Venezuela e dintorni

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Quanto succede in Venezuela meriterebbe la nostra massima attenzione, molto più di amenità quali il “reddito di cittadinanza” o la cosiddetta “quota cento”. Vediamo perché.

Da un lato, si tratta di qualcosa di già visto nel corso degli ultimi anni: popolazioni stremate da politiche che è eufemistico definire “discutibili”, le quali a colpi di manifestazioni cercano di abbattere regimi consolidati e un giovane politico rampante, Juan Guaidò, subito pronto ad approfittarne per cercare di scalare le vette del potere. Sulle quali il dittatore di turno, Nicolas Maduro, se ne sta assiso grazie al supporto delle camarille economico-militari create dal lungo controllo di ogni leva possibile. In tutto questo, s’inserisce la potenza straniera con volontà egemonica, gli USA, in attesa da tempo si creasse una situazione simile per eliminare un fattore destabilizzante situato, tra l’altro, nel giardino di casa.

Dall’altro, si assiste a un gran cicaleccio attorno a quale sia la “giusta causa” da difendere e per cui spendersi, quasi la politica fosse l’arena in cui esercitare la moralità e non quella della difesa e affermazione degli interessi. Giusto per togliere dalla testa dei lettori qualunque dubbio in proposito, sia ben chiaro che il petrolio venezuelano, unica fonte di sostentamento per qualunque governo in quel di Caracas, da sempre viene acquistato in blocco dagli USA: prima di Chavez, con Maduro e con ogni probabilità pure dopo. Qualunque sia il regime a cavalcioni dei pozzi della laguna di Maracaibo.

Chiarisco subito: considero Chavez, il chavismo e Maduro un’autentica jattura per il paese sudamericano, potenzialmente ricchissimo e ridotto invece alla fame. Prima i venezuelani se ne liberano e meglio sarà per loro.

Ciò premesso, non è certo per improvvisa compassione della sorte dei poveri cittadini di quel paese che USA e UE si sono mossi o cercano di farlo. Di mezzo ci sono questioni d’interesse politico. Gli americani vogliono porre fine a una presenza anomala e disturbante, ancorché di scarsissimo peso reale a causa dei propri fallimenti interni; gli europei stanno provando a infilarsi in una situazione di crisi per affermare un ruolo autonomo che cominci a farli considerare soggetto politico a tutti gli effetti. E qua scatta la “sindrome italiana”.

Già, perché l’Italia ha bloccato qualsiasi tentativo di Bruxelles di presentare una precisa posizione unitaria nella crisi in corso, chiamando in campo due motivazioni: l’impossibilità di scegliere sul piano “morale” tra Guaidò e Maduro, per questo invocando la panacea di nuove elezioni liberatrici quasi fosse ignoto che queste sono pratica ignota in quel paese, e la necessità di pensare agli almeno 150.000 nostri concittadini e ai molti di più di origine italiana presenti nel paese. Occorre, dunque, prudenza.

A condire la posizione nostrana, non mancano due aspetti diventati, per così dire, costanti geopolitiche dalle parti di Palazzo Chigi e Farnesina: se gli USA e l’Europa franco-tedesca si schiarano da qualche parte, in via automatica l’Italia si piazza o sulla sponda opposta oppure almeno “di lato”. Il combinato disposto di tutto questo è che l’Italia da sola ha bloccato l’Europa. Ovviamente aumentando il livello, già, alto di scontro con Parigi e Berlino. Per Maduro? Per un’idea poetica di politica? Perché Mosca appoggia il regime venezuelano in funzione antiamericana? Per le elezioni europee prossime venture?

Diciamo la verità, per tutto questo insieme e anche perché a Roma, purtroppo, da sempre si considera la politica estera una sorta di fastidioso impiccio del quale si farebbe volentieri a meno, per concentrarsi su quanto interessa davvero: le faide intestine. Non è una caratteristica dell’esecutivo giallo-verde, intendiamoci, ma risale almeno ai tempi in cui Aldo Moro si appisolava alle riunioni internazionali. Non siamo un “peso piuma” sullo scenario euro-mondiale per caso o complotto altrui, insomma.

Invece nella realtà globalizzata in cui viviamo i riflessi sulla vita quotidiana di ciascuno di noi di quanto viene deciso altrove sono immediati e spesso traumatici. Non occorre scomodare la “teoria del caos” e il celebre “battito d’ali di una farfalla in Brasile” per immaginarci la tempesta artica destinata ad abbattersi sulle italiche contrade non appena se ne presenterà l’occasione. Si è già verificato in passato, ma vedo che tendiamo a non imparare nulla dalla lezione della Storia. Peccato. Perché, se fossimo meno disattenti avremmo afferrato al volo l’occasione rappresentata dalla vicenda venezuelana e dalla contemporanea presenza di una forte comunità italiana e italofona, con annessi interessi economici, per prendere in mano il bandolo della politica europea nei confronti di quel paese e dell’intera realtà sudamericana. Invece a quanto pare, tutti i nostri sforzi si sono esauriti nel recupero di un criminale comune, per altro significativo, come Cesare Battisti…

A proposito, non penserete mica che i brasiliani, anche se di origine di origine italiana come il nuovo presidente Jair Bolsonaro, si siano fatti convincere da qualche “convergenza” di tipo ideologico a cambiare rotta! Dare un’occhiata ai nuovi impianti dove si stanno costruendo i nuovi veicoli da combattimento della fanteria destinati all’Esercito Brasiliano aiuta. Il contratto è relativo a centinaia di mezzi. Si tratta di una variante di quelli in servizio nell’Esercito Italiano. Progetto di Iveco DS by Leonardo. Un caso?

 

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.