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Rileggersi la storia a volte impressiona, quando ci si rende conto come in epoche tra loro diverse e lontane ricorrano dinamiche simili soprattutto nella lotta politica.

Mi piacerebbe sentire al riguardo  il nostro amico e collaboratore Federico Moro, che di professione, beato lui,  fa lo storico. E in quanto storico è rigoroso, mentre io vado un po’ a memoria e un po’ a impressioni e suggestioni e mi perdonerà, magari valutando anche lui se ci pesco giusto. Nella storia intendo.

Mi riferisco in particolare a quei momenti in cui alcuni personaggi che guidano da leader uno stato o qualcosa che gli rassomiglia assumono un potere sempre maggiore nelle loro mani e lo gestiscono in modo accentrato, a volte anche ricorrendo alla forza e alla violenza e a volte invece utilizzando a loro vantaggio le regole in vigore, ma leggendole e interpretandole in modo unilaterale o brigando per cambiarle a loro favore. Butto lì. Nel mondo antico e romano Giulio Cesare e, più vicino a noi, senza ricorrere a Hitler che forse fa storia a sé, penso alle vicende di Stalin e di Mussolini. Mutatis mutandis e fatte le debite proporzioni, una storia con questo carattere è stata in qualche modo anche quella di Bettino Craxi e c’è poi infine qualche comunanza con l’ascesa di Silvio Berlusconi e il suo ventennio di governo, ottenuto e mantenuto con la forza mediatica, sempre sul filo di rasoio dei limiti di legge. Per tutti però un caso paradigmatico e illuminante è stata la velocissima ascesa al potere e alla dittatura del duo Robespierre-Saint Just nell’ultima fase della rivoluzione francese. In questo caso, quasi unico, è un’ascesa a due teste, anche se è provato che Saint Just fosse in procinto, a soli ventisei anni, di assumere individualmente la tirannia e la conduzione del terrore, prima di cadere vittima di quelle stesse leggi che il duo aveva voluto. Elementi comuni a tutti questi citati spero non a vanvera, il cinismo, il calcolo altrettanto cinico di vantaggi e svantaggi e la velocità nell’ascesa. E ancora e soprattutto quel che ci devono insegnare queste storie parallele è che tutte queste situazioni si sono risolte con una resa dei conti finali a sfavore del tiranno di turno, teste tagliate, metaforicamente o non solo metaforicamente; resa dei conti nata e maturata all’interno del gruppo di potere che aveva sostenuto questi leader,  all’interno di quello che oggi viene chiamato il loro cerchio o giglio magico, la cerchia dei fedelissimi o degli alleati più fedeli (Per Stalin ciò è avvenuto post mortem con gli eredi fedeli e poi definitivamente trentacinque anni dopo – a volte la storia non ha fretta e si vendica a freddo – e solo per Craxi il redde rationem si è avuto dalla magistratura; per Berlusconi anche, ma il regolamento poi è stato interno e si chiama Gianfranco Fini che ha dato la stura a una secessione che non si è più fermata).

Vado dunque a parare dove volevo andare a parare.

Matteo Renzi.

Gran parte di questo film con Renzi non è stato ancora girato. Ha avuto un antipasto di potere, gestito con qualche segno che ricalcava gli esempi citati, giusta dose di cinismo e di calcolo, velocità, ma il ridimensionamento post referendario ha per ora interrotto la regia del film e non sappiamo se fino in fondo lui è di quella pasta e ascrivibile a quelle storie oppure no. Certamente di quella pasta lo è, ma è stato più facile, all’interno del suo partito dove domina e dove ha acquisito un consenso di cui potersi servire. Ma c’è realmente da augurarsi una sua ascesa al potere anche nel governo, passando per le elezioni, con le stesse caratteristiche che hanno contraddistinto gli altri della storia citati? Onestamente non c’è da augurarselo. Si dirà che non sarebbe nemmeno possibile dati i numeri che a lui consentono per ora solo alleanze spurie, tutto il contrario del potere accentrato. Ma se anche fosse, visti gli esiti sicuri a cui Renzi andrebbe incontro, un potere troppo forte non c’è da augurarselo comunque.

Resto persuaso che la democrazia più che oligarchica, nella rappresentanza di governo deve necessariamente essere elitaria e non di massa. Solo con un’elite e un leader forte la forma-democrazia ha qualche speranza di essere anche efficiente e, come richiede la nostra modernità, sufficientemente riformista. Una democrazia troppo spalmata verso il basso e con un eccessivo equilibrismo di pesi e contrappesi, che in Italia si traduce in un labirinto di Minosse, è condannata all’immobilismo e a contraddire sè stessa, “non essendo”.

Tuttavia Renzi il tentativo lo ha già fatto. Per arrivare dove vuole arrivare, con appunto alle spalle un consenso più ridotto, sarebbe costretto a strappi e forzature che non gli verrebbero perdonate. E le ventitrè coltellate inferte a Cesare sarebbero sempre dietro l’angolo, anche nel suo mondo, soprattutto nel suo mondo. Lo si sta già vedendo in queste settimane nei non sempre facili rapporti con il ‘suo’ governo e con quello che avrebbe dovuto essere uno dei suoi terminali, forse il più prestigioso, vale a dire Graziano Delrio. Se Renzi è sufficientemente accorto e lungimirante e non fa prevalere l’orgoglio e l’ambizione personale, necessari in politica, ma fino a un certo punto, riuscirà allora a contare fino a tre e a condurre le danze anche con una pluralità di partners e mediando con loro, se non addirittura distribuendo la forza.

Vale a dire che il profilo di questo governo non è da buttare con quello che si è visto nel passato. E quindi una qualche continuità anche nella prossima campagna elettorale bisognerà provare a metterla in campo e a provarci fin da subito con un atteggiamento che lo valorizzi. Insomma quel che doveva fare, Renzi, lo ha già fatto e non è poco. Ha riconsegnato una forza come il PD, che viene pur sempre percepita come forza di sinistra o anche di sinistra, a una nova dirigenza, venuta in parte da ‘fuori’, strappandola a una dirigenza che sotto sigle diverse la rappresentava pigramente con sempre meno idee, senza ricambio; e per di più con molta occupazione del potere sulla rendita di quella rappresentanza, da decenni; e, a volerla estendere, da più di settant’anni e con una continuità sotterranea più diretta di quanto può apparire a prima vista con i numerosi strappi e rifondazioni degli ultimi trent’anni. Ha pagato questa audacia con una fuoriuscita dal partito di pezzi da novanta che tuttavia non pare aver inciso troppo sul serbatoio elettorale e questo era tutt’altro che scontato. Ed è un altro merito. Adesso si dovrebbe aprire una stagione nuova, quella per lui dei più miti consigli, quali si vedrà, pena una rapida fine, senza neppure la necessità dei coltelli e delle ghigliottine, che danno comunque onore.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.