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A volte si comunica e si scrive solo per porre questioni e non per fornire soluzioni, per prospettare domande e non per dare risposte. Anche questo è lecito ed utile. Ed è il caso delle parole che seguono.

Le regole, si sa, sono fondamentali per il giusto e buon funzionamento di qualunque organizzazione. Ma a volte le regole sono troppe, o sono in parte sbagliate o addirittura sono contradditorie. Un esempio tra tanti, tratto dal mondo della scuola. Gli insegnanti che hanno alunni minori non possono assentarsi dall’aula, durante le proprie ore di lezione, perché quei minori sono sotto la loro responsabilità. Al termine della propria ora di lezione devono lasciare l’aula, ma è buona norma che essi attendano l’arrivo del collega dell’ora successiva (ove possibile) per non lasciare incustodita la classe.

Si dà il caso, però, che spesso gli insegnanti abbiano lezione, nell’ora successiva, in un’altra aula, con un’altra classe. Se ciascuno di loro attendesse l’arrivo del collega che lo sostituisce, si correrebbe il rischio che nessun insegnante si muova dalla propria postazione: in pratica sarebbe la paralisi. Tanto è vero che tale comportamento è una delle forme del cosiddetto sciopero bianco o sciopero dello zelo: in questo ed in altri simili modi si può addirittura bloccare il funzionamento di un’intera organizzazione.

Ma comportamenti di questo tipo (attenersi alle regole fino al paradosso) lungi dall’essere sempre una forma di protesta, possono anche derivare dalla paura di finire nei guai, di essere accusati di mancanze o inadempienze (presunte o reali), in un’epoca nella quale i genitori sempre più spesso protestano, ricorrono gerarchicamente o addirittura adiscono le vie legali, magari solo perché un insegnante si è rivolto in maniera poco cortese al loro figliolo. D’altro canto il principio è sacrosanto: è giusto cioè che gli utenti abbiano la facoltà di ricorrere persino alle vie legali contro eventuali soprusi o comportamenti illeciti.

Ed ora saltiamo (apparentemente) di palo in frasca, e parliamo dei medici. I medici di base (ribattezzati di recente, con un nome antico, “medici di famiglia”, in un paese come il nostro in cui spesso si cambia il nome alle cose, anziché cambiare le cose) ebbene, i medici di famiglia non sono più quelli di una volta. È sotto l’esperienza di qualunque paziente che moltissimi di loro (con tutte le eccezioni del caso, s’intende) non fanno più i medici: non visitano, non fanno diagnosi; per lo più prescrivono esami e visite specialistiche, fatti salvi i limiti di spesa e i vincoli che hanno, specie per certi esami molto costosi. Hanno paura dei ricorsi da parte dei sempre più agguerriti pazienti-cittadini, alquanto inclini, in molti casi, a procedere con esposti alla procura della repubblica e simili amenità. E’ comprensibile ed umano il comportamento guardingo dei medici, che peraltro si tutelano a dovere con idonee polizze assicurative.

Ma anche negli ospedali – mi confermano persone che ci lavorano – accade qualcosa del genere. Capita che pazienti molto suscettibili inoltrino ricorsi gerarchici (o peggio), magari solo perché hanno ricevuto una rispostaccia da un medico, da un paramedico o affini. Sicché anche gli operatori della sanità ci vanno coi piedi di piombo. Passano parecchio tempo a far compilare e sottoscrivere ai pazienti moduli, liberatorie e dichiarazioni che li sollevino da qualsivoglia responsabilità, rinviano gli utenti da un esame all’altro, da uno specialista all’altro, si tutelano anch’essi con esose assicurazioni, insomma, per dirla volgarmente, si preoccupano costantemente di pararsi il cosiddetto. È comprensibile ed umano.

Ci sono ospedali (forse tutti) in cui, mi si dice, i contenziosi sono all’ordine del giorno, proliferano e pullulano. E d’altronde è sacrosanto, s’intende, che i pazienti abbiano facoltà di far valere i propri diritti eventualmente lesi, i danni subiti da un intervento sbagliato o da una terapia scorretta.

Sono, questi, i costi inevitabili della civiltà, della democrazia? Oppure sono solo la conseguenza di regole troppo numerose, a volta paradossali e magari in qualche caso tra loro contrastanti? E il risultato qual è? Forse una maggiore efficienza del sistema? Sta di fatto che in tale genere di organizzazioni (la scuola, la sanità; ma anche in altre) una quantità enorme di tempo, di denaro e di risorse umane viene assorbita da moduli da compilare, dichiarazioni da far sottoscrivere, prudenza al massimo grado, tendenza a procedere con i piedi molto di piombo, lungaggini conseguenti, energie spese su ricorsi e contenziosi. E ciò a tutto scapito e grande detrimento  di quella che dovrebbe essere la mission centrale di queste stesse organizzazioni: istruire i ragazzi, nel caso della scuola, e curare i malati, nel caso della sanità. C’è qualcosa che non funziona. Come se ne esce?

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.