazia.

Ripeto, tutto ciò non porta un euro in più nel nostro portafoglio, ma ogni tanto giova ricordare quale immenso privilegio sia stato nascere e vivere in questa parte di mondo. Forse questa consapevolezza può costituire il viatico per ripartire nella costruzione di una vera casa comune.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.