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Poco più di un anno alle elezioni amministrative a Venezia. Non è facile al momento attuale capire con quale formula di alleanze il Sindaco uscente si ricandiderà, nè quale sarà il quadro in cui si muoveranno tutte le forze politiche cittadine. E non è facile neppure fare una valutazione complessiva con un giudizio definitivo sull’operato di questa consiliatura e della giunta che regge la città.

Questa testata non si è mai accodata al fronte ‘antibrugnaroaprescindere’ che è montato in questi anni presso una parte dell’opinione pubblica, non si sa se maggioritaria o no, aggregata attorno ad alcune combattive associazioni, sia in città storica che in terraferma. Un mondo che ha qualche affinità con il tipo di opposizione che ha condotto il Movimento Cinque Stelle in Comune, ma che in parte anche la Lega è tentata di cavalcare nella sua strisciante opposizione interna al Sindaco con cui pure governa. Ma la nostra testata non si è neppure accodata al tipo di opposizione che ha condotto il Partito Democratico in Consiglio Comunale, nelle commissioni e, dove governa, nelle Municipalità. Un’opposizione di rito questa, a parer mio, portata a fare propaganda e quindi ad essere sistematicamente contraria ad ogni atto di Giunta, se non nel caso in cui, sempre per propaganda, si rivendicano i meriti di qualche scelta positiva, fatta risalire però alla precedente amministrazione o al governo nazionale amico della precedente legislatura.

Tuttavia.

Tuttavia, avendo mantenuto la linea di valutare di volta in volta in modo pragmatico, non ideologico e, come dire, “laico”, le scelte e la strategia, mi è possibile concludere, almeno per ora, che la gestione politica della città ha manifestato alcune luci, poche e forse anche significative, e di contro numerose e decisive ombre, soprattutto queste relative alla filosofia di fondo con cui il Sindaco si è mosso. Ed, essendo di fondo, quindi ombre non secondarie nella valutazione complessiva. Perché è la visione del mondo di fondo, quella che riconosci dietro la maschera, che poi muove le scelte che non sono mai casuali.

Vediamo.

Al Sindaco si può dare merito di aver pareggiato i conti del Comune di Venezia che a detta non solo sua erano in rosso quando è subentrato. So che l’opposizione attuale nega che lo fossero, ma io credo che invece il bilancio della precedente amministrazione fosse problematicamente in passivo. Questo però non dovrebbe consentire a Brugnaro di parlare delle precedenti amministrazioni come “partito della spesa”. La sua battuta sa tanto di propaganda, tentazione sempre in agguato quando la politica scade, ed è stupidamente sommaria, tenendo conto delle condizioni non facili con cui le giunte precedenti hanno dovuto agire, come nel caso del Patto di Stabilità. Che la sinistra al governo per decenni avesse impostato un’impalcatura onerosa di finanziamenti diffusi, anche attraverso il decentramento, a enti, realtà sociali, consulenze – alcuni meritorie e altri molto meno meritorie -, anche come scelta politica di consenso attraverso una rete di riferimenti sicuri e di assegnazione di incarichi a gente di famiglia, ciò è storicamente certo. E che l’abbia fatto non sempre guardando al merito, ma con un occhio anche alla fedeltà di bottega, è altrettanto certo e provabile in qualunque momento. Ciò non toglie che questa impalcatura in quarant’anni quasi consecutivi di sinistra al governo a Venezia (prima giunta-Rigo 1975) in certi momenti abbia determinato anche risultati di qualità e non pochi, nel sociale per esempio, ma non solo.

Aver proceduto a riorganizzazioni e accentramenti in tutti i campi, decentramento, cultura, anagrafe e quant’altro, ha sicuramente prodotto risparmio, ma al prezzo di smantellare con furore iconoclasta anche realizzazioni importanti che avevano fatto la storia della città, come le municipalità o il servizio bibliotecario e altro ancora, senza preoccuparsi minimamente, per rendere più comprensibile la scelta, di uno straccio di comunicazione sulla presunta bontà di queste operazioni.

Brugnaro ha messo in moto, dopo un’attesa forse troppo prolungata, azioni, poche, e per ora anzi prevalentemente progetti, di riqualificazione urbana. E lo ha fatto certamente, come è nelle sue corde, affidandosi anche a privati, in primis quando il privato è se medesimo come nel caso dei Pili. Questa logica però ci sta, se gli effetti fossero anche positivi. E, a differenza di un coro cittadino contrario per partito preso, non ho mai visto nulla di male nella costruzione di un Palasport ai Pili, che avrebbe il merito di fare da volano e di rigenerare un’area strategica di interconnessione tra terra e acqua e che per ora è una desolata landa di sterpaglie e di pozze putride, mai considerata in un progetto da nessuno.

Il fatto è che Brugnaro – e qui entrano in ballo la sua filosofia e le sue convinzioni che finiscono con essere maniacali e troppo legate alla sua storia personale di imprenditore – ha un culto cieco e un tantino ossessivo, persino ideologico per l’impresa privata. Ovunque e a qualsiasi scala essa agisca fino al venditore di grano in piazza, che può considerarsi l’atomo dell’impresa. Lo puoi anche spostare dalla piazza, il venditore di grano, ma con mille attenzioni, mi raccomando, perchè produce reddito per sè e per la sua famiglia, se la svanga in definitiva e con le sue braccia tirandosi su le maniche (è la sempiterna icona, diventata persino stucchevole e retorica, di chi fa impresa e se ne vanta). La sua visione è improntata cioè sempre a un liberismo potenzialmente senza limiti fin quando è possibile e anche oltre. Tutto ciò che produce PIL, redditi, occupazione va sempre e comunque salvaguardato e promosso, a prescindere. E favorito senza valutare i prezzi che si pagano. O valutandoli in subordine. Troppo blande sono state le azioni di freno alla monocultura turistica, e prese solo ad amministrazione inoltrata e non da subito. Non per caso Brugnaro aveva nel suo programma il dare lavoro come priorità assoluta. E’ vero la città nelle graduatorie è risalita proprio nell’occupazione. Ma è un gioco troppo facile promuovere lavoro e occupazione assecondando un fenomeno come il turismo che è un’economia montante in tutto il pianeta soprattutto verso mete celebri, favorito probabilmente dai costi ribassati nei vettori (liberismo, ma a che prezzo anche lì) e dall’ampliamento di nuove zone di ricchezza e di disponibilità economica; nel pianeta, ma anche in casa nostra, alla faccia della crisi economica ormai decennale che cela evidentemente una disponibilità di soldi sommersa e tenuta sotto il materasso per un Week End in Laguna. E’ lo stesso gioco facile, ma all’incontrario, della riorganizzazione dei servizi comunali per risparmiare di cui si è detto; lì vai giù con il machete, azione facile a senso unico, nel turismo tratti i poteri piccoli e grandi che lo reggono con i guanti di velluto perché rende. Sono bravi tutti a far così.

Non nego che negli ultimi mesi sforzi siano stati fatti in questo campo e vedremo i risultati presto (la tassa di entrata è tra questi, ma tra mille problemi e controindicazioni, con l’incognita sugli effetti come ci ha spiegato Lorenzo Colovini su LG,  http://www.luminosigiorni.it/2019/01/la-tassa-di-sbarco-uovo-di-colombo-o-soluzione-illusoria/), ma la mentalità liberistica prevalente in una città come Venezia, esposta ai disastri del mercato se questo non è realmente regolato, finisce per non raddrizzare mai veramente in modo decisivo una tendenza. Che lasciata a sè stessa ha effetti devastanti, seppure è vero che anche le amministrazioni precedenti per ragioni magari diverse non erano riuscite a limitare lo ‘tsunami’. Nella battaglia contro un turismo massivo del tipo che conosciamo devi usare fino all’ultima stilla le possibilità che le leggi e la Costituzione stessa ti danno, cercando anche fino in fondo la possibilità lecita di andare in deroga ad esse. Questa azione ‘fino in fondo’ non è stata fatta, almeno per ora, ed è un dato che non si può tacere. Vale anche per la terraferma. Sicuramente il decentramento turistico a Mestre e a Marghera può dare nerbo a quelle aree urbane e anche rigenerazione urbana oltre a dirottare una ricchezza da turismo anche di là del ponte. Ma aver favorito una concentrazione di quelle dimensioni a ridosso di una zona urbanisticamente problematica come la stazione di Mestre, fa parte della stessa mentalità: avanti tutta su un fenomeno che tira: posti, posti, e ancora posti. Letto e di lavoro, equazione semplice o, piuttosto, semplicistica.

In terraferma l’occhio benevolo all’impresa, per favorirla, spicca in un caso forse minore, ma significativo, come quello dell’ultimo tratto verso la Laguna del Canal Salso. Lì la realizzazione completa del Parco di San Giuliano voleva la riva sgombra come stupenda passeggiata con vista San Marco in lontananza. Gli orrendi magazzini abusivi di interscambio andavano abbattuti senza sostituirli nello stesso posto. Punto. Soluzioni reali per dirottarli altrove e pronte ce n’erano. Ma, siccome a qualsiasi impresa viene la pelle d’oca se le imponi un cambiamento, che è sempre un’incognita, a fronte di una situazione che secondo lei rende bene così com’è, ecco il compromesso di lasciarle al loro posto solo con un riordino estetico. Certo si può fare per carità, il riordino è migliorativo, ma la scelta è indice sempre della stessa mentalità liberistica a senso unico.

Lo stesso dicasi per il ‘liberismo’ automobilistico a Mestre con l’abolizione della ZTL in zone nevralgiche dove passa il tram, vanificando la speditezza di un mezzo che dovrebbe far concorrenza proprio all’uso del privato. Risolvere il problema del commercio che muore in centro con questa scelta ‘no limiti’ è semplicemente sbagliato e lo si è visto con le chiusure dei negozi che non sono diminuite, come ci fa notare ripetutamente l’amico Paolo Cuman, presidente dell’associazione “Una e Unica”, che di commercio se ne intende. In realtà si è solo favorito l’attraversamento nord sud di Mestre incentivando il mezzo privato (ed è da vedere con che risultato nelle agevolazioni, visto il rallentamento del traffico); perché se uno fa prima ad attraversare la città in macchina, e, anche se poi non è vero, comunque pensa di far prima, certamente la macchina la usa di più. Il risultato è solo l’aumento dell’inquinamento. La mentalità della scelta di fondo ‘liberi tutti’ però si vede ad occhio nudo anche in questo caso.

Che Brugnaro abbia nel suo DNA una cultura metropolitana, probabilmente instillata dalla sua azione di imprenditore globale, e abbia favorito una consapevolezza in questo senso, anche attraverso il ‘brend Reyer’, è una dato innegabile che ai miei occhi è un merito non secondario, anche se non si può dire che abbia convinto tutti, soprattutto nella Venezia d’acqua e c’è, vedremo, una ragione. L’aver osteggiato in nome della Città Metropolitana la separazione del Comune, difendendolo, per ora, con un ricorso contro una pericolosa richiesta di referendum su questo tema è un altro grande merito, perché anche le azioni difensive e di tutela contano eccome, se salvaguardano la città da passi scriteriati senza ritorno.

Tuttavia è altrettanto vero quello che talvolta barluma da questa visione. Per lui la terraferma e l’entroterra di cintura è Venezia a tutti gli effetti, lui ci crede veramente. Non è solo una questione di ‘brend Venezia’ da sfruttare, accusa troppo facile, lui ci crede anche sul piano culturale e sociale: Catene, Tessera, Gazzera, ma anche Spinea e Mogliano, suoi luoghi di nascita e di residenza, sono per lui a pieno titolo Venezia tanto quanto Cannaregio e Dorsoduro. E’ però anche vero che in questa Venezia larga il ruolo della città storica sia, in un angolino della sua testa, in subordine. ‘Faccio qualche sforzo per la città storica – pensa –  ma poi vada come vada. La città storica si spopola? Ciò avviene per il rapporto nati-morti visto che addirittura il saldo anagrafico in qualche mese è leggerissimamente in attivo. E allora cosa ci posso fare?’. E via andando. Chiaro che la partita di terraferma per lui è più importante. Ed è miope o troppo facile questo suo retro pensiero che alla lunga lede anche l’idea di metropoli allargata. Se è vero che alla lettera ‘metropoli’ vuol dire ‘città madre’. E la salute e la vita della ‘città madre’ è determinante. Più che altrove, il popolamento e la rivalorizzazione della città storica sono fatti centrali e comunque sono percepiti come tali nel vissuto della gente che ci abita. Se lo affronti in subordine sbagli, anche se Brugnaro il suo retro pensiero non lo ammetterebbe mai, forse in buona fede, per pura rimozione.

Tutto questo andamento a luci ed ombre mette in difficoltà le prospettive future in viste delle elezioni del 2020. Prospettive di come si giocherà la partita tra tutte le forze politiche, s’intende.

La maggioranza fucsia in Comune ha consentito a Brugnaro di governare come monarca assoluto, con un modo di agire condizionato da un carattere poco incline ad ascoltare gli altri e anzi spesso sprezzante con gli altri, specie se lo contrastano. Nel 2020 non potrà essere comunque più così. Se emerge in qualsiasi campo politico come candidato una figura di spessore e che nello stesso tempo abbia una credibilità maturata sul campo per poter fare meglio di lui, la sfida non potrà che migliorare questo quadro complessivo, perché sarà comunque una sfida tra figure di rilievo. Brugnaro in qualche modo di rilievo lo è, ma se  andrà al ballottaggio dovrà comunque fare alleanze diverse rispetto all’altra volta e, sia che perda e sia che vinca, avrà una maggioranza più articolata al suo interno in grado di temperare quella mentalità estrema che si è cercato di descrivere e magari valorizzando ciò che è stato fatto di buono. Al contrario se non vince la sua esperienza di cinque anni non andrebbe buttata tutta nella tazza del bagno, secondo la deleteria prassi dello ‘spoyl sistem’, che vale per le persone della precedente amministrazione, ma anche per tutte le cose fatte dalla precedente amministrazione, belle o brutte che siano. Si potrebbe, perché no?, inaugurare una stagione in cui maggioranze e minoranze lavorano anche insieme su cose concordate e si fronteggiano e si contrappongono anche di brutto quando serve. Perché la dialettica politica se non è contrapposizione di principio, ma pragmatica, valutando ‘cosa’ per ‘cosa’, produce effetti che tendono a sommare le virtù di tutti e ad azzerare i difetti.

 

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.