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Geniale? L’aggettivo merita di essere spiegato e inserito nel discorso.

Il primo significato ci riporta al latino Genius, divinità benefica del singolo e dei luoghi; in seconda istanza a un soggetto dotato di particolari qualità, specie intellettuali; infine indica qualcosa o qualcuno di adatto alla propria indole o carattere. A quest’ultimo ci si riferisce nella Venezia del Settecento.

Nel pieno della Guerra di Successione Spagnola, il 22 agosto 1705, una fonte degli Inquisitori di Stato rimasta anonima informa della «conventicola scandalosa» che si riunisce nella «spezieria» di campo San Martino, quindi a due passi dall’Arsenale. In realtà, si tratta di un segmento di società civile, diremmo oggi, impegnato a esaminare e discutere quanto sta succedendo in Europa. Gli argomenti, dunque, sono militari e politici. Il nostro agente della sicurezza interna veneziana deplora la «pertinacia de geniali», che nel giro di qualche mese produce divisioni sempre più accentuate tra i partecipanti ai dibattiti. Al punto da sfiorare lo scontro fisico tra i sostenitori dell’uno e dell’altro partito.[1]

Geniale, quindi, nel senso di incline a condividere le ragioni di uno dei fronti in lotta diventa, per estensione, sostenitore di un partito politico. Il tutto in una Venezia già avviata sulla strada della più rigorosa neutralità.

Proprio questa linea politica sostenuta dai grandi casati della nobiltà senatoria, in contrasto con la piccola nobiltà pure maggioritaria in seno al Maggior Consiglio, spiega perché mai i responsabili della sicurezza interna s’interessino tanto a cosa si mormori in città. Non solo riguardo ai contenuti ma, forse ancor di più, in relazione a chi li diffonde. Un geniale non allineato è in potenza un oppositore del governo. Male sempre per la stabilità del regime oligarchico, malissimo nel caso si tratti di un patrizio veneto. Ovvero di un appartenente al corpo sociale depositario della sovranità. L’unico vero beneficiario della signoria collettiva chiamata Repubblica Serenissima.

Finita la Guerra di Successione Spagnola, il fenomeno sembra ridursi. Riesplode, invece, con estrema virulenza al tempo della Guerra di Successione Austriaca e della Guerra dei Sette Anni. Geniali filoaustriaci e filoprussiani si affrontano nelle botteghe dei caffè, nei ridotti, persino in piazza San Marco. L’informatore Giambattista Manuzzi teme addirittura «succeda qualche omicidio.»[2]

Per il trio degli Inquisitori di Stato[3] il problema non è tanto di pubblica sicurezza, bensì di tenuta del regime aristocratico. Lo sanno gli Inquisitori e anche quanti, numerosi tra i patrizi membri del corpo sovrano, non vedono l’ora che ciò avvenga. Sono loro i perturbatori, i geniali con i massoni e tra poco i giacobini, a rappresentare la vera minaccia per l’ordine costituito.

Il compito degli organi preposti alla sicurezza nazionale, però, non è per niente facile. Consiglio di Dieci e Inquisitori di Stato dispongono di mezzi illimitati, tra cui spicca il famigerato rito segreto,[4] per reprimere qualunque opposizione. Tuttavia quando la fronda agita il corpo sovrano il problema si complica. Un patrizio, specie se di buon casato, non può semplicemente essere eliminato. Neppure rimosso senza tanti complimenti. Oltretutto, le divisioni attraversano e segmentano la totalità del patriziato. Se non altro, per la banale ragione che in molti si rendono conto del baratro sul quale il governo pretende di tenere in equilibrio la Repubblica. E qualcuno pensa di possedere la ricetta per allontanarsene.

Il trauma dal quale Venezia non si è più ripresa si è verificato il 26 gennaio 1699 a Sremski Karlovci, più nota come Karlowitz o Carlowitz. Lì l’ambasciatore veneziano Carlo Ruzzini ha dovuto prendere atto che i tre imperi, asburgico-russo-ottomano, e la Confederazione Polacco-Lituana avevano già sottoscritto una pace sulla quale in laguna non possono dire nulla: solo prenderla o lasciarla. In questo secondo caso, però, la Serenissima dovrebbe continuare da sola la guerra contro la Sublime Porta. Impensabile.[5]

Gravissima umiliazione politico-diplomatica, devastante scontro con la realtà: la Repubblica non è più una potenza.

È appena l’inizio, però. Il 21 luglio 1718 a Požarevac nell’odierna Serbia, cioè Passarowitz, la scena si ripete. È ancora Carlo Ruzzini l’ambasciatore veneziano cui tocca l’ingrato compito di accettare quanto deciso altrove. Da questo momento Venezia non combatterà più alcuna guerra ufficiale restando neutrale sino alla fine.

Non basta. Il 18 marzo 1719 l’imperatore Carlo VI, l’ultimo vero Asburgo, istituisce due porti franchi: Trieste e Fiume. Insieme a loro, nasce la Compagnia Orientale.[6] La fine del predominio adriatico della Serenissima, da sempre obiettivo strategico dei governanti di Vienna, sembra a portata di mano. Non solo. Da quando la striscia di terra compresa tra i fiumi Ticino e Adda è diventata asburgica, insieme al Regno di Napoli, quello mosso da Vienna a Venezia assomiglia sempre più a un vero e proprio assedio.

Vero che ci penserà la Guerra di Successione Austriaca, 1740-48, a spezzare la ganascia meridionale della morsa concepita in riva al Danubio, quando Carlo di Borbone già duca di Parma diventa re a Napoli, tuttavia la situazione è chiara: l’antica Dominante lagunare è ormai in balia di onde e correnti di mari dove, invece, altri navigano a proprio agio.

Un discorso a parte merita il Grande Nemico di un passato ancora recente: l’Impero Ottomano. Per Venezia, a dispetto del mutato quadro geostrategico, resta ancora l’avversario per eccellenza. Non a caso il comando principale della flotta si trova sempre a Corfù, nelle isole Ionie.

Venezia intrattiene con la Sublime Porta un rapporto schizofrenico. Da un lato il Turco incarna una sorta di Male assoluto, visto che all’avanzata inarrestabile per secoli degli ottomani deve sconfitte militari, amputazioni territoriali e buona parte della decadenza economica. Dall’altro, resiste il mito del Levante quale luogo privilegiato degli scambi commerciali e di ogni possibile rinascita politica.[7]

Secondo alcuni, se la rotta orientale adriatica con le sue interconnessioni marittime e terrestri ha prodotto in passato la grandezza della Repubblica, potrebbe ancora offrire le migliori opportunità per sfuggire a decadenza economica e abbraccio asburgico.

Tra questi proprio quanti saranno chiamati Geniali di Moscovia, perché fautori di una linea politica imperniata sull’alleanza con l’Impero Russo. Vale a dire la grande novità geostrategica nell’Europa del Settecento assieme al potere marittimo britannico. Perché a oriente è sorta e si sta espandendo verso occidente una nuova potenza cristiana e slava: la Terza Roma, cioè la Russia dei Romanov. E delle possibilità dischiuse a Venezia da una più stretta cooperazione con la Moscovia, come allora veniva ancora chiamata, si parla addirittura dal 1663.

È stato Pietro I il Grande a proiettare il proprio paese verso orizzonti nuovi e sino a poco tempo prima impensabili. In particolare a sostituire la Russia alla Confederazione Polacco-Lituana quale principale avversario della Sublime Porta nelle pianure e nel Mar Nero. Un ruolo accentuato dai successori, in particolare la grande zarina Caterina II.

La Russia, nel corso del Settecento, diventa attore importante nelle vicende europee: annichilisce la Svezia di Carlo XII nella battaglia di Poltava (8 luglio1709); potrebbe schiacciare la Prussia di Federico II durante a Guerra dei Sette Anni, quando occupa persino Berlino, e non lo fa per la morte della zarina Elisabetta (5 gennaio 1762), cui succede il filoprussiano germanofono nipote Pietro III; cresce sotto il lunghissimo regno, trentaquattro anni, della tedesca Caterina II. Al punto da risultare interlocutore obbligato per qualunque capitale. Per Vienna, in particolare, diventa di volta in volta alleato prezioso e pericoloso concorrente.

[1] ASV, Inquisitori di Stato, b. 640, 22 agosto 1705 e 5 dicembre 1705.

[2] ASV, Inquisitori di Stato, b. 613, Giambattista Manuzzi, 2 agosto 1760.

[3] Per gli Inquisitori di Stato tra i molti testi esistenti considero sempre valido, anche perché capace di estrema sintesi, Giuseppe Maranini, La costituzione di Venezia, Firenze, La Nuova Italia, 1974, pp. 473 e segg.

[4] Rito segreto dei X ovvero una forma di processo inquisitorio condotto con l’uso della tortura e che si poteva concludere con qualunque tipo di condanna non soggetta ad alcun appello. Cfr. Maranini, La costituzione, pp. 447 e segg.

[5] Carlo Ruzzini, Relazione di Germania, 1699, in Berchet, Relazioni degli ambasciatori di Venezia, VII.

[6] Cfr. Peter Kandler, Emporio e porto franco di Trieste, Lloyd, Trieste, 1864.

[7] Ho esaminato l’intera questione in Venezia neutrale, pp. 141-42 a cui rimando.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.