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Dopo l’attivazione dell’art. 50, ormai il più famoso degli articoli sul trattato sull’Unione europea, sono state rese note le linee guida per la laboriosa trattativa che verrà avviata tra Regno Unito e Unione Europea.

Due sono gli elementi cardine della trattativa dal punto di vista dell’Unione Europea.

Il primo riguarda il totale rifiuto del c.d. approccio “cherry picking” in base al quale il Regno Unito vorrebbe poter scegliere in quali settori proseguire le relazioni con l’Unione Europea pur mantenendo le proprie prerogative.

Il secondo riguarda l’esclusione dell’idea che l’accordo possa interessare solo alcuni settori e che eventuali accordi sul commercio possano essere slegati dal tema connesso alla libera circolazione delle persone.

Di fatto la posizione dell’Unione è piuttosto chiara: nessun accordo sul commercio se prima non verranno regolati tutti gli aspetti legati all’uscita.

Sull’altra sponda della manica il quadro si presenta altrettanto complesso.

La discussione, infatti, è ora incentrata sul “Great Repeal Bill” e sulla necessità di integrare i quasi 12 mila regolamenti comunitari oggi vigenti anche nel Regno Unito.

A questo proposito, gli interrogativi non mancano, ad esempio a chi dovrà essere demandata l’attività di integrazione? Potrà il Governo inglese ricorrere allo: “Statute of Proclamations” del 1539? Ovvero una legge che consente, con molti limiti, all’Esecutivo di decidere al di fuori del normale processo di scrutinio parlamentare.

Per il Regno Unito, inoltre, si avvicina anche il momento di esaminare il tema del pagamento, il c.d. “exit bill” che, secondo fonti UE si aggirerebbe intorno ai 60 miliardi di euro.

Da ultimo, altri nervi scoperti che nella trattativa potrebbero indebolire non poco la posizione del Regno Unito riguardano: Scozia, Irlanda del Nord e il riacutizzarsi delle spinte indipendentiste, la paura di non concludere nessun accordo e la perdita di peso del mercato finanziario di Londra a favore di altre città europee a causa dell’eccesso di incertezza.

Mentre tra Londra e Bruxelles si negozia, richiami di sirene europeiste sembrano provenire dai Balcani.

In Serbia, infatti, è stato eletto pochi giorni fa il nuovo Presidente.

Si tratta di Aleksander Vucic, ex Primo ministro della Serbia oggi eletto Presidente.

La Serbia, come noto, è paese candidato ad entrare nell’Unione Europea, non certo in sostituzione della Gran Bretagna, ma al fine di proseguire nel giusto processo di stabilizzazione dell’area balcanica.

La vittoria dell’europeista Vucic non deve tuttavia far abbassare la soglia di attenzione da parte delle Istituzioni Europee nei confronti dei requisiti dei paesi candidati.

Se, infatti, tra Unione Europea e Gran Bretagna, uno dei principali argomenti di discussione ha da sempre riguardato la rivendicazione di sovranità del Parlamento nazionale, con estrema attenzione deve essere monitorato un paese, la Serbia, in cui il Parlamento è stato sospeso in attesa dell’esito di elezioni non legislative, bensì presidenziali e nel quale la libertà d’espressione e la trasparenza sembrano ancora soffocate da forme di dirigismo antidemocratico.

 

 

 

 

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.