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Il rispetto dei vecchi è un mantra che quelli della mia generazione hanno introiettato, sin da piccoli, come un importante imperativo categorico. Il rispetto dei vecchi è prima di tutto attenzione nei confronti di una categoria ritenuta debole e bisognosa di aiuto. Ma non è solo questo. Rispetto del vecchio equivale nondimeno al rispetto verso chi o cosa ci ha preceduto; riconoscimento del valore dell’esperienza e della tradizione. In ogni campo. Dalla medicina all’arte, dalla letteratura alla filosofia, dalla scuola alla politica. Alcuni filosofi ritengono che la storia della scienza sia una storia di rivoluzioni di paradigmi che si susseguono e si scambiano, ogni volta, il testimone tra loro. Ciò non significa, però, che si butti tutto ciò che in precedenza è stato scoperto. Il vecchio si coniuga col nuovo e viene ricompreso mediante categorie più aderenti al presente.

Ed è cosi che dovrebbe avvenire in ogni campo. Quando mi preparavo e arricchivo il mio patrimonio di conoscenze pedagogiche per diventare una buona insegnante, avevo un maestro che mi sollecitava ad accogliere sempre con curiosità l’innovazione. Nel contempo, però, mi suggeriva di non perdere mai di vista il valore della tradizione. “Il nuovo è frutto cieco ed esangue”, diceva, “se non rinvigorito dal concime dell’esperienza”. Fuor di metafora, tutto questo per dire che le novità costituiscono, in ogni settore, uno stimolo vitale per crescere. Nello stesso tempo, però, occorre rifuggire dal fanatismo. La Storia, peraltro, ce lo insegna.

Nella scuola, per esempio, in nome di un’innovazione che fosse sempre più al passo coi tempi, c’è stato un abbraccio quasi parossistico delle nuove tecnologie, come se queste ultime potessero sostituirsi alla mente umana e a tutte le operazioni da essa presiedute. Solo di recente si stanno rivalutando metodi più tradizionali, nella convinzione, accreditata dai fatti, che l’utilizzo di abilità “calde “, come lo scrivere a mano, la corretta comunicazione orale, l’ascolto di un adulto che racconti storie, il leggere testi che non siano succinti box digitali formino, molto più di un algoritmo informatico o di una tabella in Excel.

Mi si perdoni l’esemplificazione scolastica, ma era giusto per fare un esempio. D’altronde si parla e si scrive di ciò che più si conosce. La scuola non è che un epifenomeno di una tendenza molto più generale che, in primo luogo, in politica, è sempre più incalzante.

Negli ultimi tempi – sarà un decennio, anno più, anno meno – la parola rottamazione sembra sia diventata la chiave di volta di ogni processo di cambiamento sociale e civile. In politica ha assunto un valore quasi salvifico, come a voler dire che se ci sono stagnazioni in corso o crisi di sistema, queste debbano attribuirsi a delle forti resistenze espresse da chi, compiuta la propria parabola, si rifiuta di farsi da parte. Ed ecco che, compreso questo meccanismo e convinti gli elettori che rottamare fosse meglio che conservare, sulla scena politica si sono imposte delle soggettività, decise e autorevoli, che hanno fatto piazza pulita del passato.

Premetto che il mio punto di vista è parziale, limitato e, di sicuro, inesperto. Non è certo quello di un addetto ai lavori. Giusto per fare un esempio, però, mi viene da pensare all’operazione di esaltazione del nuovo fatta da chi ci governò per un ventennio, nella convinzione che solo da lì in avanti ci si sarebbe mossi nella direzione del sol dell’avvenire. Sappiamo bene dove questa operazione sospinse un popolo intero. Nulla è sovrapponibile. Men che meno un’infausta esperienza di dittatura a un’iniziativa realizzata in piena democrazia. Alcuni risultati però parlano chiaro. Da elettrice di sinistra ho assistito con gioia, pur mantenendo le mie riserve, al salto di un partito che in poco tempo, dopo la non vittoria del 2013, aveva conquistato, grazie a forze fresche e vitali che l’agitavano dal di dentro, il 40 per cento di voti. Ho assistito, però, successivamente, con altrettanto senso di frustrazione, all’esproprio di valori di sinistra, all’allontanamento dai bisogni della gente, all’abbandono dei temi di giustizia sociale da parte dello stesso partito. Tanto che non mi sono affatto meravigliata quando, all’indomani del 4 marzo, abbiamo scoperto che quel 40 per cento era evaporato, riducendosi a un misero 18 per cento.

Il nuovo che avanza è un dato di fatto sacrosanto in un partito che si definisca democratico. La guerra al passato no. Altrimenti non è possibile fare ammenda dei propri errori. Un partito che non riconosce che la propria forza si fonda su un senso di appartenenza, che è equilibrio tra passato e futuro, è destinato al fallimento. Un partito che non comprende che onorare la tradizione significa custodire il fuoco del proprio progetto e non di certo adorarne le ceneri, perde inevitabilmente credibilità di fronte al proprio elettorato. Le responsabilità di un leader e di una classe dirigente che hanno fatto scempio di un testimone intriso di valori e di istanze di democrazia sono tante (non si spiegherebbe una debacle così vistosa). L’importante è riconoscerle. Chiunque si senta orfano di sinistra può e deve sperare in questo. Per ricominciare.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.