By

Le squadre d’azione erano bande armate che organizzavano, già prima dell’avvento di Mussolini al potere, delle spedizioni punitive contro le Camere del lavoro, contro i consigli di fabbrica, contro le sedi dei giornali e dei partiti di sinistra, al fine di intimidire e di sopprimere anche il più pallido tentativo di rivoluzione comunista. In molti appoggiarono lo squadrismo fascista: agrari, che temevano venissero sottratte loro le terre; imprenditori, ansiosi di impedire svolte bolsceviche; politici liberali, illusi di riportare ordine nel paese e di salvare lo stato. La polizia e i carabinieri non intervenivano e le squadre d’azione divennero sempre più violente. Erano prove tecniche di dittatura. Prove tecniche per misurare e correggere il dissenso, per annientare ogni forma di pensiero critico e di bisogno di giustizia sociale. Erano premesse inquietanti di una deriva che si sarebbe affermata di lì a poco. Erano i germi di una dittatura. L’assassinio Matteotti ne celebrò il pieno compimento.

Quando vedo l’insofferenza di alcuni esponenti di governo nei confronti della stampa e, in generale, nei confronti di quanti esprimono il proprio disappunto verso una politica populista, non posso non pensare a quei tristi precedenti. Quando assisto alla ferocia di atti che vogliono essere esemplari, come il trasferimento forzato di immigrati dal Cara di Catelnuovo di Porto, non posso non pensare a quei rastrellamenti, a quelle deportazioni nei ghetti prima e nei lager poi. E ciò che mi fa più paura è che, oggi come allora, si tratta di interventi che, pur essendo criminosi, vengono adottati sotto l’egida della legalità. Una legalità rivendicata, in difesa del popolo italiano, da chi può anche permettersi il lusso di fare uno sberleffo ai giudici che vogliono invece intentargli un processo per sequestro di persona.

La senatrice Liliana Segre, quando racconta la sua esperienza nei campi di concentramento, sostiene con forza che ciò che la ferì maggiormente, nella sua mostruosa esperienza di deportata, non fu la violenza subita, ma l’indifferenza. L’indifferenza dei vicini di casa, degli amici, dei conoscenti. L’indifferenza degli italiani che, forse, avevano sottovalutato la gravità di quei fatti o, forse, erano solo preoccupati di salvare la propria pelle. Anche noi ci stiamo, con lenta inconsapevolezza, macchiando del crimine dell’indifferenza. Anestetizzati e distratti dalle pene quotidiane (la crisi, il lavoro che non c’è, le spire della burocrazia), stiamo avallando dei crimini peggiori. Che non vediamo, non sentiamo, decidiamo di ignorare e che, anzi, condividiamo e applaudiamo perché è arrivato finalmente il cavaliere senza macchia che dà la precedenza agli italiani e ai loro problemi. In realtà, il nostro è un colpevole, miope, egoistico silenzio.  Funzionale alle frange più estremiste – e anche, purtroppo, massimaliste – di questo governo. Ogni critica viene tranciata, irrisa sui social, messa al bando da chi etichetta, oggi come buonisti, domani come radical chic o come intellettuali distanti e snob (laddove per intellettuale si intende un parassita buono a nulla) quanti sottolineano la disumanità della chiusura dei porti e delle soste forzate in mare di centinaia di immigrati.

Le voci del dissenso sono un importante indicatore di giustizia, di civiltà e di umanità. Sono una stonata, sana speranza. Sono la spia di un paese che non è del tutto intorpidito dai social e che è in grado di ribellarsi e di esprimere il proprio pensiero, non solo a suon di like, ma con senno e argomentazioni rigorose. E se questi esempi di morale illuminata ci giungono dagli intellettuali, che ci scuotano pure e rischiarino le tenebre nelle quali arranchiamo. La storia ci insegna che le rivoluzioni culturali hanno spesso preceduto e dato linfa a processi di rinnovamento politico e sociale. Sarebbe la cultura a trainarci fuori dalla palude? La vittoria della conoscenza sull’ignoranza, il trionfo della solidarietà sull’egoismo, l’affermazione della tolleranza sulla grettezza? Troppo bello per avverarsi, ma troppo bello per non sperare.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.